Il DdL del #Governo in materia di #urbanistica  a 72 anni dall’ultima riforma. | #prg

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Perequazioni e compensazioni regolate a livello nazionale, focus sul rinnovo piuttosto che sull’espansione, tributi locali come leva per le politiche urbane, difesa delle proprietà immobiliare

“L’azione del Governo italiano, in questi mesi, è indirizzata a sostenere con decisione un percorso di ritorno alla crescita attraverso il rafforzamento della domanda interna, in particolare degli investimenti.  Questo percorso può incidere in profondità a due condizioni: la prima è che l’Europa attui finalmente  politiche di supporto alla crescita, e sarà questo l’obiettivo del semestre di Presidenza italiana; la seconda  è che le misure urgenti di stimolo che il nostro Paese sta adottando si accompagnino al superamento  di condizioni di incertezza che ancora caratterizzano il “sistema Italia”, cioè a quei processi di riforma  radicale del Paese che non possono essere oggetto di provvedimenti legislativi d’urgenza. L’idea che ha sostenuto il lavoro che qui si presenta si riconnette a questa finalità più generale che il  Governo si è dato. Tracciare, dopo oltre 70 anni, un disegno nuovo di governance delle trasformazioni e degli usi del  territorio deve dunque contribuire a dare lineamenti concreti a questo programma riformista a 360 gradi. In questo caso lo scopo è ricentrare la legislazione nazionale sull’obiettivo della sinergia fra politiche  pubbliche nazionali e strategie europee di sviluppo urbano e territoriale. Alcuni elementi di contenuto possono aiutare a cogliere meglio questo indirizzo. Innanzi tutto, il disegno che abbiamo in mente non si limita alle “procedure urbanistiche”, ma coniuga  procedure e contenuti territoriali e urbanistici, che si chiamano oggi rinnovo/rigenerazione della città  esistente, politiche abitative ispirate alla logica del «social housing», riduzione dell’occupazione del  suolo.  Un secondo carattere distintivo della proposta sta nella riconquista dello spazio dello Stato nella politica  territoriale. Nessun riflesso centralistico, ma – al contrario – l’assunzione della responsabilità di misurarsi  con l’integrazione delle politiche pubbliche di settore, «solidarizzandole» in una azione pubblica  territoriale unitaria. Senza strutturare questo livello superiore di responsabilità non sarà possibile ridurre  quella entropia, percepita come incertezza dagli stakeholders, che è oggi uno dei punti di maggiore  debolezza subìto da tutti i sistemi territoriali locali. Il disegno di legge riconfigura lo statuto della proprietà – pubblica/collettiva e privata – mettendolo  al riparo dai rischi di eccessi che a volte caratterizzano l’azione pubblica sulla proprietà privata e,  all’opposto, sottraendo spazi di deresponsabilizzazione di quest’ultima. Infine, viene riproposta l’esigenza e l’urgenza di una rivisitazione della fiscalità immobiliare e territoriale,  per farne un alleato e non un (altro) nemico dell’urbanistica”

IL TESTO

Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti

SEGRETERIA TECNICA DEL MINISTRO

Gruppo di Lavoro “Rinnovo Urbano”

PRINCIPI IN MATERIA DI POLITICHE PUBBLICHE TERRITORIALI E TRASFORMAZIONE URBANA

Titolo I

PRINCIPI FONDAMENTALI IN MATERIA DI GOVERNO DEL TERRITORIO, PROPRIETÀ IMMOBILIARE E ACCORDI PUBBLICO-PRIVATO

Capo I

Politiche pubbliche territoriali, principi fondamentali del governo del territorio, principi della pianificazione e relativi strumenti

Art. 1- Oggetto e finalità della legge

Art. 2 – Linee strategiche, finalità e principi per l’esercizio delle competenze

Art. 3 – Compiti e funzioni dello Stato

Art. 4 – Potere sostitutivo

Art. 5 – Principi e strumenti di coordinamento delle politiche in materia di “governo del territorio” e della pianificazione

Art. 6 – Dotazioni territoriali essenziali e ambiti territoriali unitari

Art. 7 – Pianificazione territoriale di area vasta e comunale

Capo II

Principi e strumenti a garanzia del trattamento unitario ed equo della proprietà privata e fiscalità immobiliare

Art. 8 – Tutela della proprietà e indifferenza delle posizioni proprietarie

Art. 9 – Fiscalità immobiliare

Art. 10 – Perequazione

Art. 11 – Compensazione

Art. 12 – Trasferibilità e commercializzazione dei diritti edificatori

Art. 13 – Premialità

Capo III

Accordi tra amministrazione e privati in ambito urbanistico e giurisdizione

Art 14 – Accordi urbanistici

Art. 15 – Giurisdizione e strumenti di tutela

Titolo II

POLITICHE URBANE, EDILIZIA SOCIALE E SEMPLIFICAZIONI IN MATERIA EDILIZIA

Art 16 – Rinnovo urbano

Art. 17 – Attuazione delle politiche di rinnovo urbano

Art. 18 – Edilizia residenziale sociale. Qualificazione del servizio

Art.19 – Edilizia residenziale sociale. Principi e forme d’incentivazione

Art. 20 – Semplificazioni in materia edilizia

Titolo I

PRINCIPI FONDAMENTALI IN MATERIA DI GOVERNO DEL TERRITORIO, PROPRIETÀ IMMOBILIARE E ACCORDI PUBBLICO-PRIVATO

Capo I

Politiche pubbliche territoriali, principi fondamentali del governo del territorio, principi della pianificazione e relativi strumenti

Art. 1 (Oggetto e finalità della legge)

1. La presente legge:

i) stabilisce i principi fondamentali in materia di «governo del territorio», in attuazione dell’articolo 117, comma 3 della Costituzione, garantendo lo sviluppo socio-economico, un razionale uso del suolo, la soddisfazione delle esigenze connesse al fabbisogno abitativo, privilegiando il rinnovo e la riqualificazione del patrimonio edilizio, nel rispetto dei principi di sussidiarietà, adeguatezza, differenziazione, consensualità, partecipazione, proporzionalità, concorrenza, leale collaborazione tra pubbliche amministrazioni e tra queste ultime e i privati nella definizione e attuazione degli strumenti di pianificazione, semplificazione degli strumenti medesimi e non aggravamento dei procedimenti;

ii) attua gli articoli 117 e 119 della Costituzione, a integrazione della legge 5 maggio 2009, n. 42, mediante idonee misure fiscali che assicurino l’effettività delle politiche territoriali

iii) definisce e coordina le politiche territoriali, che incidono sull’assetto del territorio nazionale e sulla conformazione della proprietà;

iv) determina, nell’ambito delle politiche pubbliche territoriali di cui al punto i), le dotazioni territoriali essenziali di cui all’art. 6.

2. Il territorio, in tutte le sue componenti, culturali, ambientali, naturali, paesaggistiche, urbane, infrastrutturali, costituisce bene comune, di carattere unitario e indivisibile, che contribuisce allo sviluppo economico e sociale della Nazione.

3. Il «governo del territorio» consiste nella conformazione, nel controllo e nella gestione del territorio, quale bene comune di carattere unitario e indivisibile, ai sensi del comma 2, e comprende l’urbanistica e l’edilizia, i programmi infrastrutturali e di grandi attrezzature di servizio alla popolazione e alle attività produttive, la difesa, il risanamento e la conservazione del suolo. Le politiche del «governo del territorio» garantiscono la graduazione degli interessi in base ai quali possono essere regolati gli assetti ottimali del territorio e gli usi ammissibili degli immobili –suoli e fabbricati- in relazione agli obiettivi di sviluppo e di conservazione e ne assicurano la più ampia fruibilità da parte dei cittadini.

4. Ai proprietari degli immobili è riconosciuto, nei procedimenti di pianificazione, il diritto d’iniziativa e di partecipazione, anche al fine di garantire il valore della proprietà conformemente ai contenuti della programmazione territoriale. Le procedure di pianificazione assicurano la partecipazione dei privati anche nell’esecuzione dei programmi territoriali senza dar luogo a sperequazioni tra le posizioni proprietarie.

Art. 2 (Linee strategiche, finalità e principi per l’esercizio delle competenze)

1. Per l’attuazione delle politiche in materia di «governo del territorio», lo Stato e le Regioni e le Province autonome, nell’ambito del Quadro strategico europeo, definiscono le linee strategiche di intervento, in base all’art. 8, comma 6, della legge n. 131 del 2003.

2. Nell’esercizio delle rispettive competenze in materia di «governo del territorio» lo Stato, le Regioni e le Province autonome favoriscono la crescita inclusiva, lo sviluppo economico sostenibile e la coesione sociale e territoriale.

3. I Comuni, le Province, le Città metropolitane, le Regioni e lo Stato esercitano le rispettive competenze in materia di “governo del territorio” nel rispetto dei principi di leale collaborazione, di proporzionalità, di sussidiarietà, di adeguatezza, di differenziazione, di partecipazione, nonché di trasparenza e di semplificazione dell’azione amministrativa. I principi richiamati si applicano anche ai rapporti tra soggetti pubblici e privati che partecipano alla pianificazione.

4. I Comuni, le Province, le Città metropolitane, le Regioni e lo Stato elaborano la pianificazione di propria competenza, tenendo conto delle prospettive di sviluppo del territorio, delle sue peculiarità morfologiche, ambientali e paesaggistiche, delle culture insediative locali e della densità di popolazione presente e potenziale, assicurando il razionale uso del suolo

Art. 3 (Compiti e funzioni dello Stato)

1. Lo Stato, nelle politiche in materia di «governo del territorio», concorre con le Regioni, le Province autonome e gli enti locali allo svolgimento delle attività conoscitive, di valutazione, di programmazione e di localizzazione degli interventi secondo le modalità specificate nella presente legge.

2. Lo Stato esercita la propria potestà legislativa nelle materie di competenza esclusiva interferenti con la materia «governo del territorio», tenendo conto delle linee strategiche deliberate d’intesa con le Regioni, ai sensi dell’art. 2, comma 1, e individua altresì le politiche generali in materia di tutela e valorizzazione dell’ambiente e del paesaggio, di assetto del territorio, di promozione dello sviluppo economico-sociale, di rinnovo urbano, di applicazione delle tecnologie informatiche e telematiche per lo sviluppo urbano sostenibile ed il miglioramento dei servizi in ambito urbano.

3. Lo Stato partecipa alla formazione delle politiche territoriali europee e ne declina l’attuazione attraverso le politiche nazionali in materia di «governo del territorio», assicurando adeguate forme di coordinamento con le Regioni, e comunque nel rispetto del riparto costituzionale delle competenze.

4. Sono esercitate dallo Stato, nel rispetto delle suddette linee strategiche deliberate d’intesa con le Regioni, le funzioni amministrative connesse al governo del territorio relative alla difesa e alle Forze armate, all’ordine pubblico e alla sicurezza, alle competenze istituzionali del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, anche in relazione alla difesa civile, nonché quelle relative alla protezione civile concernenti la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema e quelle relative alla tutela dei beni culturali, alla valorizzazione dei beni culturali di appartenenza statale nel rispetto del principio di leale collaborazione, all’individuazione in via concorrente dei beni paesaggistici, alla partecipazione alla gestione dei vincoli paesaggistici, previste dal codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42.

Art. 4 (Potere sostitutivo)

1. Nell’esercizio delle proprie competenze legislative in materia di «governo del territorio» le Regioni assicurano il rispetto degli obiettivi individuati dalle intese concluse a norma dell’articolo 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131.

2. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni conformano, altresì, tempestivamente i propri atti di pianificazione sulla base della normativa statale e regionale, delle intese concluse a norma dell’articolo 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131, e degli atti che determinano vincoli alla pianificazione in base alla presente legge.

3. Qualora i Comuni, le Province e le Città metropolitane non conformino gli atti di pianificazione indicati, il Presidente della Giunta regionale, anche su iniziativa di altri enti locali, assegna all’ente interessato un congruo termine per adottare i provvedimenti dovuti o necessari; decorso inutilmente tale termine, il Presidente della Giunta, acquisito il parere del Consiglio delle Autonomie Locali e previa deliberazione della Giunta, adotta i provvedimenti necessari, o nomina un apposito commissario. Alla riunione della Giunta partecipa il Sindaco o il Presidente della Provincia interessata al provvedimento.

4. Il potere sostitutivo demandato al Governo è esercitato in base all’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131, nei soli casi in cui il mancato adeguamento alla normativa statale incida sulle competenze di cui all’articolo 117, comma secondo, della Costituzione, o si configurino le fattispecie dell’articolo 120, comma secondo, della Costituzione.

Art. 5 (Principi e strumenti di coordinamento delle politiche in materia di “governo del territorio” e della pianificazione)

1. E’ fatto obbligo a tutte le Amministrazioni aventi potere di pianificazione di coordinare i rispettivi strumenti di pianificazione e di cooperare sul piano istituzionale per garantire la coerenza e l’efficacia degli strumenti medesimi.

2. Per l’attuazione delle politiche in materia di “governo del territorio” lo Stato adotta una Direttiva Quadro Territoriale (DQT). La DQT è approvata entro centottanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con i Ministri per lo Sviluppo Economico, Lavoro e Politiche Sociali, l’ambiente e la tutela del territorio e del mare, per i beni e le attività culturali, delle Politiche agricole, alimentari e forestali, e della Salute, previa intesa in sede di Conferenza unificata di cui all’art. 8 del d.lgs. 28 agosto 1997, n. 281.

3. La DQT definisce gli obiettivi strategici di programmazione dell’azione statale e detta indirizzi di coordinamento al fine di garantire il carattere unitario e indivisibile del territorio, come definito all’art. 1. La DQT ha durata quinquennale ed è soggetta ad aggiornamento triennale. La DQT garantisce l’espressione della domanda pubblica di trasformazione territoriale che la pianificazione paesaggistica deve contemplare. Lo Stato inoltre adotta programmi d’intervento speciali, anche a valenza territoriale, al verificarsi di particolari condizioni di necessità, coordinando la sua azione con quella delle Regioni. Gli interventi speciali sono effettuati in determinati ambiti territoriali, ai sensi del quinto comma dell’articolo 119 della Costituzione, allo scopo di rimuovere condizioni di squilibrio territoriale, economico e sociale, di superare situazioni di degrado ambientale e urbano, di promuovere politiche di sviluppo economico locale, di coesione e di solidarietà sociale coerenti con le prospettive di sviluppo sostenibile, e di favorire la rilocalizzazione di insediamenti esposti ai rischi naturali e tecnologici e la riqualificazione ambientale dei territori danneggiati.

4. Le leggi regionali definiscono gli strumenti di pianificazione regionale e locale, nel rispetto dei principi di cui all’art. 1 e secondo le indicazioni contenute agli articoli 6 e 7 della presente legge, individuando le modalità di coordinamento tra i detti strumenti, la pianificazione di settore e la DQT.

5. Per le finalità di cui al comma 4, le Regione e le Provincie autonome, d’intesa con gli enti locali, adotta una Direttiva Quadro Regionale (DQR) che individua la programmazione e le linee e modalità di coordinamento della pianificazione regionale con quella di competenza degli enti locali medesimi e delle autorità di settore.

6. Nell’ambito della DQR, la Regione, al fine di garantire un razionale uso del suolo, detta indirizzi per la definizione delle densità edilizie ottimali di riferimento per la pianificazione urbanistica, tenendo conto delle culture insediative locali, delle caratteristiche strutturali del territorio e delle dotazioni territoriali in essere e programmate, della popolazione presente e prevista, della condizione socio-economica dei comuni, assicurando il raggiungimento delle dotazioni territoriali essenziali di cui all’art. 6, ed elabora la cartografia di base e gli studi di settore che le amministrazioni locali e i privati dovranno utilizzare.

Art. 6 (Dotazioni territoriali essenziali e ambiti territoriali unitari)

1. La pianificazione e la programmazione del territorio devono prevedere la dotazione di attrezzature pubbliche, e di servizi di interesse pubblico, collettivo e generale per garantire, sul territorio nazionale, la dotazione delle reti e delle infrastrutture che consentono l’accessibilità alle attrezzature urbane e territoriali e la mobilità delle persone e delle merci.

2. Costituiscono dotazioni territoriali essenziali, indispensabili per il raggiungimento dei livelli di qualità urbana e per la realizzazione di interventi organici di riqualificazione dei tessuti edilizi, nonché di infrastrutturazione del territorio, gli immobili e le attività gestionali finalizzati alla fornitura dei servizi relativi ai seguenti diritti di cittadinanza:

a) salute, assistenza sociale e sostegno delle famiglie;

b) istruzione, innovazione e ricerca;

c) fruizione del tempo libero, del verde pubblico, della cultura, sport e spettacolo;

d) mobilità e accessibilità, trasporto delle persone e delle merci e collettivo, infrastrutture immateriali a rete;

e) godimento del paesaggio, del patrimonio storico-artistico e dell’ambiente;

f) sostegno dell’iniziativa economica in coerenza con l’utilità sociale e la sicurezza del lavoro;

g) esercizio della libertà di religione e di espressione etico-sociale, di associazione a fini comunitari e culturali;

h) servizio abitativo ed edilizia residenziale sociale.

3. Lo Stato, anche mediante le intese di cui al comma 6, articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n.131 in sede di Conferenza unificata, definisce i livelli quantitativi e qualitativi delle dotazioni territoriali essenziali, tenendo conto della differenziazione delle amministrazioni comunali per soglia demografica, per condizioni economiche e sociali e per ulteriori elementi di diversificazione o di omogeneità stabiliti d’intesa con le Regioni e le autonomie locali.

4. Le Regioni, entro centottanta giorni dalla definizione dei livelli quantitativi e qualitativi di cui al comma 3, con proprie leggi garantiscono che gli strumenti del “governo del territorio” comprendano la programmazione e la pianificazione della dotazione e della gestione dei servizi primari, secondari e di interesse generale, individuando le opere e gli elementi gestionali necessari al soddisfacimento della domanda dei servizi di cui al comma 2, ivi incluse le aree o gli immobili necessari per il soddisfacimento dei fabbisogni di edilizia residenziale sociale, nonché coordinando la disciplina relativa alla gestione dei servizi sociali e delle attività di assistenza alla persona. Le previsioni delle dotazioni territoriali devono basarsi su approfondite e adeguate analisi dei contesto e documentare il fabbisogno pregresso e futuro, lo stato effettivo di accessibilità e di fruibilità dei servizi pubblici, di interesse pubblico e generale, determinando le modalità, i criteri e i parametri tecnici ed economici attraverso i quali viene assicurata la fornitura e la qualità di tali servizi, in relazione alle politiche sociali, locali e sovralocali, anche tramite il concorso di soggetti privati.

5. Ferma restando la competenza statale in materia di ordinamento civile in relazione al diritto di proprietà e alle connesse norme del codice civile, in sede di pianificazione sono determinati ambiti territoriali unitari, le cui caratteristiche sono definite con legge regionale. La legge regionale determina per ogni ambito territoriale unitario, oltre alle dotazioni territoriali essenziali secondo le indicazioni di cui ai commi precedenti, i limiti di riferimento di densità edilizia, di altezza, di distanza tra i fabbricati, nonché i rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e dotazioni territoriali essenziali. La proprietà privata è conformata in base ai suddetti ambiti territoriali unitari e alle previsioni di pianificazione di carattere operativo.

6. Dalla data di entrata in vigore delle leggi regionali di cui ai commi 4 e 5, perde efficacia il decreto ministeriale 2 aprile 1968, n.1444, relativo ai “Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti, ai sensi dell’art. 17 della legge 6 agosto 1967, n. 765”.

Art. 7 (Pianificazione territoriale di area vasta e comunale)

1. La pianificazione territoriale di area vasta, come definita dalle leggi regionali, è funzione fondamentale esercitata dalle Province. Questa funzione è attribuita alle Città metropolitane, ove esistenti.

2. Il Comune esercita la pianificazione e urbanistica del proprio territorio, che si articola in:

a) una pianificazione di carattere programmatorio, a efficacia conoscitiva e ricognitiva;

b) una pianificazione di carattere operativo, a efficacia attuativa.

I contenuti e i procedimenti di adozione e approvazione dei suddetti piani sono disciplinati dalla legge regionale, nel rispetto dei principi dettati dall’art. 1 e dai commi seguenti.

3. Lo strumento comunale di pianificazione urbanistica di cui al comma 2 sub a), comunque denominato, non ha efficacia conformativa della proprietà e degli altri diritti reali, con ogni conseguenza, anche sul piano del trattamento fiscale, della proprietà immobiliare. E’ abrogato l’art. 36, comma 2 D.L. 4 luglio 2006 n. 223, conv. in Legge 4 agosto 2006, n. 248 e le norme in contrasto con la presente disposizione.

4. Per i Comuni dotati di strumentazione urbanistica generali, nelle more della ridefinizione del contenuto dei piani secondo quanto stabilito dal comma 2, l’imposizione fiscale immobiliare si applica al momento dell’approvazione del piano che abbia i caratteri del piano operativo di cui al comma 2, lett. b).

5. Nella definizione e attuazione degli strumenti di pianificazione di cui al comma 2, il Comune attua i principi di concorrenza, partecipazione, flessibilità, leale collaborazione con il privato e con le altre amministrazioni, semplificazione dei procedimenti e rispetto dei tempi, tutela del legittimo affidamento. Gli strumenti di pianificazione urbanistica comunale devono essere motivati.

6. In attuazione del principio di cooperazione istituzionale, i Comuni coinvolgono gli enti pubblici proprietari e gli enti vigilati dagli stessi, ovvero i gestori istituzionali dei patrimoni immobiliari pubblici, nel rispetto del principio di concorrenza, per la definizione degli obiettivi e delle scelte individuate dagli strumenti di governo del territorio per il suddetto patrimonio, nell’ambito della formazione dei medesimi strumenti, per definire le strategie di trasformazione di detti patrimoni, in coerenza con le previsioni della pianificazione urbanistica.

7. Nell’ambito della formazione del piano operativo, secondo il principio di sussidiarietà, i privati, singoli o associati, possono presentare proposte per operazioni di trasformazione urbanistica di maggiore complessità funzionale, gestionale ed economico – finanziaria. Le proposte, corredate da progetti di fattibilità, si intendono come preliminari di piani urbanistici attuativi. I Comuni valutano le proposte pervenute verificandone la rispondenza alle esigenze di dotazioni territoriali già definite ed ai requisiti prestabiliti dal Comune medesimo. I Comuni possono attribuire misure premiali di carattere urbanistico-edilizio alle proposte ritenute migliori in rapporto alla convenienza collettiva che ne deriva, privilegiando le proposte che innovano il sistema delle attività – funzioni urbane, valutando la qualità del processo e del prodotto urbano che sarà raggiunta dall’operazione di trasformazione.

8. Le Regioni stabiliscono, tenuto conto della dimensione degli enti locali e nel rispetto del principio di buon andamento e proporzionalità, i tempi massimi entro cui deve essere approvato il piano operativo da parte del Comune, che non possono in ogni caso essere superiori a cinque anni per i Comuni di dimensioni maggiori, ed a dieci anni per le Città metropolitane. La mancata approvazione del piano operativo nel termine massimo indicato comporta la decadenza delle previsioni del piano a contenuto programmatorio. Nelle more restano validi i piani vigenti.

9. Le Regioni incentivano la pianificazione urbanistica intercomunale, con l’approvazione di piani urbanistici che si estendono al territorio di più Comuni.

10. Il cambio di destinazione d’uso nell’ambito dei centri urbani non richiede autorizzazione laddove la nuova destinazione d’uso non necessiti di ulteriori dotazioni territoriali rispetto a quelle esistenti

11. La legge regionale, al fine di contenere l’ulteriore occupazione di suolo da parte degli insediamenti residenziali e produttivi, commisura l’entità del contributo per oneri di urbanizzazione, comunque denominati, in rapporto alla densità edilizia, prevedendo, per gli insediamenti di minore densità, un aumento proporzionale del predetto contributo.

Capo II

Principi e strumenti a garanzia del trattamento unitario ed equo della proprietà privata e fiscalità immobiliare

Art. 8 (Tutela della proprietà ed indifferenza delle posizioni proprietarie)

1. Il governo del territorio è regolato in modo che sia assicurato il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata, la sua appartenenza e il suo godimento.

2. La disciplina della conformazione della proprietà privata, al fine di renderla funzionale agli obiettivi della programmazione territoriale, rispetta il principio di indifferenza delle posizioni proprietarie. I proprietari hanno il diritto di partecipare alla determinazione dei contenuti della programmazione territoriale, conformemente ai fini generali della medesima.

3. I limiti alla proprietà privata, necessari alla programmazione territoriale, sono giustificati dagli obiettivi sociali della programmazione e realizzano una migliore accessibilità al diritto di proprietà privata.

4. Le limitazioni apposte alla proprietà privata che non hanno carattere generale e che non riguardano in generale una categoria di beni economici sono compensate. La compensazione rende indifferente le limitazioni. La categoria di beni economici ricomprende i beni che presentano le medesime caratteristiche socio-economiche e che sono posti in posizione corrispondente rispetto ai fini della programmazione territoriale.

5. La proprietà dell’abitazione è salvaguardata. La programmazione territoriale tiene conto dei bisogni abitativi e contiene previsioni particolari che garantiscono l’accesso alla proprietà dell’abitazione.

Art. 9 (Fiscalità immobiliare)

1. L’imposizione fiscale sulla proprietà privata immobiliare risponde al criterio di proporzionalità e non costituisce, in ragione della sua misura, un limite all’accesso alla proprietà e alla sua conservazione.

2. Le leggi in materia di tributi propri dei comuni garantiscono agli stessi una adeguata flessibilità per favorire il perseguimento delle politiche territoriali di cui alla presente legge.

3. Per i fini di cui ai commi 1 e 2 le agevolazioni fiscali per le unità immobiliari adibite ad abitazione principale sono prioritariamente previste nella disciplina dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.

4. La disciplina dell’imposta sul reddito delle persone fisiche assicura altresì nelle opportune misure la deduzione dal reddito dei canoni di locazione per le suddette unità immobiliari, anche per i contratti diversi da quelli di cui alla legge 9 dicembre 1998, n. 431.

5. Le imposte locali sugli immobili e sui servizi indivisibili afferenti gli immobili, in attuazione del principio del beneficio, sono commisurate anche all’indice di densità edilizia di cui al comma 6 dell’art. 5 della presente legge, con una progressiva riduzione per le zone di maggiore densità edilizia.

6. In attuazione del medesimo principio sono previsti tributi o entrate proprie dei comuni a fronte di servizi indivisibili resi a soggetti non titolari di immobili nel territorio comunale.

7. La disciplina dei tributi diretti ed indiretti tiene conto della assenza di efficacia conformativa della proprietà e degli altri diritti reali dello strumento di pianificazione urbanistica comunale, come stabilito al comma 2 sub a) e al comma 4 dell’art. 7.

8. Le leggi tributarie, nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario, agevolano le locazioni e le cessioni di fabbricati di civile abitazione destinati ad alloggi sociali, come definiti dall’articolo 19 della presente legge, nonché i contratti stipulati per la loro costruzione.

9. Le leggi in materia di tributi immobiliari garantiscono la deducibilità degli stessi dalle imposte sui redditi e dall’IRAP in capo alle imprese e agli enti commerciali e la loro non applicabilità a carico degli immobili destinati alla vendita o alla rivendita che non siano utilizzati.

10. Gli immobili soggetti a vincoli di interesse generale di ogni genere non sono soggetti a tassazione.

Art. 10 (Perequazione)

1. I piani urbanistici possono essere attuati per mezzo della perequazione e della compensazione, secondo le modalità stabilite dalle regioni, anche al fine di raggiungere gli obiettivi di qualità urbana, paesaggistica e ambientale nel rispetto dei principi di efficacia, efficienza ed equità, garantendo altresì l’indifferenza delle posizioni proprietarie dei suoli.

2. La perequazione è finalizzata alla riduzione della diversità di trattamento della proprietà determinata dal piano urbanistico ed ad una equa distribuzione dei benefici derivanti dalla pianificazione e all’acquisizione da parte degli enti locali, delle aree necessarie alle dotazioni territoriali funzionali alla qualità urbana, paesaggistica ed ambientale.

3. La perequazione trova attuazione grazie all’attribuzione a tutte le aree soggette a trasformazione urbanistica di diritti edificatori senza distinzione tra destinazioni d’uso pubbliche e private.

4. La perequazione può essere estesa a tutte le aree di trasformazione urbanistica ovvero solo ad una loro porzione. L’indice di edificabilità – opportunamente commisurato rispetto alle scelte pianificatorie generali e in particolare al dimensionamento del piano – può essere unico ovvero differenziato per classi omogenee di suoli, conformante le volumetrie degli edifici se esistenti a parità di destinazione d’ uso.

5. Le Regioni stabiliscono criteri di perequazione territoriale a carattere anche intercomunale, e forme di coordinamento delle regole perequative dei piani di comuni interessati a promuovere la realizzazione di dotazioni territoriali, di interesse sovracomunale, di carattere ambientale, infrastrutturale e per le attrezzature ed i servizi.

Art. 11 (Compensazione)

1. In presenza di vincoli preordinati all’esproprio, l’amministrazione può procedere, in luogo della corresponsione dell’indennità di esproprio in denaro e a fronte della cessione volontaria del bene, all’attribuzione di diritti edificatori da trasferire e impiegare su altra area nella disponibilità del proprietario o di terzi.

2. La compensazione trova applicazione nell’acquisizione di beni immobili funzionali all’attuazione dei piani per indennizzare sia l’acquisizione dei beni che le eventuali indennità per la reiterazione dei vincoli preordinati all’esproprio. La compensazione trova altresì applicazione in interventi di demolizione e rilocalizzazione di immobili in sede impropria, con il mantenimento o la modifica delle destinazioni d’uso di questi ultimi, e per la realizzazione di dotazioni territoriali di carattere ambientale di interesse comunale o sovracomunale

3. Allo fine di acquisire i beni immobili funzionali all’attuazione dei piani urbanistici, l’amministrazione può altresì procedere alla permuta con beni immobili di proprietà pubblica di valore tale da indennizzare la proprietà. Al fine di dare attuazione a quanto previsto dalla pianificazione urbanistica comunale, l’amministrazione può consentire la realizzazione degli interventi di interesse generale da parte della stessa proprietà, previa stipula di una convenzione con l’amministrazione per la gestione dei servizi.

Art. 12 (Trasferibilità e commercializzazione dei diritti edificatori)

1. I diritti edificatori sono trasferibili e utilizzabili, nelle forme consentite dal piano urbanistico, tra aree di proprietà pubblica e privata, e sono liberamente commerciabili.

2. Possono essere previsti coefficienti di conversione per i trasferimenti dei diritti edificatori tra diversi ambiti urbani individuati dal piano allo scopo di assicurare l’equità di trattamento della proprietà e la sostenibilità e la qualità delle trasformazioni urbane.

3. I comuni istituiscono il registro dei diritti edificatori allo scopo di verificare l’utilizzo di questi ultimi nella fase di attuazione dei piani urbanistici.

4. Ove i diritti edificatori, conferiti sia a titolo di perequazione, compensazione e premialità, siano ridotti o annullati a seguito di varianti del piano urbanistico, non obbligatorie per legge, il comune deve indennizzare i relativi proprietari sulla base del criterio del valore di mercato.

Art. 13 (Premialità)

1. La premialità è finalizzata a promuovere interventi di riqualificazione edilizia, urbana e ambientale e prevede l’attribuzione di diritti edificatori a fronte del perseguimento di specifiche finalità pubbliche.

2. La premialità trova impiego nella riqualificazione urbanistica, ambientale ed edilizia delle parti degradate della città, negli interventi di recupero e riqualificazione paesaggistica nello sviluppo dei servizi e delle dotazioni urbanistiche e ambientali di carattere comunale e sovra comunale, e nella messa a disposizione di immobili per l’edilizia residenziale sociale in tutte le sue forme.

3. La premialità trova applicazione anche nel caso di richiesta da parte del comune di oneri aggiuntivi rispetto al contributo di costruzione per la realizzazione di opere pubbliche, previa adesione volontaria da parte del soggetto che attua la trasformazione urbanistica.

Capo III

Accordi tra amministrazione e privati in ambito urbanistico e giurisdizione

Art 14 (Accordi urbanistici)

1. Sono definiti accordi urbanistici gli accordi tra parti pubbliche e privati, i cui contenuti incidono sulla pianificazione territoriale, ambientale e urbanistica. Le amministrazioni pubbliche possono concludere accordi urbanistici sia nella fase di definizione che di attuazione degli strumenti di pianificazione. Gli accordi si attivano anche su istanza dei privati.

2. Gli accordi urbanistici rispondono ai principi di proporzionalità, parità di trattamento, adeguata trasparenza delle condizioni dell’accordo e dei benefici pubblici e privati connessi, specifica motivazione in ordine all’interesse pubblico che li giustifica, pubblicità, concorrenza.

3. Le leggi regionali disciplinano gli accordi di cui al comma 1 nel rispetto dei principi indicati al medesimo comma, stabilendone il relativo procedimento di adozione e l’organo alla stessa competente, i criteri di selezione dei privati laddove vi siano, anche potenzialmente, più soggetti interessati alla conclusione dell’accordo. Gli atti di proposta e adozione degli accordi sono soggetti alle forme di pubblicità degli strumenti urbanistici che integrano o attuano.

Art. 15 (Giurisdizione e strumenti di tutela)

1. Le controversie relative a provvedimenti di adozione, approvazione e attuazione degli strumenti e degli accordi urbanistici, comunque denominati, ivi compresi quelli che comportano la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza, sono riservate alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.

2. Entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Governo è delegato a modificare il decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, al fine di:

a) adeguare la disciplina del processo alle previsioni di cui al comma 1 del presente articolo;

b) prevedere per le controversie di cui al comma 1 la disciplina specifica stabilita all’art. 119 del codice del processo amministrativo.

Titolo II

POLITICHE URBANE, EDILIZIA SOCIALE E SEMPLIFICAZIONI IN MATERIA EDILIZIA

Art. 16 (Rinnovo urbano)

1. In attuazione del principio di razionale uso del suolo, di cui all’art. 1, lo Stato, favorisce politiche di rinnovo urbano per la rifunzionalizzazione, valorizzazione e recupero del patrimonio e del tessuto esistente, delle periferie, delle aree dismesse e per il ripristino ambientale e paesaggistico delle aree degradate.

2. Il rinnovo urbano si attua per mezzo della conservazione, della ristrutturazione edilizia, della demolizione, della ricostruzione di edifici e la ristrutturazione urbanistica, di porzioni di città, e di insediamenti produttivi ed è realizzato attraverso un insieme organico e coordinato di operazioni, finalizzate all’innalzamento complessivo della qualità urbana e dell’abitare, alla valorizzazione, alla rigenerazione del tessuto economico sociale e produttivo, nel rispetto delle dotazioni territoriali essenziali di cui all’art. 6, secondo principi di sostenibilità economica sociale e ambientale.

3. I Comuni, nelle aree ritenute a particolare disagio sociale, attivano operazioni di rinnovo urbano integrandole con azioni di politica sociale e assistenziale, per l’innalzamento del livello di coesione sociale.

4. Le aree prioritarie per le operazioni di rinnovo sono individuate dai Comuni nella pianificazione urbanistica comunale programmatoria di cui all’art 7, comma 2, lett. a).

5. I Comuni pianificano le aree urbanizzate residuali funzionali alle operazioni di rinnovo e individuano i principali detrattori paesaggistici e urbani, prevedendone nelle forme più opportune l’eliminazione o la minimizzazione del loro impatto negativo

6. L’approvazione delle operazioni di rinnovo funzionale e rigenerazione urbana comporta la dichiarazione di pubblica utilità delle opere e l’urgenza ed indifferibilità dei lavori.

7. Le operazioni di rinnovo urbano possono essere realizzate anche in assenza di pianificazione operativa o in difformità dalla stessa, previo accordo urbanistico tra Comune e privati interessati dalle operazioni. Le Regioni con specifica normativa possono definire le procedure amministrative per consentire l’attuazione indiretta, in conformità e secondo gli accordi urbanistici di cui all’art. 14.

8. Le operazioni di rinnovo urbano, che comportano abbattimento e ricostruzione di porzioni di città, sono soggette a dibattito pubblico, da disciplinarsi con legge regionale. Il relativo piano – che si inserisce nella pianificazione attuativa di cui all’art. 7, comma 2, lett. b), è formato di concerto tra comune e gli altri soggetti pubblici coinvolti dagli interventi ivi previsti, con la partecipazione dei privati interessati. Si procede mediante conferenza di servizi o accordi di programma, ai sensi della legge 7 agosto 1990 n. 241.

9. Al fine di incentivare gli interventi di rinnovo urbano, come definiti al comma 1 e di contenere l’ulteriore occupazione di suolo agricolo ai sensi dell’ art. 1, oltre alle misure stabilite dall’art. 5, comma 9, del decreto legge 13 maggio 2011, n. 70, convertito con modificazioni dalla legge 12 luglio 2011, n. 106:

a) le imposte che gravano sugli immobili sono commisurate all’indice di densità edilizia di cui all’ art 5 comma 6, con una progressiva riduzione per le zone di maggiore densità edilizia;

b) le leggi regionali stabiliscono che, attraverso i piani urbanistici comunali, venga assegnata una premialità volumetrica – da intendersi come una ulteriore quantità edificatoria rispetto a quella di base spettante – connessa al miglioramento sismico, acustico, energetico, delle prestazioni bioclimatiche ed alla qualità igienico-sanitaria dei materiali impiegati nelle costruzioni da rinnovare, alla durabilità e facilità di manutenzione, all’eliminazione dei detrattori ci cui al comma 5, che può essere utilizzata anche in altre zone edificabili.

10. I Comuni costituiscono altresì un patrimonio di aree, nella loro disponibilità o derivanti da perequazione e compensazione, dove realizzare alloggi per esigenze temporanee o definitive per i proprietari degli immobili oggetto delle operazione di rinnovo urbano. A tale scopo, i Comuni in sede di approvazione di dette operazioni, assegnano tali aree ai soggetti promotori degli interventi allo stesso valore dell’indennità di esproprio.

11. Le aree di cui al comma precedente sono vincolate alla realizzazione e alle operazione di rinnovo urbano di cui al presente articolo.

12. I privati proprietari possono consorziarsi con un soggetto promotore, ovvero conferire allo stesso apposito mandato con rappresentanza

13. I proprietari degli immobili oggetto degli interventi di rinnovo urbano e il soggetto promotore possono stipulare contratti di compravendita, permuta totale o parziale aventi ad oggetto il trasferimento della proprietà degli immobili su cui si interviene a fronte della proprietà di quelli realizzati nelle aree di cui al comma 10 del presente articolo ovvero in altre aree.

14. Gli alloggi realizzati ai sensi del comma 10 del presente articolo, utilizzati in via temporanea da parte dei proprietari degli immobili ricadenti nelle operazioni di rinnovo, possono essere successivamente destinati a soddisfare esigenze di edilizia sociale o ceduti al Comune.

Art 17 (Attuazione delle politiche di rinnovo urbano)

1. Nella predisposizione e nell’attuazione delle operazioni di rinnovo urbano, i Comuni favoriscono forme di concertazione tra operatori pubblici e privati attraverso procedure di evidenza pubblica aperte a tutti i soggetti interessati.

2. Nel caso in cui negli ambiti da assoggettare a rinnovo siano presenti immobili di proprietà privata ovvero appartenenti al patrimonio disponibile di altri Enti pubblici, ritenuti necessari per l’attuazione degli interventi, in luogo delle procedure di cui al comma precedente, il Comune attiva procedure negoziali con i proprietari.

3. Nell’ipotesi di cui al comma 2, il concorso dei proprietari rappresentanti la maggioranza assoluta del valore degli immobili in base all’imponibile catastale, ricadenti nelle operazione di rinnovo urbano, è sufficiente a costituire il consorzio ai fini della presentazione al Comune delle proposte di realizzazione degli interventi e del relativo schema di convenzione ai sensi del comma 5 dell’art. 27 della legge 1 agosto 2002, n. 166.

4. Qualora i proprietari, a seguito di diffida, non partecipino alle operazioni di rinnovo e non abbiano aderito alla formazione del consorzio, l’immobile potrà essere assoggettato alle procedure espropriative. A tal fine, il Comune fissa un termine non superiore a novanta giorni, decorso infruttuosamente il quale, il consorzio consegue la piena disponibilità degli immobili, promuovendo direttamente la procedura espropriativa a proprio favore degli immobili dei proprietari non aderenti.

5. L’indennità di esproprio posta a carico del consorzio deve corrispondere al valore venale dei beni espropriati diminuito degli oneri di urbanizzazione stabiliti in convenzione ai sensi del comma 5 dell’articolo 27 della legge 1 agosto 2002, n. 166. L’indennità può essere corrisposta anche mediante permute di altre proprietà immobiliari site nel Comune.

6. Nel caso in cui non sia stata raggiunta la maggioranza di cui al presente articolo o non sia stata raggiunta un’intesa con i soggetti interessati, il Comune attua le procedure di evidenza pubblica aperte a tutti i soggetti interessati a parteciparvi.

Art. 18 (Edilizia residenziale sociale. Qualificazione del servizio)

1. L’edilizia residenziale sociale comprende tutti gli interventi di edilizia residenziale pubblica e privata (edilizia residenziale pubblica sociale: ERPS, edilizia residenziale sociale: ERS) diretti alla realizzazione di alloggi sociali, così come definiti dall’art. 1 del DM Infrastrutture n. 32438 del 22 aprile 2008, realizzati da soggetti pubblici e privati. Tali alloggi concorrono ad assicurare il diritto sociale all’abitazione a favore degli individui e dei nuclei familiari che non sono in grado, anche per situazioni di disagio economico e sociale, di accedere al libero mercato, ovvero che hanno esigenze abitative collegate a particolari condizioni di lavoro o di studio. Sono compresi nella definizione di alloggio sociale, per le finalità di cui al presente articolo, anche gli interventi edilizi in locazione permanente e temporanea, nonché in proprietà.

2. Per alloggio sociale si intende l’unità immobiliare adibita ad uso residenziale che svolge la funzione di interesse generale, nella salvaguardia della coesione sociale, di riduzione del disagio abitativo per individui e nuclei familiari in difficoltà che non sono in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato per l’assenza di un’offerta adeguata o commisurata alle situazioni di disagio economico e sociali.

3. L’alloggio sociale si configura come elemento essenziale del sistema di edilizia residenziale sociale. Tale sistema è ispirato da principi di sostenibilità ed è costituito dall’insieme organico e strutturato di alloggi e servizi abitativi e di prossimità, di azioni e strumenti rivolti a coloro che non riescono a soddisfare le esigenze primarie.

4. La finalità del sistema di edilizia residenziale sociale è di migliorare la condizione delle persone, favorendo la formazione di un contesto abitativo dignitoso e dinamico all’interno del quale sia possibile, non solo accedere ad un alloggio adeguato, ma anche creare relazioni umane coese e costruttive.

5. Le Regioni sentiti i Comuni, individuano le categorie sociali a cui sono destinare gli interventi di edilizia residenziale sociale.

6. Il servizio di edilizia residenziale sociale viene erogato da operatori pubblici e privati prioritariamente tramite l’offerta di alloggi in locazione alla quale va destinata la prevalenza delle risorse disponibili, nonché il sostegno all’accesso alla proprietà della casa, perseguendo l’integrazione delle diverse fasce sociali, che potrà essere favorita dalla presenza di un equilibrato mix di funzioni.

7. Le azioni di politica sociale e assistenziale integrano il servizio di edilizia residenziale sociale e concorrono al miglioramento delle condizioni di vita, di relazione e di inserimento nel contesto sociale e nel mondo del lavoro.

8. L’edilizia residenziale sociale è un servizio, erogato da operatori pubblici e privati, di interesse economico generale, che si determina come standard aggiuntivo, attraverso l’offerta di “alloggi sociali” in locazione e in proprietà.

Art. 19 (Edilizia residenziale sociale. Principi e forme di incentivazione)

1. Le politiche abitative pubbliche dirette alla programmazione, regolamentazione, realizzazione e gestione degli alloggi sociali, favoriscono il coinvolgimento degli soggetti pubblici e privati, anche del terzo settore, sulla base del principio di sussidiarietà.

2. Gli interventi realizzati da soggetti privati, individuati tramite procedure di evidenza pubblica, sono regolati da procedure di accreditamento dei soggetti stessi, ovvero da apposita convenzione, che disciplinino l’asservimento degli alloggi e le modalità di gestione, sulla base della normativa regionale o di strumenti di pianificazione territoriale locale.

3. Ai fine di garantire l’equilibrio economico-finanziario delle iniziative, il sistema di edilizia residenziale sociale, può avvalersi di specifiche modalità operative di sostegno ai promotori, coerentemente con quanto già previsto all’ art 11, comma 5 del legge 133/2008, quali :

a) il trasferimento o incremento premiale di diritti edificatori, a compensazione della realizzazione e gestione di alloggi sociali, di standard urbanistici, di miglioramento della qualità urbana;

b) la riduzione del prelievo fiscale di pertinenza comunale o degli oneri connessi al permesso di costruire;

c) la cessione di diritti edificatori quale corrispettivo per la realizzazione e cessione al Comune di alloggi sociali;

d) riduzione o annullamento dei corrispettivi per l’assegnazione delle aree da parte degli enti pubblici, specie se queste sono acquisite a titolo gratuito, ovvero mediante l’istituto della cessione compensativa;

e) esenzione o riduzione delle tasse comunali sugli immobili;

f) esenzione dal contributo commisurato al costo di costruzione, equiparando tali interventi a quelli di edilizia residenziale pubblica nell’ambito dei Piani di zona di cui alla legge 167/62;

g) applicazione di un’aliquota forfettaria ridotta sulla base imponibile dei redditi derivanti dai canoni degli alloggi in affitto;

h) costituzione di fondi immobiliari destinati all’incremento dell’offerta abitativa ovvero alla promozione di strumenti finanziari immobiliari innovativi e con la partecipazione di altri soggetti pubblici o privati articolati anche in un sistema integrato nazionale e locale per l’acquisizione e realizzazione di immobili residenziali;

i) promozione da parte dei soggetti privati di interventi ai sensi della parte II, titolo III del D.lgs . n. 163/2006;

l) agevolazioni amministrative e forme di garanzia in favore di soggetti pubblici e privati per la realizzazione e la gestione di alloggi ai sensi del comma 1, con particolare riferimento al rischio di insolvenza nel pagamento dei canoni di locazione.

4. Per tutti gli interventi di edilizia residenziale sociale si applica la riduzione o l’esonero dal contributo di costruzione secondo quanto stabilito per i corrispondenti interventi di edilizia residenziale pubblica ai sensi dell’art. 17 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380.

5. La realizzazione di alloggi sociali può avvenire anche attraverso lo strumento del permesso di costruire in deroga, ai sensi e per gli effetti dell’art. 14 del D.P.R. 6 giugno 2001, n.380.

Art. 20 (Semplificazioni in materia edilizia)

1. Il Governo – previa intesa in sede di Conferenza Unificata, ai sensi dell’art. 8, comma 6 legge n. 131 del 2003 – è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo di riordino e semplificazione delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia di cui al d.p.r. 6 giugno 2001, n. 380, secondo i seguenti principi e criteri direttivi:

i) semplificazione e razionalizzazione della disciplina dei titoli edilizi;

ii) riorganizzazione dello Sportello Unico dell’edilizia e dei procedimenti relativi;

iii) riordino della normativa tecnica sulle costruzioni e sui prodotti da costruzione.

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#04_opere di urbanizzazione

#04_opere di urbanizzazione

 Con il termine opere di urbanizzazione si indica l’insieme delle attrezzature necessarie a rendere una porzione di territorio idonea all’uso insediativo previsto dagli strumenti urbanistici vigenti.

“Urbanizzare” un territorio significa realizzare le opere necessarie affinché esso possa ospitare un insediamento, abitativo o produttivo.

Nell’espansione urbana, la costruzione di nuovi edifici è quindi sempre accompagnata dalla realizzazione di attrezzature, capaci di garantire l’uso futuro degli edifici stessi e la vita di relazione degli abitanti.
Nel corso del tempo il termine “urbanizzazione” ha assunto caratteri e significati diversi.
Negli anni settanta del secolo scorso, caratterizzati da una forte crescita edilizia, questo termine veniva generalmente utilizzato per indicare le grandi trasformazioni che il territorio “naturale” subiva a causa del processo di espansione fisica della città. Edifici residenziali e produttivi, strade e ferrovie modificavano il territorio circostante e i grandi centri abitati, trasformando le precedenti destinazioni d’uso, agricole o boschive, in aree edificabili.
Nell’attuale fase di sviluppo urbano, concentrata sul recupero dei “vuoti urbani” e sulla riqualificazione delle periferie, terminato ormai il periodo delle grandi espansioni edilizie, il termine “urbanizzazione” si riferisce in genere ad interventi di manutenzione o ammodernamento delle opere di urbanizzazione esistenti, e, soprattutto, ad operazioni di completamento, con particolare riferimento ad attrezzature di tipo culturale o ricreativo, spesso insufficienti, anche se determinanti per la qualità di vita locale.
Secondo il tipo e la funzione delle diverse attrezzature, le opere di urbanizzazione si suddividono in primarie, secondarie e generali.
Tale classificazione non si riferisce però ad un carattere di priorità delle diverse opere, tutte comunque indispensabili e tra loro complementari, quanto piuttosto alla successione temporale con la quale generalmente vengono realizzate.
Le opere di urbanizzazione primaria (o tecnologica) comprendono tutte le attrezzature a rete, o infrastrutture, necessarie per assicurare ad un’area edifi- cabile l’idoneità insediativa in senso tecnico, cioè tutte quelle attrezzature che rendono possibile l’uso degli edifici. Esse includono, infatti, le strade residenziali, comprese le aree di sosta e di parcheggio, le fognature, la rete idrica, la rete di distribuzione dell’energia elettrica e del gas, la pubblica illuminazione, i piccoli spazi di verde attrezzato al servizio delle abitazioni.

Tali opere rappresentano la premessa indispensabile all’edificabilità dell’area ed alla possibilità che essa ospiti insediamenti abitativi o produttivi.
Nell’attività edilizia relativa alla nuova edificazione, il rilascio del Permesso di costruire è infatti sempre subordinato «alla esistenza delle opere di urbanizzazione primaria, o alla previsione da parte del Comune della realizzazione delle stesse nel successivo triennio, ovvero all’impegno degli interessati di procedere all’attuazione delle medesime contemporaneamente alla realizzazione dell’intervento oggetto del permesso» (art. 12 del T.U. dell’edilizia, D.P.R. 380/2001).
Le opere di urbanizzazione secondaria (o sociale) includono tutte quelle at- trezzature di carattere locale che rendono l’insediamento funzionale per gli abitanti, garantendo la vita di relazione. Troviamo quindi in questa categoria gli asili nido e le scuole materne, le scuole dell’obbligo, i mercati di quartiere, le chiese e gli altri edifici per i servizi religiosi, gli impianti sportivi, le attrezzature per attività ricreative, culturali, sociali, sanitarie ed amministrative, non- ché le aree verdi di quartiere.
In funzione della qualificazione che apportano al territorio, le opere di urbanizzazione primaria e secondaria vengono anche denominate, rispettiva- mente, “opere a standard tecnico” ed “opere a standard sociale”.

Relativamente alle opere di urbanizzazione secondaria, occorre però sotto- lineare come, fino ad oggi, sia stato troppo spesso considerato come priorita- rio il solo fabbisogno di edilizia scolastica, trascurando invece l’importanza che possono svolgere all’interno della vita di quartiere strutture di aggregazione, quali centri sociali o culturali, sia per i giovani che per gli anziani.
Questo ha comportato una relativa carenza di importanti servizi di quartiere, come biblioteche, sale multimediali, spazi dedicati alla musica o al teatro, aree di verde attrezzato, soprattutto nei quartieri di edilizia residenziale pubblica, dove tali attrezzature sarebbero state indispensabili, sia per la vita socia- le della collettività sia soprattutto per contrastare i fenomeni di segregazione sociale, che spesso caratterizzano tali insediamenti.
La definizione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria ha subi- to nel corso del tempo diverse integrazioni.
La prima legge che le descrive risale al 1964 (legge 847/1964) quando, per l’attuazione dei Piani di zona, si rese necessaria la loro definizione. All’art. 4 di tale legge viene specificato che le opere di urbanizzazione primaria comprendono le strade residenziali ed i relativi spazi di sosta o di parcheggio, le fognature, la rete idrica, la rete di distribuzione dell’energia elettrica e del gas, l’illuminazione pubblica e gli spazi di verde attrezzato al servizio delle abitazioni, mentre quelle di urbanizzazione secondaria includono gli asili nido e le scuole materne, i mercati di quartiere, le delegazioni comunali, le chiese e gli altri edifici religiosi, gli impianti sportivi di quartiere, i centri sociali, le attrezzature culturali e quelle sanitarie.

OPERE DI URBANIZZAZIONE

Successivamente, la legge 865/1971, riguardante gli interventi di edilizia residenziale pubblica, ha ampliato il campo delle opere di urbanizzazione secondaria, includendovi anche le aree verdi di quartiere, prima escluse.
Nel 1988, la Legge finanziaria 67/1988, in materia di opere pubbliche nel- l’ambito degli interventi in favore del territorio, ha ulteriormente ampliato il campo delle opere di urbanizzazione secondaria, includendo tra le attrezzature scolastiche anche le strutture ed i complessi per l’istruzione superiore all’ob- bligo 1. Questo tipo di attrezzature di livello superiore costituisce, in realtà, un’eccezione all’interno delle opere di urbanizzazione secondaria, che si riferi- scono invece ad attrezzature di livello locale.
Più recentemente, infine, il T.U. in materia di edilizia (D.P.R. 380/2001), all’art. 16, nella definizione dei contributi per il rilascio del Permesso di co- struire, inserisce tra gli interventi di urbanizzazione primaria anche i cavedi multiservizi ed i cavidotti per il passaggio delle reti di telecomunicazione, mentre include tra gli interventi di urbanizzazione secondaria, le opere e gli impianti destinati allo smaltimento, al riciclaggio o alla distruzione dei rifiuti urbani (speciali, pericolosi, solidi e liquidi) ed alla bonifica di aree inquinate.
Le opere di urbanizzazione primaria e secondaria, alla luce delle diverse integrazioni di legge, comprendono quindi rispettivamente: strade residenziali, spazi di sosta o di parcheggio, fognature, rete idrica, rete di distribuzione del- l’energia elettrica e del gas, pubblica illuminazione, spazi di verde attrezzato servizio delle abitazioni, cavedi multiservizi e cavidotti per il passaggio delle reti di telecomunicazione (urbanizzazione primaria); asili nido e scuole mater- ne, scuole dell’obbligo nonché strutture e complessi per l’istruzione superiore all’obbligo, mercati di quartiere, delegazioni comunali, chiese ed altri edifici per i servizi religiosi, impianti sportivi di quartiere, aree verdi di quartiere, centri sociali, attrezzature culturali e sanitarie, comprese le opere e gli impian- ti destinati allo smaltimento, al riciclaggio o alla distruzione dei rifiuti urbani ed alla bonifica di aree inquinate (urbanizzazione secondaria).
Le opere di urbanizzazione generale, infine, seppur non definite nello speci- fico da alcuna normativa statale, sono comunque di fondamentale importanza per una città, dal momento che comprendono tutte le attrezzature di livello superiore, a scala urbana e territoriale, non incluse nel precedente elenco, ne- cessarie a soddisfare bacini di utenza più ampi di quelli locali. In funzione della dimensione territoriale e dell’importanza del Comune, le opere di urbanizzazione generale comprendono attrezzature diverse per tipologia e rango, come ospedali, parchi urbani e territoriali, università, musei, teatri, strade di livello superiore a quello locale, ma anche cimiteri, aeroporti, interporti e grandi attrezzature sportive come gli stadi.
Facendo riferimento al caso romano, tra le opere di urbanizzazione generale troviamo ad esempio le sedi della pubblica amministrazione, come i ministeri, i municipi, l’agenzia delle entrate o il catasto; le sedi universitarie; le grandi attrezzature culturali come l’auditorium o il centro congressi dell’Eur; i complessi sportivi come il Foro Italico.

Il numero e la qualità delle opere di urbanizzazione presenti in un insedia- mento indicano il livello di urbanizzazione dell’insediamento stesso e rappre- sentano un importante indicatore della qualità di vita dei suoi abitanti.
Le opere di urbanizzazione secondaria, in particolare, così come quelle di urbanizzazione generale, contribuiscono a dare forma all’impianto urbano, qualificando il sistema degli spazi pubblici e costituendo spesso dei punti di riferimento per la popolazione locale. La loro progettazione richiede quindi una particolare attenzione, sia relativamente alla qualità edilizia, sia, soprattut- to, in relazione alla loro localizzazione, accessibilità e fruibilità, che rappre- sentano le caratteristiche più importanti affinché tali attrezzature possano dav- vero costituire dei luoghi d’incontro e di socializzazione.

Elenco delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, alla luce delle diverse interazioni di legge e così come riportate nel Testo Unico in materia edilizia (D.P.R. 380/2001, art. 16)

Opere di urbanizzazione primaria *

a) strade residenziali

b) spazi di sosta o di parcheggio

c) fognature

d) rete idrica

e) rete di distribuzione dell’energia elettrica e del gas

f ) pubblica illuminazione

g) spazi di verde attrezzato al servizio delle abitazioni

a) cavedi multiservizi e cavidotti per il passaggio delle reti di telecomunicazione

Opere di urbanizzazione secondaria **

a) asili nido e scuole materne

b) scuole dell’obbligo

c) strutture e complessi per l’istruzione superiore all’obbligo

d) mercati di quartiere

e) delegazioni comunali

f ) chiese ed altri edifici per i servizi religiosi

g) impianti sportivi di quartiere

h) aree verdi di quartiere

i) centri sociali, attrezzature culturali e sanitarie (comprese le opere e gli impianti destinati allo smaltimento, al riciclaggio o alla distruzione dei rifiuti urbani ed alla bonifica di aree inquinate)

* Le opere di urbanizzazione primaria comprendono tutte le attrezzature a rete, o infrastrutture, che rendono accessibile ed utilizzabile un edificio, destinato ad attività residenziali o produttive.

** Le opere di urbanizzazione secondaria includono invece tutte quelle attrezzature di carattere locale che ren- dono funzionale un insediamento, garantendo la vita di relazione degli abitanti.

Riferimenti bibliografici

COLOMBO G (1991), Dizionario di urbanistica: voci e locuzioni d’uso corrente in urbani- stica applicata, Pirola, Milano.
LEONE N. G. (2004), Elementi della città e dell’urbanistica, Palombo & C., Palermo. MERCANDINO A. (2006), Urbanistica tecnica. Pianificazione generale, il Sole 24 Ore, Milano. PIRODDI E. (a cura di) (1996), voce Urbanistica, in F. Rossi, F. Salvi (dir.), Manuale di
ingegneria civile e ambientale, Zanichelli/ESAC, Bologna 2006, vol. 3, pp. U.1-203.

OPERE DI URBANIZZAZIONE

ZEVI L. (a cura di) (2004), Il nuovissimo manuale dell’architetto, vol. II, sez. G: Urbani- stica, Mancosu, Roma.

Riferimenti normativi

Legge 18 aprile 1962, n. 167, Disposizioni per favorire l’acquisizione di aree per l’edili- zia economica e popolare.
Legge 29 settembre 1964, n. 847, Autorizzazione ai Comuni e loro Consorzi a contrarre mutui per l’acquisizione delle aree ai sensi della legge 18 aprile 1962, n. 167.
Legge 22 ottobre 1971, n. 865, Programmi e coordinamento per l’edilizia residenziale pubblica.
Legge 11 marzo 1988, n. 67, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e plu- riennale dello Stato, Legge finanziaria 1988.
D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia.
D.Lgs. 27 dicembre 2002, n. 301, Modifiche ed integrazioni al D.P.R. 6 giugno 2001, n.
380, recante testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia.

di Catia Carosi

Fonte: da internet

#Smart City

#Smart City


La città intelligente (dall’inglese smart city) in urbanistica e ingegneria è un insieme di strategie di pianificazione urbanistica tese all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città «con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita»grazie all’impiego diffuso delle nuove tecnologie della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente e dell’efficienza energetica, al fine di migliorare la qualità della vita e soddisfare le esigenze di cittadini, imprese e istituzioni.
Le prestazioni urbane dipendono non solo dalla dotazione di infrastrutture materiali della città (capitale fisico), ma anche, e sempre di più, dalla disponibilità e qualità della comunicazione, della conoscenza e delle infrastrutture sociali (capitale intellettuale e capitale sociale). Quest’ultima forma di capitale in particolare è determinante per la competitività urbana.
Il concetto di città intelligente è stato introdotto in questo contesto come un dispositivo strategico per contenere i moderni fattori di produzione urbana in un quadro comune e per sottolineare la crescente importanza delle tecnologie della comunicazione (ICT) e dell’informazione, il capitale sociale e ambientale nel definire il profilo di competitività delle città, muovendosi verso la sostenibilità e verso misure ecologiche sia di controllo sia di risparmio energetico, ottimizzando le soluzioni per la mobilità e la sicurezza. Il significato dei due assetti (del capitale sociale e di quello ambientale) evidenzia la necessità di un lungo cammino da compiere per distinguere le città smart da quelle con maggior carico tecnologico, tracciando una linea netta tra di loro, ciò che va sotto il nome di città intelligenti e di città digitali.
Il termine Smart City è stato utilizzato anche dalle aziende e dalle città come concetto di marketing.

 

          

 

Smart City: prospettive strategiche e normative Amazon Image
02 | Ernst Neufert,il pioniere della standardizzazione #Architects’ data.

02 | Ernst Neufert,il pioniere della standardizzazione #Architects’ data.

Ernst Neufert (15 marzo 1900-23 febbraio 1986) è stato un  architetto tedesco, assistente di Walter Gropius,  insegnante e membro di varie organizzazioni di standardizzazione, e soprattutto per il suo Architects’ data.

La prima edizione del libro è del 1936 a Berlino.  La lettura del libro di Neufert, il cui pur ellittico titolo italiano completo ha  richiesto cinque parole (Enciclopedia Pratica per Progettare Costruire)  contro una del titolo originale (Bauentwurfslehre),può, tra le altre, suggerire  le seguenti parole chiave:

• Misura Umana,

• Classificazione,

• Standardizzazione.

Ma prima di occuparsene pare necessario non eludere una domanda: è  l’Enciclopedia … di Neufert un libro da leggere? O non è solo un manuale  da consultare?

La salomonica risposta (ed anche quella più convincente) è che il libro è  entrambe le cose: usarlo come un’opera solo da consultare può essere  riduttivo, perché proprio nella sua puntigliosa esaustività e nell’ordine con  cui questa è esposta si annida una visione del mestiere (di architetto) che  solo la lettura sistematica (da pag. 1 in poi …) può svelare.

Giova anche osservare che questo è possibile ed ha senso solo se si usa  un’edizione datata del libro, prima che le aggiunte apocrife delle edizioni  recenti, nell’irrealizzabile ed insensata idea di aggiornarlo, non ne avessero snaturato la concezione.

Misura Umana

Noi ci rendiamo (…) subito esattamente conto delle dimensioni di un  oggetto quando vi vediamo vicino un uomo sia ciò al vero che nella sua  rappresentazione grafica.

Le misure del corpo umano non sono quindi solamente (e banalmente) un  insieme di dati di partenza per calcolare la misura giusta di oggetti e di  spazi, cioè di quelle cose create dall’uomo per servirlo e quindi (…) dimensionate in rapporto a lui.

Esse sono anche un punto di riferimento per l’idea stessa di misura che  ciascuno (chi più, chi meno) porta in sé: il concetto della grandezza di  qualsiasi cosa è per noi, ancora oggi, meglio afferrabile se … viene  comparata alle misure del corpo umano o di sue parti (braccio, piede,  spanna, pollice …): questi sono concetti innati in noi e che stanno, si può  dire, nel nostro sangue.

E’ passato del tempo, ed oggi, con maggiore precisione scientifica, si  direbbe nel nostro codice genetico; ma per il resto la cosa è nella sostanza  ancora del tutto sostenibile.

Per questo il libro si presta alla doppia lettura prima osservata; per questo  nelle sue versioni primitive è e resta di gran lunga superiore alle tante opere  simili stampate in seguito, incluso il nostrano Manuale dell’Architetto (tranne  la sua prima edizione, imbarazzante calco del libro di Neufert allora non  ancora edito in Italia).

Classificazione

Dopo i capitoli iniziali intorno agli studi preparatori ed al progetto (da non  sottovalutare: si tratta di un’autentica proposta di metodo), l’impianto del  libro è classificatorio ed ordinato dal particolare al generale: dai particolari  costruttivi; alle disposizione e dimensioni delle aree, dei vani e degli  impianti; ai vari tipi di edifici; ad alcune tavole generali conclusive.

Pregio principale dell’opera è di aver riunito in un solo libro, in concisa  sintesi, tutto l’essenziale per progettare e costruire.

E’ nota, quasi un luogo comune, la totale mancanza di senso dell’umorismo  di chi si occupa di tassonomie, parola tremenda perché contiene  contemporaneamente i concetti di regola e di ordine (ciascuno rispettabile  in sé, ma inquietanti se messi insieme).

Su questo un Maestro argentino, capace di nascondere il sarcasmo sotto  un’erudizione vastissima, ma non ostentata, ha scritto parole forse decisive.

Neufert non fa eccezione: la sua seriosa vis classificatoria, unita ad un  corrispondente desiderio di esaustività, lo hanno condotto verso alcune  forzature dalle quali ci si poteva aspettare una veloce caducità del libro.

E invece il successo editoriale continua, segno evidente che le parti vitali  dei suoi contenuti riescono comunque a prevalere su quelle che il tempo  che passa rende obsolete.

Per questo è impresa futile e vana tentare di aggiornarlo: perché si corre il  rischio di offuscarne le parti vitali, che consistono nella più esauriente  trattazione del rapporto tra le misure degli esseri umani e quelle degli spazi  e degli oggetti di cui si servono.

Non ha importanza se gli oggetti delle vecchie edizioni appaiono un poco  demodé: le loro misure continuano ad essere sensate nei valori assoluti ed  in rapporto con le misure umane.

Ed il fatto che anche queste si siano (lievemente) modificate dai tempi di  Neufert, quando gli esseri umani erano di statura inferiore e vivevano meno  a lungo di oggi (e non solo per le guerre), non ha ancora messo fuori gioco  il suo generoso lavoro.

Standardizzazione

La vis classificatoria non è stata peraltro solo un tratto del carattere  personale.  In quegli anni l’affermazione planetaria della produzione industriale in serie  imponeva scelte di unificazione e di standardizzazione in una vasta  fattispecie di manufatti.

Il comitato tedesco per l’unificazione (Din) si costituisce nel 1917 … per  sviluppare norme e standard come un servizio per l’industria, lo stato e la società considerati come un tutto.

Contemporaneamente artisti diversi, ed anche tra loro intellettualmente e  politicamente lontani, cantavano in coro le qualità estetiche del prodotto industriale, fornendo per questa via una base culturale internazionale a quei  processi che, proprio perché confinati entro limiti nazionali, porteranno nel Novecento a due terrificanti conflitti.

Gli architetti non sono estranei a tutto questo: è anche nel loro sentire  comune … l’utilità di un coordinamento tra l’industria e l’edilizia, come si  esprime (in piena seconda guerra mondiale) l’ente italiano di Unificazione  (Uni), che aggiunge: “… questo coordinamento è attuabile attraverso la  semplificazione e l’unificazione; è per questo che l’Uni (…) ha fino dal 1940  intrapreso i lavori di unificazione nel campo dell’edilizia …”.

Anche qui l’Italia pare un poco in ritardo, ma il processo è davvero  travolgente e pervasivo su scala planetaria.

Queste considerazioni dànno una chiave in più per comprendere il lavoro di Neufert: non è solo uno strumento per non sbagliare la pendenza di una  scala o la misura di una sala da bagno, ma è ben altro.

E’ uno sforzo di semplificazione e di unificazione che si propone di  aggiornare ai tempi nuovi il settore dell’edilizia, ritenuto tecnologicamente arretrato; e che trova nella classificazione e nella normalizzazione gli strumenti efficaci ed opportuni (ed anche desiderabili) per farlo.

fonte: Nico Bolla Dispense del Corso

Esiste anche una versione cinese: Jianzhu She jizi liaojizi

Enciclopedia pratica per progettare e costruire

 

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#Tutela del Paesaggio: il Codice dei Beni Culturali e del #Paesaggio

#Tutela del Paesaggio: il Codice dei Beni Culturali e del #Paesaggio

La normativa sulla tutela dei beni paesaggistici sostanzialmente si basa sul  decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, che, sulla base della delega contenuta nell’articolo 10 della legge n. 137/2002, ha introdotto il “codice dei beni culturali e del paesaggio”, meglio noto come “codice Urbani”.

Il “codice Urbani” si presenta, da un punto di vista sistematico, come la diretta attuazione dell’articolo 9 della Costituzione, ai sensi del quale la Repubblica Italiana “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”.

Tale dettato costituzionale, pur con i suoi evidenti limiti, costituisce tuttora, dopo quasi 60 anni dalla sua entrata in vigore, il cardine dogmatico di tutto il diritto ambientale nonché il baluardo giuridico della tutela del patrimonio naturalistico italiano. L’espressione “paesaggio” contenuta nel suindicato articolo 9, infatti, non deve essere riferita solo a ciò che attiene alla forma esteriore ed estetica del territorio, ma deve essere interpretata in una accezione più generale con il significato di ambiente.

In ogni caso la centralità del paesaggio e la rilevanza della sua tutela tra i valori costituzionalmente garantiti sono principi da sempre riconosciuti nell’ordinamento giuridico della Repubblica. Centralità riconosciuta anche da un consolidato orientamento della Corte Costituzionale, ai sensi del quale la tutela del bene paesaggistico è elevata a valore primario dell’ordinamento, non è suscettibile di essere subordinata ad altri interessi e costituisce un interesse pubblico fondamentale, primario ed assoluto che va salvaguardato nella sua interezza.

Recentemente, poi, tali principi sono stati riaffermati anche in una importante sentenza della sesta Sezione del Consiglio di Stato, secondo la quale l’articolo 9 della Costituzione erige il valore estetico-culturale del bene paesaggistico a valore primario dell’ordinamento; da ciò ne discende che la tutela del paesaggio, che sovrintende a superiori interessi pubblici, deve realizzarsi a prescindere da ogni valutazione dei singoli interessi privati.

Il nuovo codice, inoltre, ha armonizzato la normativa quadro in materia di tutela del paesaggio con le disposizioni contenute nel nuovo titolo V della seconda parte della Costituzione. Infatti, il “codice Urbani”, in coerenza con le competenze esclusive dello Stato e delle Regioni come delineate dal nuovo articolo 117 della Costituzione,1 riparametra l’ambito dell’intervento pubblico e ridefinisce l’attribuzione delle funzioni amministrative in materia di tutela, conservazione e valorizzazione del “patrimonio culturale”, sulla base anche del principio di sussidiarietà e di adeguatezza previsto dall’articolo 118 della Costituzione.2

Il corpus normativo in materia di tutela paesaggistica, che ricomprende anche l’articolo 734 del codice penale, è stato recentemente integrato con l’approvazione della legge n. 36/2004, recante il “nuovo ordinamento del Corpo Forestale dello Stato”. Tale legge, infatti, assegna espressamente al Corpo Forestale dello Stato, in qualità di Forza di polizia specializzata nella tutela del paesaggio, la competenza istituzionale relativa alla vigilanza sul rispetto della normativa nazionale ed internazionale concernente la salvaguardia delle risorse paesaggistiche della nazione. Il legislatore, con questa integrazione, ha individuato nel Corpo Forestale dello Stato un ulteriore organo statale di controllo specializzato nella tutela del paesaggio. Organo, è bene sottolineare, di polizia, professionalmente specializzato, estraneo al procedimento autorizzatorio e presente in modo ramificato sul territorio, ma al tempo stesso svincolato dagli interessi territoriali e dalle pressioni locali.

Il “codice Urbani”

Il nuovo codice dei beni culturali e del paesaggio è entrato in vigore il 1° maggio 2004, è composto da 184 articoli ed è suddiviso in cinque parti.

La parte prima contiene le disposizioni generali.

La parte seconda e la parte terza, invece, disciplinano rispettivamente i beni culturali in senso stretto e i beni paesaggistici, che qui interessano.

La parte quarta è relativa alle sanzioni amministrative ed a quelle penali.

La parte quinta, infine, contiene le disposizioni transitorie e finali.

La principale innovazione introdotta dal nuovo codice consiste nel considerare il paesaggio come parte integrante del patrimonio culturale.

Ai sensi dell’articolo 2, infatti, il patrimonio culturale della Repubblica è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici.

Altra importante novità del nuovo codice consiste nell’aver definito per la prima volta il significato giuridico sia di “tutela” e che di “valorizzazione” dei beni paesaggistici.

Per tutela si intende l’esercizio delle funzioni e la disciplina delle attività dirette ad individuare i beni paesaggistici ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione. L’esercizio di queste funzioni di tutela si esplica anche attraverso provvedimenti volti a conformare ed a regolare diritti e comportamenti inerenti ai beni paesaggistici medesimi.

Per valorizzazione, invece, si intende l’esercizio delle funzioni e la disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza dei beni paesaggistici e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica dei beni medesimi. Essa comprende anche la promozione ed il sostegno degli interventi di conservazione. Ovviamente, la valorizzazione è attuata in forme compatibili con la tutela e tali da non pregiudicarne le relative esigenze.

Il nuovo codice, inoltre, abrogando e sostituendo completamente il decreto legislativo n. 490/1999, recante il Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali ed ambientali, pone definitivamente ordine alla complessa materia connessa alla tutela paesaggistica ed introduce nell’ordinamento giuridico una disciplina sistematica ed unitaria.

Le altre disposizioni in materia di tutela del paesaggio contenute nel nuovo codice sono, in sintesi, le seguenti.

Le Autorità preposte

L’esercizio unitario delle funzioni di tutela dei beni paesaggistici sono attribuite al Ministero per i Beni e le attività culturali, che le esercita direttamente o ne può conferire l’esercizio alle regioni, tramite forme di intesa e coordinamento. Spettano al Ministero anche la definizione delle politiche di tutela e valorizzazione del paesaggio e la funzione di vigilanza sui beni paesaggistici tutelati.

Le Soprintendenze, strutture periferiche del Ministero, perdono il potere di annullare le autorizzazioni paesaggistiche già concesse, ma acquisiscono quello di fornire un parere preventivo ed obbligatorio per il rilascio delle stesse. Tale parere, tuttavia, non solo diviene eventuale decorsi i sessanta giorni assegnati, ma è anche non vincolante e può essere quindi eventualmente disatteso dall’organo di amministrazione attiva (la Regione o l’ente locale delegato) attraverso un’adeguata e dettagliata motivazione. Tale previsione è particolarmente delicata perché significa che anche un ufficio tecnico di un piccolo Comune può, sebbene con adeguata motivazione, disattendere il parere dell’organo statale titolare della più alta competenza in materia. In tal modo viene in parte svilita la competenza del Ministero che risulta così privato di quella funzione di “estrema difesa del vincolo”, che costituiva uno dei principi cardine del precedente sistema di tutela del paesaggio.

Le Regioni, invece, assicurano che il paesaggio sia adeguatamente tutelato e valorizzato. A tal fine, le Regioni cooperano con il Ministero nell’esercizio delle funzioni di tutela esercitando le relative funzioni amministrative e provvedono a promuovere la conoscenza dei beni paesaggistici ai fini della fruizione pubblica degli stessi nonché a sostenere gli interventi di valorizzazione e di conservazione dei beni medesimi.

Le Regioni, inoltre, sottopongono a specifica normativa d’uso il territorio, approvando piani paesaggistici ovvero piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesaggistici, concernenti l’intero territorio regionale.

Le Regioni, infine, vigilano sull’ottemperanza alle disposizioni contenute nel presente codice da parte delle Amministrazioni da loro individuate per l’esercizio delle competenze in materia di paesaggio.

I Comuni, accertata la compatibilità paesaggistica dell’intervento ed acquisito il parere della Soprintendenza competente per territorio, rilasciano la prescritta autorizzazione. I Comuni, inoltre, unitamente agli altri enti territoriali ed agli enti gestori delle aree naturali protette, conformano ed adeguano i propri strumenti di pianificazione territoriale ed urbanistica alle previsioni dei piani paesaggistici, introducendo, ove necessario, le ulteriori previsioni conformative che risultino utili ad assicurare l’ottimale salvaguardia dei valori paesaggistici individuati dai piani.

Infine, il nuovo codice obbliga tutte le amministrazioni pubbliche competenti in materia a cooperare tra loro per la definizione di indirizzi e criteri riguardanti le attività di tutela, pianificazione, recupero riqualificazione e valorizzazione del paesaggio e di gestione dei relativi interventi.

I beni paesaggistici sottoposti a tutela

Innanzitutto, ai fini del nuovo codice, per paesaggio si intende una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni.

Ai sensi dell’articolo 134 del nuovo codice, si considerano beni paesaggistici e quindi sottoposti a tutela:

a) gli immobili e le aree di notevole interesse pubblico indicati nel successivo articolo 136;

b) le aree tutelate per legge per il loro interesse paesaggistico ed indicate nel successivo articolo 142;

c) gli immobili e le aree comunque sottoposti a tutela dai singoli piani paesaggistici.

Ai fini dell’individuazione dei beni paesaggistici sottoposti a tutela, si rammenta che, per l’articolo 136, si considerano immobili ed aree di notevole interesse pubblico:

a) le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica;

b) le ville, i giardini e i parchi, non tutelati dalle disposizioni della

Parte seconda del presente codice, che si distinguono per la loro non comune bellezza;

c) i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale;

d) le bellezze panoramiche considerate come quadri e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze.

Invece, per aree tutelate direttamente per legge, ai sensi dell’articolo 142, si intendono:

a) i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i terreni elevati sul mare;

b) i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i territori elevati sui laghi;

c) i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua iscritti negli elenchi previsti dal testo unico delle disposizioni di legge sulle acque ed impianti elettrici, approvato con regio decreto n. 1775/1933, e le relative sponde o piedi degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna;

d) le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole;

e) i ghiacciai e i circhi glaciali;

f) i parchi e le riserve nazionali o regionali e i territori di protezione esterna dei parchi;

g) i territori coperti da foreste e da boschi, ancorché percorsi o danneggiati dal fuoco, e quelli sottoposti a vincolo di rimboschimento, come definiti dall’articolo 2, commi 2 e 6, del decreto legislativi n. 227/2001;

h) le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici;

i) le zone umide incluse nell’elenco previsto dal D.P.R. n. 448/1976;

l) i vulcani;

m) le zone di interesse archeologico individuate alla data del 1° maggio 2004.

La pianificazione paesaggistica

I piani paesaggistici definiscono le trasformazioni compatibili con i valori paesaggistici, le azioni di recupero e riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela, nonché gli interventi di valorizzazione del paesaggio, anche in relazione alle prospettive di sviluppo sostenibile. Ai sensi dell’articolo 143 del nuovo codice, il piano ripartisce il territorio in ambiti omogenei, da quelli di elevato pregio paesaggistico fino a quelli significativamente compromessi o degradati. In funzione dei diversi livelli di valore paesaggistico riconosciuti, il piano attribuisce a ciascun ambito corrispondenti obiettivi di qualità paesaggistica.

In particolare, gli obiettivi di qualità paesaggistica prevedono:

a) il mantenimento delle caratteristiche, degli elementi costitutivi e delle morfologie, tenuto conto anche delle tipologie architettoniche, nonché delle tecniche e dei materiali costruttivi;

b) la previsione di linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili con i diversi livelli di valore riconosciuti e tali da non diminuire il pregio paesaggistico del territorio, con particolare attenzione alla salvaguardia dei siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO e delle aree agricole;

c) il recupero e la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati, al fine di reintegrare i valori preesistenti ovvero di realizzare nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati con quelli.

I piani paesaggistici hanno un contenuto descrittivo, prescrittivo e propositivo e la loro elaborazione si articola nelle seguenti fasi:

a) ricognizione dell’intero territorio attraverso l’analisi delle sue caratteristiche e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;

b) analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio;

c) individuazione degli ambiti paesaggistici e dei relativi obiettivi di qualità paesaggistica;

d) definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati;

e) determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico;

f) individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate;

g) individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, ai fini dello sviluppo sostenibile delle aree interessate;

h) individuazione di eventuali categorie di immobili o di aree, diverse da quelle indicate dal presente codice, da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione.

I piani paesaggistici, inoltre, anche in relazione alle diverse tipologie di opere ed interventi di trasformazione del territorio, individuano distintamente le aree nelle quali la loro realizzazione è consentita sulla base della verifica del rispetto delle prescrizioni, delle misure e dei criteri di gestione stabiliti nel piano paesaggistico e quelle per le quali il piano medesimo definisce anche parametri vincolanti per le specifiche

previsioni da introdurre negli strumenti urbanistici in sede di conformazione e di adeguamento.

I suddetti piani individuano inoltre:

a) le aree tutelate nelle quali la realizzazione delle opere e degli interventi consentiti, in considerazione del livello di eccellenza dei valori paesaggistici o della opportunità di valutare gli impatti su scala progettuale, richiede comunque il previo rilascio dell’autorizzazione paesaggistica;

b) le aree nelle quali, invece, la realizzazione di opere ed interventi non richiede il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica.

Ovviamente, nei procedimenti di approvazione dei piani paesaggistici sono assicurate la concertazione istituzionale, la partecipazione dei soggetti interessati e delle associazioni costituite per la tutela degli interessi diffusi, individuate ai sensi dell’articolo 13 della legge n. 349/1986 e ampie forme di pubblicità (articolo 144).

Rapporti tra il piano paesaggistico e gli altri strumenti di pianificazione

L’articolo 145 del nuovo codice prevede che i piani paesaggistici contemplino anche le misure di coordinamento con gli strumenti di pianificazione territoriale e di settore, nonché con gli strumenti nazionali e regionali di sviluppo economico.

In ogni caso le previsioni contenute nei piani paesaggistici:

a) sono cogenti per gli strumenti urbanistici degli enti locali;

b) sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici;

c) stabiliscono norme di salvaguardia applicabili in attesa dell’adeguamento degli strumenti urbanistici;

d) sono vincolanti per gli interventi settoriali;

e) sono, ai fini della tutela del paesaggio, prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione territoriale e di settore.

Quanto ai rapporti tra atto impositivo del vincolo paesaggistico e piano paesaggistico, bisogna sottolineare che, mentre il vincolo costituisce il provvedimento con il quale, attraverso il potere conformativo della pubblica amministrazione, si sottopone il diritto di proprietà ad una serie di limitazioni, prima fra tutte quella che configura il divieto di alterare o di distruggere il bene vincolato senza la prescritta autorizzazione della Regione o, su sua delega, del Comune, il piano, invece, rappresenta il principale strumento di attuazione della protezione delle bellezze naturali. Esso presuppone l’imposizione del vincolo e rappresenta lo strumento di regolamentazione generale dei beni immobili che sono assoggettati allo speciale regime di controllo amministrativo.

In sostanza, mentre il vincolo paesaggistico costituisce il mezzo diretto di conservazione e tutela del bene protetto, il piano ne rappresenta una conseguenza. Esso è uno strumento di operatività, in una logica di programmazione delle attività di tutela che sottrae la salvaguardia del bene paesaggistico alla episodicità del singolo provvedimento autorizzatorio.

La gestione dei beni paesaggistici

Ai sensi dell’articolo 146 del nuovo codice, i proprietari, i possessori o i detentori a qualsiasi titolo di immobili e aree sottoposti a tutela dalle disposizioni contenute nel piano paesaggistico o tutelati per legge non possono distruggerli, né introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio ai valori paesaggistici oggetto di protezione e hanno l’obbligo di sottoporre alla regione o all’ente locale al quale la regione ha affidato la relativa competenza i progetti delle opere che intendano eseguire, corredati della documentazione prevista, al fine di ottenere la preventiva autorizzazione.

La domanda di autorizzazione dell’intervento deve indicare lo stato attuale del bene interessato, gli elementi di valore paesaggistico presenti, gli impatti sul paesaggio delle trasformazioni proposte e gli elementi di mitigazione e di compensazione necessari.

L’amministrazione competente nell’esaminare la domanda di autorizzazione verifica la conformità dell’intervento alle prescrizioni contenute nei piani paesaggistici e ne accerta:

a) la compatibilità rispetto ai valori paesaggistici riconosciuti dal vincolo;

b) la congruità con i criteri di gestione dell’immobile o dell’area;

c) la coerenza con gli obiettivi di qualità paesaggistica.

L’amministrazione, accertata la compatibilità paesaggistica dell’intervento ed acquisito il parere della apposita commissione per il paesaggio, entro il termine di quaranta giorni dalla ricezione dell’istanza, trasmette la proposta di autorizzazione, corredata dal progetto e dalla relativa documentazione, alla competente Soprintendenza, dandone notizia agli interessati. Tale ultima comunicazione costituisce avviso di inizio del relativo procedimento, ai sensi e per gli effetti della legge n. 241/1990. Qualora l’amministrazione verifichi che la documentazione allegata non corrisponda a quella prevista, chiede le necessarie integrazioni; in tal caso, il predetto termine è sospeso dalla data della richiesta fino a quella di ricezione della documentazione. L’amministrazione, qualora lo ritenga necessario, può acquisire documentazione ulteriore rispetto a quella prevista e può effettuare ulteriori accertamenti.

La Soprintendenza comunica il parere entro il termine perentorio di sessanta giorni dalla ricezione della proposta di cui sopra. Decorso inutilmente il termine per l’acquisizione del parere, l’amministrazione assume comunque le determinazioni in merito alla domanda di autorizzazione.

L’autorizzazione è rilasciata o negata dall’amministrazione competente entro il termine di venti giorni dalla ricezione del parere della Soprintendenza e costituisce atto distinto e presupposto della concessione o degli altri titoli legittimanti l’intervento edilizio. I lavori non possono essere iniziati in difetto di essa.

Decorso inutilmente il suindicato termine di venti giorni, è data facoltà agli interessati di richiedere l’autorizzazione alla Regione, che provvede anche mediante un commissario ad acta entro il termine di sessanta giorni dalla data di ricevimento della richiesta.

Laddove la Regione non abbia affidato agli enti locali la competenza al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica, la richiesta di rilascio in via sostitutiva è presentata alla competente Soprintendenza.

L’autorizzazione paesaggistica:

a) diventa efficace dopo il decorso di venti giorni dalla sua emanazione;

b) è trasmessa in copia alla Soprintendenza che ha emesso il parere nel corso del procedimento, nonché, unitamente al parere, alla Regione ed alla Provincia e, ove esistenti, alla comunità montana e all’ente parco nel cui territorio si trova l’immobile o l’area sottoposti al vincolo;

c) non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi.

Si rammenta che l’autorizzazione paesaggistica è impugnabile con ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (T.A.R.) o con ricorso straordinario al Capo dello Stato, dalle associazioni ambientaliste portatrici di interessi diffusi individuate ai sensi dell’art. 13 della Legge n. 349/1986 e da qualsiasi altro soggetto pubblico o privato che ne abbia interesse. Il ricorso è deciso anche se, dopo la sua proposizione ovvero in grado di appello, il ricorrente dichiari di rinunciare o di non avervi più interesse. Le sentenze e le ordinanze del T.A.R. possono essere impugnate da chi sia legittimato a ricorrere avverso l’autorizzazione paesaggistica, anche se non abbia proposto il ricorso di primo grado.

Presso ogni Comune è istituito un elenco, aggiornato almeno ogni sette giorni e liberamente consultabile, in cui è indicata la data di rilascio di ciascuna autorizzazione paesaggistica, con la annotazione sintetica del relativo oggetto e con la precisazione se essa sia stata rilasciata in difformità dal parere della Soprintendenza. Copia dell’elenco è trasmessa trimestralmente alla Regione e alla Soprintendenza, ai fini dell’esercizio delle funzioni di vigilanza.

Si rammenta che tali disposizioni si applicano anche alle istanze concernenti le attività minerarie di ricerca ed estrazione, ma non per le attività di coltivazione di cave e torbiere. Per tali attività, infatti, restano ferme le potestà del Ministero dell’Ambiente ai sensi della normativa in materia, che sono esercitate tenendo conto delle valutazioni espresse, per quanto attiene ai profili paesaggistici, dalla competente

Soprintendenza.

Qualora la richiesta di autorizzazione riguardi opere da eseguirsi da parte di amministrazioni statali, ivi compresi gli alloggi di servizio per il personale militare, l’autorizzazione viene rilasciata in esito ad una conferenza di servizi ai sensi degli articoli 14 e seguenti della legge n. 241/1990 (articolo 147).

Ai sensi dell’articolo 149, non è, invece, richiesta l’autorizzazione paesaggistica:

a) per gli interventi di manutenzione, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici;

b) per gli interventi inerenti l’esercizio dell’attività agro-silvo-pastorale che non comportino alterazione permanente dello stato dei luoghi con costruzioni edilizie ed altre opere civili, e sempre che non alterino l’assetto idrogeologico del territorio;

c) per il taglio colturale, la forestazione, la riforestazione, le opere di bonifica, antincendio e di conservazione da eseguirsi nei boschi e nelle foreste, purché previsti ed autorizzati in base alla normativa in materia.

Nel caso di aperture di strade e di cave, nel caso di condotte per impianti industriali e di palificazione nell’ambito o in prossimità degli immobili e delle aree di notevole interesse pubblico di cui al suindicato articolo 136, la Regione o il Ministero per i Beni e le attività culturali hanno facoltà di prescrivere le distanze, le misure e le varianti ai progetti in corso d’esecuzione, le quali, tenendo in debito conto l’utilità economica delle opere già realizzate, valgano ad evitare pregiudizio ai beni protetti da questo codice (articolo 152).

Inoltre, nell’ambito e in prossimità dei beni paesaggistici nonché lungo le strade site in tali ambiti è vietato collocare cartelli e altri mezzi pubblicitari se non previa autorizzazione dell’amministrazione competente individuata dalla Regione (articolo 153).

Infine, si rammenta che l’amministrazione competente individuata dalla Regione può ordinare che, nelle zone in cui ricadono dei complessi immobiliari aventi un caratteristico valore estetico e tradizionale e nelle aree in cui insistono delle bellezze panoramiche, dei punti di vista o di belvedere, sia dato alle facciate dei fabbricati, il cui colore rechi disturbo alla bellezza dell’insieme, un diverso colore che con quella armonizzi (articolo 154).

La inibizione e la sospensione dei lavori

L’articolo 150 del nuovo codice contiene una disposizione cautelativa che contempla la possibilità per la pubblica amministrazione competente in materia di emanare in via preliminare dei provvedimenti inibitori o sospensivi dei lavori incidenti su un bene ambientale. L’articolo 150, infatti, riconosce in capo alle Regioni ed al Ministero per i beni e le attività culturali la facoltà di:

a) inibire che si eseguano lavori senza autorizzazione o comunque capaci di pregiudicare il bene;

b) ordinare, anche quando non sia intervenuta la diffida, la sospensione di lavori iniziati.

Tuttavia, il provvedimento di inibizione o sospensione dei lavori incidenti su beni paesaggistici od ambientali cessa di avere efficacia se entro il termine di novanta giorni l’Amministrazione emanante non abbia effettuato gli atti successivi di sua competenza.

Ovviamente, i suindicati provvedimenti inibitori o sospensivi sono comunicati anche al Comune del luogo in cui insiste il bene.

Le funzioni di vigilanza

Ai sensi dell’articolo 155, le funzioni di vigilanza sui beni paesaggistici tutelati dal “codice Urbani” sono esercitate dal Ministero e dalle Regioni.

Le Regioni vigilano sull’ottemperanza alle disposizioni contenute nel nuovo codice da parte delle amministrazioni da loro individuate per l’esercizio delle competenze in materia di paesaggio. L’inottemperanza o la persistente inerzia nell’esercizio di tali competenze comporta l’attivazione dei poteri sostitutivi.

Si rammenta, altresì, che ai sensi della legge n. 36/2004, anche il Corpo Forestale dello Stato, in qualità di Forza di polizia specializzata nella tutela del paesaggio, vigila sul rispetto della normativa nazionale ed internazionale concernente la salvaguardia delle risorse paesaggistiche della nazione.

Bisogna, però, sottolineare che la vigilanza esercitata dal Ministero e dalle Regioni deve essere intesa come mera attività di controllo in senso tecnico-amministrativo avente funzione preventiva in ordine alla esatta applicazione del procedimento autorizzatorione ed alla corretta gestione burocratica del vincolo.

La vigilanza esercitata dal Corpo Forestale dello Stato, invece, deve essere intesa come mera attività di polizia avente funzione repressiva degli illeciti penali ed amministrativi commessi in violazione della normativa posta a tutela dei beni paesaggistici.

Il sistema sanzionatorio

Le violazioni alle disposizioni in materia di beni paesaggistici contenute nel nuovo codice sono punite con la previsione delle seguenti sanzioni.

a) Articolo 167: in caso di violazione degli obblighi e degli ordini previsti dalla parte terza del presente codice, il trasgressore è tenuto alla rimessione in pristino a proprie spese o, in alternativa, al pagamento di una somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la trasgressione. La scelta tra le due sanzioni viene operata dall’Autorità amministrativa preposta alla tutela paesaggistica, nell’ambito del suo potere di intervento connotato da discrezionalità tecnica. In ogni caso, la somma è determinata previa perizia di stima e con l’ordine di rimessione in pristino è assegnato al trasgressore un termine per provvedere. In caso di inottemperanza, l’autorità amministrativa preposta alla tutela paesaggistica provvede d’ufficio per mezzo del Prefetto.

b) Articolo 168: chiunque colloca cartelli o altri mezzi pubblicitari in violazione delle disposizioni di cui al suindicato articolo 153 è punito con le sanzioni previste dall’articolo 23 del codice della strada, il quale prevede:

a) una sanzione pecuniaria da 343,35 euro a 1.376,55 euro per l’inosservanza delle disposizioni dettate direttamente dalla norma di legge;

b) una sanzione pecuniaria da 137,55 euro a 550,20 euro per l’inosservanza delle prescrizioni previste dal provvedimento autorizzatorio.

Oltre al pagamento della sanzione pecuniaria, il trasgressore o il proprietario o il possessore del fondo privato ove è stato collocato abusivamente il mezzo pubblicitario sono tenuti a rimuovere, a proprie spese, il mezzo pubblicitario entro 10 giorni dalla notifica dell’atto di diffida da parte dell’ente proprietario della strada. In caso di inottemperanza, l’ente proprietario provvede direttamente alla rimozione, addebitando le spese al trasgressore e, in solido, al proprietario o al possessore del suolo privato.

Nel caso in cui il mezzo pubblicitario sia stato collocato su suolo demaniale o su aree appartenenti agli enti proprietari delle strade, la rimozione avviene direttamente a cura del soggetto pubblico, con nota spese a carico del trasgressore, resa esecutiva con ordinanza-ingiunzione del Prefetto.

c) Articolo 181: chiunque, senza la prescritta autorizzazione o in difformità di essa, esegue lavori di qualsiasi genere su beni paesaggistici è punito con le pene previste dall’articolo 20 della legge n. 47/1985. Come è noto, tale articolo è stato abrogato dall’articolo 136 del Testo Unico dell’edilizia (D.P.R. n. 380/2001) ed il suo contenuto sanzionatorio è stato sostanzialmente trasfuso nell’articolo 44 del medesimo provvedimento normativo.

L’articolo 44 del D.P.R. n. 380/2001 prevede tre distinte fattispecie di reato contravvenzionale:

a) l’ammenda fino a 10.329 euro per l’inosservanza delle norme, prescrizioni e modalità esecutive previste dal Testo Unico in quanto applicabili nonché dai regolamenti edilizi, dagli strumenti urbanistici e dal permesso di costruire;

b) l’arresto fino a due anni e l’ammenda da 5.164 euro a 51.645 euro nei casi di esecuzione dei lavori in totale difformità o assenza del permesso o di prosecuzione degli stessi nonostante l’ordine di sospensione;

c) l’arresto fino a due anni e l’ammenda da 15.493 euro a 51.645 euro nel caso di lottizzazione abusiva di terreni a scopo edilizio.

La stessa pena si applica anche nel caso di interventi edilizi nelle zone sottoposte a vincolo storico, artistico, archeologico, paesistico o ambientale, in variazione essenziale, in totale difformità o in assenza del permesso.

Trattasi in sostanza di un reato di pericolo, la cui competenza ad accertare e reprimere spetta al Tribunale del luogo in cui si trovano i beni danneggiati.

In caso di sentenza di condanna, il Tribunale deve ordinare anche la rimessione in pristino dello stato dei luoghi a spese del condannato.

La misura cautelare reale del sequestro preventivo di cui all’articolo 321 del codice di procedura penale è ammissibile per questo tipo di reato. Anche il sequestro probatorio di cui all’articolo 253 del codice di procedura penale del bene oggetto di intervento abusivo può essere validamente eseguito da un ufficiale di polizia giudiziaria, di sua iniziativa o su delega della competente autorità giudiziaria.

Il reato di distruzione o deturpamento di bellezze naturali

L’analisi completa relativa al corpus normativo in materia di tutela del paesaggio non può dirsi esaurita se prima non si prende in considerazione anche l’articolo 734 del codice penale che contempla, in via autonoma e parallela al “codice Urbani”, il reato contravvenzionale di distruzione o deturpamento di bellezze naturali.

Risponde di tale reato «chiunque, mediante costruzioni, demolizioni, o in qualunque altro modo, distrugge o altera le bellezze naturali dei luoghi soggetti alla speciale protezione dell’Autorità».

L’autore di questo reato è punito con la semplice ammenda da 1.032 euro a 6.197 euro. È evidente l’estrema esiguità della pena edittale, poiché permette una facile oblazione ai sensi dell’articolo 162 del codice penale, con la relativa estinzione del reato, tramite il pagamento di un terzo della pena massima prevista, a fronte dell’inestimabile valore del bene ambientale distrutto o deturpato.

L’oggetto giuridico del reato di cui all’articolo 734 del codice penale è costituito dall’interesse dello Stato alla conservazione delle bellezze naturali.

L’evento del reato, invece, è l’alterazione o la distruzione delle bellezze naturali. Si configura, pertanto, come un reato di danno e non di pericolo, richiedendo per la sua punibilità che si verifichi in concreto la distruzione o l’alterazione dei beni protetti dalla norma.

Conseguentemente, non è sufficiente per integrare gli estremi del reato né l’esecuzione di un’opera né la semplice alterazione dello stato naturale delle cose sottoposte a vincolo, ma occorre che tale alterazione abbia effettivamente determinato la distruzione od il deturpamento delle bellezze naturali.

La contravvenzione in questione è un reato a condotta libera, in quanto qualunque condotta, sia commissiva che omissiva, può essere idonea a ledere il bene ambientale tutelato. Inoltre, trattandosi di contravvenzione, per la sua punibilità è sufficiente la colpa, che è però esclusa dall’ignoranza incolpevole del provvedimento adottato dall’Autorità.

Come per la contravvenzione di cui all’articolo 181 del “codice Urbani”, la competenza ad accertare e reprimere questo reato spetta al Tribunale del luogo in cui si trovano i beni danneggiati.

Si ritiene possibile, infine, la coesistenza formale del reato in questione con quello previsto dall’articolo 181 del “codice Urbani”, in quanto diversa è la condotta sanzionata dalle due disposizioni.

L’articolo 734 del codice penale, infatti, integra un reato di danno, la cui sussistenza comporta l’accertamento della lesione effettiva del bene protetto dalla norma. La seconda, invece, si configura come un reato di pericolo, per il quale la polizia giudiziaria è tenuta ad accertare solo se determinate attività di trasformazione duratura del territorio o dei beni protetti siano state autorizzate o meno con un provvedimento dell’autorità preposta alla loro tutela. Quindi, nel primo reato il fatto lesivo consiste nella distruzione e nel deturpamento effettivo di bellezze naturali, nel secondo reato, invece, la fattispecie penale si configura con l’esecuzione di un’attività di trasformazione senza il prescritto assenso dell’Autorità amministrativa competente.

Note

1 L’articolo 117, comma 2, lettera s) della Costituzione riserva alla competenza esclusiva dello Stato “la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”. Il successivo comma

3, invece, riserva alla potestà legislativa delle regioni, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali riservata alla legislazione dello Stato, la valorizzazione dei beni culturali e ambientali.

2 L’articolo 118, commi 3 e 4, stabilisce che “la legge statale disciplina forme di intesa e coordinamento fra Stato e Regioni nella materia della tutela dei beni culturali”.

Inoltre, “Stato, Regioni, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Tratto da:

Tutela del paesaggio: breve analisi della normativa vigente di Alessandro Cerofolini *

SILVÆ 247

Anno I – n. 2

Note di redazione

– Attualmente la tutela del paesaggio è normata del “Codice dei Beni culturali e del paesaggio ” (noto come “Codice Urbani”) emanato come Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, che nei successivi quattro anni è stato modificato per ben due volte:

– nel 2006 con i Decreti Legislativi 24 marzo 2006, n. 156 (in relazione ai beni culturali) e n. 157 (in relazione al paesaggio),

– nel 2008 con i Decreti Legislativi 26 marzo 2008, n. 62 (in relazione ai beni culturali) e n. 63 (in relazione al paesaggio).

Link : Codice dei beni culturali e del paesaggio

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