Relazione tecnica, uno schema | Esame di Stato Architetto #architettura

Relazione tecnica, uno schema | Esame di Stato Architetto #architettura

La “relazione tecnica” nasce e si sviluppa assieme al progetto; all’esame di stato per architetti è bene leggere e rileggere il testo, sottolineando e schematizzando le parti importanti.

La relazione tecnico-descrittiva (in sintesi):

1.Stato di fatto: si identificano l’area o il fabbricato,

2. Intervento progettuale: il tipo d’intervento, il committente, il progettista, i calcoli planovolumetrici, etc, etc…

I criteri adottati nella distribuzione interna dei locali e del loro dimensionamento; la larghezza delle aperture e degli accessi (con particolare attenzione alle norme antincendio e abbattimento barriere architettoniche), il rapporto areo-illuminante; l’accenno alla tipologia edilizia alla composizione architettonica proposta; l’impiego di particolari soluzioni impiantistiche e di isolamento termico, acustico, etc…

3. Sezione tecnica: deve essere stilata secondo un criterio logico (simile a quello da usare per il computo) che spazia dalla struttura alle tamponature, dal grezzo alle finiture, dai serramenti agli impianti; nel dettaglio, deve illustrare e motivare le soluzioni adottate per:

  • la struttura (tipologia: se continua o puntiforme/discreta e materiali): fondazioni, elementi verticali, solai; scala…
  • le partizioni verticali (esterne, interne):
  • la copertura (se piana o a falde inclinate, i materiali, l’isolamento…)
  • gli infissi esterni ed interni
  • le finiture (intonaci e rivestimenti)
  • le dotazioni impiantistiche (termico, elettrico, idraulico, etc…)
  • le sistemazioni esterne (aree verdi, rampe, accessi, etc…)

 

liberamente tratto da http://mrschool.it/costruzioni-ambiente-territorio/esame-di-stato/abilitazione-professionale/geometri/studiare/cosa/prima-prova/relazione-tecnica-uno-schema/

 

 

Guida per un efficace isolamento termico della casa

Guida per un efficace isolamento termico della casa

Un articolo da Prometeo Energy, a cura dell’Arch. Daniela Petrone, con il titolo originale “Guida per un efficace isolamento termico della casa” 

 

Come intervenire per riqualificare energeticamente la propria abitazione spendendo il giusto?

 

  1. PERCHÉ ISOLARE E QUALI I VANTAGGI

Per poter rispondere a pieno alla domanda e comprenderne i contenuti è importante innanzitutto fornire ladefinizione di isolamento termico.

Per isolamento termico di un edificio si intende il ricorso a soluzioni tecnologiche e costruttive tali daridurre le perdite di calore verso l’esterno durante l’inverno e l’ingresso del calore in casa durante l’estate.

La progettazione e/o ristrutturazione delle strutture opache e trasparenti che formano e definiscono l’edificio o involucro va fatta accuratamente, con particolare attenzione alla scelta dei materiali, in quanto le loro caratteristiche, la loro collocazione ha un’incidenza dal punto di vista energetico. Bisogna pensare l’edificio come una “scatola chiusa ma non sigillata” che deve mantenere all’interno sempre la stessa temperatura di comfort facendosi condizionare il meno possibile dalle differenza di temperatura che ci sono all’esterno. Questo è fattibile solo isolando più possibile la scatola in modo da evitare perdite. Isolando, inoltre, si contribuisce alla riduzione delle emissioni di sostanze nocive e inquinanti riducendo sensibilmente i consumi di combustibile da fonte fossile. Costruire o ristrutturare le proprie abitazioni in maniera attenta e responsabile permette di partecipare concretamente alla riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra.

L’ isolamento termico e i suoi vantaggi

Beneficio economico. Una casa isolata ha dispersioni termiche ridotte e di conseguenza anche le bollette per il riscaldamento e il condizionamento. I consumi energetici degli edifici si possono ridurre fino al 70-80% isolando le pareti esterne dell’edificio e le coperture.

Gli interventi di isolamento termico dell’immobile sono i più convenienti in quanto le spese di manutenzione sono praticamente assenti e si possono ottenere interessanti incentivi che possono contribuire a rendere ancora più conveniente ogni intervento (ad esempio le detrazioni fiscali del 65%).

Rispetto alle attuali situazioni finanziarie e alle forme di investimento presenti, investire nell’isolamento termico vuol dire mettere i soldi in una ‘banca virtuale’ che produce un tasso di rendita molto più elevato. Visto l’aumento continuo dei costi di combustibili, una casa che consuma di meno è una garanzia di maggiore sicurezza economica.

Nei condomini gli elementi più disperdenti sono le pareti esterne attraverso le quali si disperde circa il 45-50% del calore, mentre le case singole sono soggette a perdite di calore che passano soprattutto attraverso i tetti mal isolati (40-50%).

Comfort abitativo. La casa è il luogo dove in assoluto si cercano le migliori condizioni di soggiorno. Un buon isolamento termico dell’edificio permette di mantenere una temperatura interna il più possibile costante e omogenea e garantire all’interno degli ambienti condizioni di benessere, impedendo al calore di disperdersi verso l’esterno durante l’inverno o di entrare durante l’estate. Soluzioni costruttive corrette per la coibentazione di pareti, coperture e solai permettono di evitare fenomeni di condensa e muffa sulle strutture che potrebbero dare luogo a vere e proprie malattie.

Beneficio ambientale. Isolando si contribuisce alla riduzione delle emissioni di sostanze nocive ed inquinanti riducendo sensibilmente i consumi di combustibile da fonte fossile.

  1. DOVE E COME ISOLARE

Vista la contingente e critica situazione dell’edilizia che negli ultimi anni vede fermo il mercato delle nuove costruzioni, una notevole opportunità per il futuro prossimo è costituita dal recupero del patrimonio edilizio esistente. C’è una imprescindibile necessità di riqualificazione visto che il consumo medio è di 180 kWh per metro quadro all’anno. Ciò potrebbe consentire ai proprietari un maggior comfort e un maggior risparmio e al governo di poter concorrere in modo rilevante al conseguimento degli obiettivi delineati dalla Strategia Energetica Nazionale.

Per capire dove e come isolare è fondamentale effettuare una diagnosi energetica o audit energeticodell’edificio oggetto dell’intervento. Primo passo quindi è un insieme sistematico di rilievo, raccolta e analisi dei parametri relativi ai consumi specifici, correlati alle condizioni di esercizio dell’edificio e dei suoi impianti e una valutazione tecnico-economica dei flussi di energia.

Lo scopo della diagnosi energetica è quello di individuare possibili soluzioni tecniche che possano migliorare l’efficienza energetica dell’edificio, riducendo i consumi di energia.

Di seguito si analizzano le possibili soluzioni e tecnologie costruttive per gli interventi di riqualificazione dell’involucro opaco e trasparente.

  1. SOLUZIONI COSTRUTTIVE PER L’ISOLAMENTO DELL’INVOLUCRO OPACO

La ristrutturazione delle strutture opache che formano e definiscono l’edificio va fatta accuratamente, analizzando la situazione esistente con una analisi delle strutture e del loro grado di isolamento e con particolare attenzione alla scelta e associazione dei materiali. Le caratteristiche e la collocazione di ogni materiale ha un’incidenza differente dal punto di vista energetico.

Le strutture dell’involucro edilizio da isolare sono:

  • pareti
  • coperture
  • pavimenti su ambienti non riscaldati, su esterno o controterra.

3.1 Le pareti opache

Diverse sono le modalità per isolare le pareti esterne di un edificio a seconda della posizione del materiale isolante rispetto alla struttura:

  • isolamento dall’esterno
  • isolamento in intercapedine
  • isolamento dall’interno

Isolamento dall’esterno

Tra le soluzioni di isolamento dall’esterno forse la più nota è la tecnologia di isolamento a cappotto termico.

L’isolamento a cappotto consiste nell’incollare i pannelli di isolante sulla struttura edilizia preesistente, facendo attenzione che il posizionamento delle lastre isolanti sia fatto a giunti sfalsati, anche in corrispondenza degli spigoli, staccandosi da terra con un profilo di partenza. Sui pannelli viene applicato il rasante e annegata la rete portaintonaco per effettuare la finitura. È importante che la posa in opera sia effettuata da personale specializzato, scegliendo aziende che forniscono l’intero “sistema a cappotto”, dove la scelta delle colle, del rasante è compatibile con il materiale stesso.

Questo tipo di sistemi è dotato anche di garanzia. Infatti la corretta posa in opera del sistema cappotto garantisce la stabilità nel tempo del rivestimento eliminando crepe e lesioni che costituiscono le ragioni del degrado delle facciate (sotto due immagini relative a fasi di posa del sistema cappotto).

Tra le altre tecnologie per isolare dall’esterno ci sono anche le facciate ventilate e gli intonaci termoisolanti.

Isolare dall’esterno comporta diversi vantaggi, tra cui:

  • ridurre i ponti termici: l’isolante costituisce l’ultimo strato della parete coprendo uniformemente tutti gli elementi strutturali, come pilastri e travi;
  • evitare fenomeni di condensa sia superficiale che interstiziale ed evitare la formazione di muffe, proprio perché la struttura è tutta “calda” e più difficilmente raggiunge temperature pari a quella di rugiada;
  • proteggere le strutture edilizie dagli sbalzi termici, demandando all’isolante l’assorbimento dello sbalzo termico;
  • garantire una uniformità di temperatura all’interno dell’ambiente, per cui il salto tra la temperatura al centro del locale e quella superficiale della parete è di pochi gradi evitando il fenomeno della “parete fredda”;
  • aumentare la capacità della parete di accumulare calore. I muri si scaldano, accumulano il calore e lentamente lo rilasciano nei locali quando si spegne l’impianto.

Isolamento in intercapedine

L’isolamento in intercapedine prevede l’inserimento dell’isolante all’interno della cortina edilizia; trattandosi di strutture esistenti (la parete a doppia fodera è la più diffusa tra le tecnologie costruttive esistenti) sono utilizzati per insufflaggio isolanti sfusi. Con l’uso di isolanti sfusi è importante tener conto dell’effetto del costipamento in modo da evitare dei vuoti di isolante all’interno della parete o l’ammassarsi del materiale nella zona bassa della parete con il conseguente peggioramento dell’efficienza energetica della struttura.

Posizionando l’isolamento in intercapedine, si pone il problema dei ponti termici, in quanto l’isolante si interrompe in corrispondenza di pilastri e travi.

Isolamento dall’interno

Questo tipo di isolamento si ottiene foderando le pareti (e anche soffitti) dall’interno. Riguarda essenzialmente interventi di riqualificazione energetica in cui non è possibile intervenire con l’isolamento dall’esterno o nell’intercapedine. Tale soluzione infatti sottrae superficie utile agli ambienti e può aumentare il rischio di fenomeni di condensa.

Per limitare possibili danni dovuti a fenomeni termo igrometrici si consiglia di posizionare una barriera al vapore prima dello strato isolante oppure creare un’intercapedine d’aria tra muratura e controparete (sotto immagine relativa a posa di pannelli isolanti fibrosi al lato interno della parete).

Con questa applicazione non si sfrutta la capacità della parete di accumulare calore in quanto appena acceso l’impianto l’ambiente si riscalda rapidamente, ma altrettanto rapidamente si raffredda allo spegnimento dell’impianto stesso: viene scaldata solo l’aria e non la struttura muraria.

Di contro però ha come vantaggi :

  • semplicità di posa in opera
  • possibilità d’intervento su edifici con facciate sottoposte a vincoli storici o architettonici (esempio, mattoni faccia a vista, bugnato, ecc.)
  • possibilità di intervento parziale (appartamento singolo)

3.2 Coperture inclinate

I tetti a falda possono essere:

  • ventilati
  • non ventilati

La ventilazione è data da un’intercapedine d’aria ventilata posta immediatamente sotto le tegole, ottenuta con arcarecci tra cui è interposto l’isolante. Sulla gronda una griglia forata parapasseri lascia entrare l’aria e un colmo rialzato ne permette l’uscita. La ventilazione consente di ridurre la temperatura superficiale dell’isolante in modo che questo non alteri le sue prestazioni a causa di valori di temperatura troppo elevati soprattutto d’estate.

Alcuni regolamenti edilizi comunali prevedono obbligatoriamente l’applicazione di tetti ventilati (sotto schema di tetto ventilato e non ventilato e un’immagine relativa a un tetto a falda ventilato e isolato).

3.3 Coperture piane a terrazzo

Si distinguono in :

  • tetto caldo
  • tetto freddo o rovescio

La distinzione è relativa alla posizione che l’impermeabilizzante ha rispetto all’isolante. Nel tetto caldo l’impermeabilizzante è posto sopra l’isolante proteggendolo dalle acque meteoriche; nel tetto freddo o rovescio l’impermeabilizzante è posto sotto l’isolante.

È importante ricordare che nel caso del tetto caldo è fondamentale predisporre una barriera al vapore prima dell’isolante per evitare fenomeni di condensazione (sotto schema di tetto caldo e rovescio e un’immagine di tetto piano caldo praticabile).

3.4 Solaio su ambiente non riscaldato

L’applicazione ideale è porre l’isolante all’intradosso, come ultimo strato verso l’ambiente non riscaldato per godere degli stessi vantaggi del cappotto esterno; inoltre ciò è tecnicamente fattibile e consente di non sottrarre altezza utile negli ambienti in quanto va collocato nei garage o cantine che non essendo abitabili richiedono un’altezza interna minore.

3.5 Quali spessori utilizzare?

Lo spessore di isolamento corretto dipende dal tipo di struttura da isolare e dalla zona climatica in cui si costruisce. La normativa attuale, il D.Lgs. 311/06, prevede dei valori limite sulla trasmittanza termica (Ulimvalore minimo richiesto dal D.Lgs. 311/06 per ristrutturazioni dell’involucro di edifici esistenti) delle strutture dell’edificio corrispondenti a spessori di isolante crescenti fino al 2010.

Nella tabella è riportato in centimetri lo spessore di isolamento consigliabile per rispondere ai requisiti minimi richiesti dal D.Lgs. 311/06 per il 2010.

  1. SOLUZIONI COSTRUTTIVE PER L’ISOLAMENTO DELL’INVOLUCRO TRASPARENTE

Gli interventi su serramenti esistenti possono essere di vario tipo:

  • inserimento di un secondo vetro, se l’infisso è a vetro singolo e se ha un telaio in legno di spessore tale da consentirlo; fattibile solo negli edifici storici in cui l’infisso ha anche una valenza architettonica;
  • aggiunta di un secondo serramento, intervento non invasivo in quanto non richiede alcun smontaggio, consiste nell’inserire o all’interno o all’esterno dell’infisso esistente un altro serramento ad elevate prestazioni termiche e acustiche. Questo intervento richiede comunque un certo spessore della muratura tale da alloggiare un secondo infisso;
  • sostituzione dell’infisso, intervento effettuato più sovente, accedendo alle detrazioni fiscali; consiste nella scelta di un nuovo infisso costituito da telaio e vetro altamente performanti.

Dal rapporto Enea del 2010 sulle detrazioni fiscali del 55% la maggior parte delle pratiche ricevute riguarda proprio la sostituzione degli infissi: oltre 220.000 interventi su un totale di circa 405.000 pratiche. Di contro però i risultati dell’intervento-tipo di sostituzione degli infissi hanno dato luogo a risparmi medi dichiarati inferiori a 3 MWh/anno, piuttosto ridotti rispetto agli altri interventi sull’involucro.

La diffusione di questo intervento è legata alla sua semplicità; la sostituzione dei serramenti è quello meno invasivo e rientra in quella che viene definita attività edilizia libera, cioè non richiede necessariamente un titolo abilitativo per essere effettuata.

Per garantire elevate prestazioni del sistema è necessario utilizzare telai ad elevate prestazioni quali:

  • legno
  • materiali polimerici (PVC) con anima in metallo
  • profilato metallico (alluminio, acciaio) con taglio termico
  • misto metallo legno e metallo polimero

Dai dati emersi dal rapporto SAIENERGIA09, gli infissi in legno (essenza più diffusa ed economica è il pino) costituiscono il 57% degli infissi venduti nel 2009; gli infissi in metallo il 29%, quelli in PVC l’11%, i misti il 3%.

Il tipo di vetro adoperato è doppio, per una quota pari al 79% del totale degli interventi, mentre il triplo vetro rappresenta solo il 3% degli interventi.

Le prestazioni degli infissi più venduti riguardano vetri basso emissivi con Ug=1,1 W/m2K e serramenti con UW = 1,4 W/m2K.

Fondamentale è la corretta posa in opera dei serramenti. Da curare il nodo di ancoraggio tra telaio fisso e muratura e tra telaio e davanzale per evitare ponti termici e avere infissi a tenuta (vedi immagini sotto).

  1. COSTI, E BENEFICI ECONOMICI

Costi

La valutazione dei costi e del beneficio economico ottenuto con la riqualificazione energetica dell’involucro non sempre è semplice e diretta. L’economicità e i vantaggi di un intervento dipendono molto dall’esito dell’analisi preliminare condotta sullo stato dell’edificio e dell’audit energetico. La necessità obbligata di alcuni interventi di manutenzione e ristrutturazione potrebbe far risultare molto conveniente il ricorso all’isolamento dell’involucro, a maggior ragione se ci sono poi incentivi fiscali da parte dello stato. A titolo esemplificativo si riportano alcuni casi:

  1. Se in un condominio o abitazione plurifamiliare occorre rifare la facciata di un edificio in quanto degradata e in cattivo stato conservativo il costo di un isolamento a cappotto si riduce al costo del pannello isolante e al più al rifacimento delle soglie delle finestre, in quanto i costi relativi alle spese professionali per la pratica edilizia, ai ponteggi, e ai lavori di ritinteggiatura dovrebbero comunque essere sostenuti dalla committenza. Inoltre con l’aggiunta dell’isolante è possibile detrarre fiscalmente il 65% della spesa sostenuta anziché il 50%. Il costo del pannello dipende anche dal tipo di materiale isolante scelto: si parte dal più economico e diffuso come l’EPS, polistirene espanso, che si aggira intorno ai 6-8 €/mq per un pannello da 10 cm fino ai 15-20 €/mq per un pannello da 10 cm di sughero bruno. È chiaro che la scelta del materiale non dipende solo dalla componente economica ma va valutato il materiale isolante più idoneo per le diverse applicazioni. Ciascun materiale presenta pro e contro e si presta a risolvere problemi specifici, che vanno analizzati di caso in caso.
  1. Se va rifatto il manto impermeabile di un tetto a causa di infiltrazioni è possibile prevedere l’inserimento di un materiale isolante che ne migliori le performance invernali ed estive.

Caso pratico

Cascina lombarda (zona climatica E) di circa 360 mq di superficie utile, attuale residenza singola su due livelli. Necessario il rifacimento del manto di copertura a causa di infiltrazioni. La superficie del tetto è di circa 330 mq, pari cioè ad un terzo della superficie disperdente totale. Basterebbe quindi inserire uno strato isolante per dimezzare le dispersioni del tetto e avere quindi una considerevole riduzione del fabbisogno energetico per il riscaldamento. Valutando i costi per la rimozione del manto di copertura esistente, per la sistemazione dell’impermeabilizzante, posa dell’isolante, ricollocazione del manto precedentemente rimosso, l’incidenza del costo dell’isolante sul costo totale dell’intervento è di circa un terzo che però viene ammortizzato nell’innalzamento dal 50 al 65% della detrazione fiscale della spesa. Nello specifico caso è stato scelto un materiale naturale quale la fibra di legno, di 15 cm di spessore, ad elevato calore specifico e ad elevata densità che consente quindi di migliorare le prestazioni energetiche estive evitando di ricorrere all’ausilio di impianti.

  1. Se occorre rifare l’impianto di riscaldamento o sostituire il generatore di calore potrebbe essere utile e più conveniente analizzare le dispersioni termiche, capire come poterle ridurre in modo da scegliere la tipologia e le caratteristiche tecniche del nuovo sistema impiantistico in funzione dei fabbisogni energetici effettivi da colmare. In sintesi, vale la pena isolare prima le strutture e poi prevedere un impianto con potenza termica minore con il vantaggio che questo generatore non solo avrà un costo inferiore, ma soprattutto avrà minori costi di gestione con una conseguente riduzione della bolletta.

Caso pratico

Appartamento residenziale di superficie utile da 105 mq (zona climatica D), collocato al primo piano di un edificio plurifamiliare su un garage non riscaldato. È necessario il rifacimento totale dell’impianto termico: da una caldaia standard con radiatori ad una pompa di calore con pannelli radianti. Analizzando le dispersioni dell’involucro è evidente che la maggior superficie disperdente dell’appartamento è costituita proprio dal solaio su garage non riscaldato (visto che lateralmente l’appartamento confina con altri riscaldati). Quindi la mera sostituzione del generatore avrebbe richiesto una pompa di calore di potenza pari ad almeno 15 kW. Decidere invece di isolare il solaio su garage con pannelli isolanti di spessore di 10 cm all’intradosso del solaio permette di ridurre la potenza della pompa di calore a 7 kW, con un risparmio di circa 4.000 €.

Pertanto, l’intervento di isolamento è costato circa 2.500 € che, rispetto ai 4.000 € di differenza di costo tra le pompe di calore di potenza diversa, comporta un risparmio immeditato di 1.500 €, una durata maggiore dell’intervento e soprattutto una serie di benefici in termini di costo della bolletta: riduzione della potenza impegnata con minori spese di allaccio e spese fisse comunque minori nei consumi.

Di fatto, gli interventi di riqualificazione dell’involucro, a fronte dell’investimento iniziale e del risparmio energetico ottenuto, hanno tempi di ritorno medio-lunghi se non si tiene conto dei possibili incentivi e agevolazioni fiscali, ma per una più equa valutazione è importante:

  • tener conto anche della durata dell’intervento, di gran lunga superiore alla durata di interventi sull’impianto; è infatti limitante porre come tempo di ritorno, da indicare nell’Attestato di Prestazione Energetica, 10 anni;
  • effettuare la valutazione dei costi e dei benefici con il calcolo del tempo di ritorno dell’investimento, al netto di quelle spese che comunque sarebbero state sostenute, in quanto interventi di manutenzione necessari.
  1. CONCLUSIONI

Sarà essenziale che il Governo prosegua la politica incentivante dando stabilità alle detrazioni fiscali, per sostenere un settore che deve ancora avere il suo sviluppo e che deve acquisire quell’autonomia economica e diffusione culturale tale da associare automaticamente i concetti di riqualificazione, ristrutturazione e manutenzione all’efficienza e al risparmio di energia.

Il caso dei serramenti è a questo proposito esemplare. Visto che il ricorso alle agevolazioni fiscali ha comportato necessariamente l’utilizzo di infissi performanti, l’aumento di richiesta e il conseguente aumento dell’offerta, hanno fatto sì che questi, non costituiscano più l’eccezione, ma siano diventati lo “standard”, raggiungendo un prezzo molto vicino a quello dei precedenti infissi con caratteristiche tecniche meno “spinte”.

Qualità del manufatto edilizio | #edilizia

Qualità del manufatto edilizio | #edilizia

La qualità di un manufatto architettonico è considerata un valore aggiunto alla fattibilità, alla coerenza, al controllo e al coordinamento, sia del processo ideativo progettuale che dell’opera compiuta.

Il concetto di qualità nasce in ambito industriale con l’avvento della produzione seriale. Tale nozione in un primo momento era legata alla verifica di conformità del prodotto al tipo.
Il manufatto edilizio, esito finale dell’articolato processo edilizio, rappresenta un prodotto certamente atipico se rapportato a quelli industriali, generato da procedimenti variabili nel tempo che rendono difficile la standardizzazione dell’opera finale.
La qualità dell’opera architettonica coinvolge, inoltre tutte le fasi del processo edilizio passando, quindi, dalla sua programmazione, al documento preliminare alla progettazione, al progetto preliminare, alla verifica dello stesso, all’elenco annuale, al progetto definitivo, al progetto esecutivo, alla sua validazione, alla costruzione, alla gestione del costruito, fino alla sua demolizione e dismissione.
L’approccio integrato alla qualità

Il processo edilizio è costituito da una complessa rete di relazioni tra operatori diversi articolato in tre domini (domanda, produzione, uso e gestione). La visione classica proposta in letteratura è quella di un processo a cascata, di conseguenza gli strumenti di gestione, di cui quelli per la qualità rappresentano una particolare applicazione standardizzata ed intersettoriale, si sono prevalentemente sviluppati per consentirne uno sviluppo lineare. Il modificato scenario operativo realizzatosi con l’entrata della Cina nel WTO (World Trade Organisation – Organizzazione Mondiale del Commercio) nel 2001, ha fatto emergere nuove tendenze organizzative in atto anche nelle filiere nelle costruzioni, con l’attuazione di catene di fornitura globali. Questo fatto ha influito sulla organizzazione del processo edilizio, che si presenta oggi come una rete virtuale costituita da catene di fornitura interconnesse. La nuova struttura portata in campo dalla globalizzazione produttiva comporta una maggiore complessità nelle relazioni del processo edilizio e problematiche a carattere culturale e normativo connesse ai diversi livelli di qualità ritenuti accettabili Fornitori-Organizzazioni-Clienti globali.

Di conseguenza, appare impossibile proporre una gestione dell’organizzazione tesa a garantire la qualità, come si proponeva nella versione degli standard ISO 9001-4 del 2000 Norme della serie ISO 9000 e ci orienta piuttosto verso modalità di gestione che rispondano ad un approccio integrato di qualità, salute e sicurezza, ambiente, responsabilità sociale (nuova versione delle ISO 2009 in corso di emissione e normative UN ILO – United Nation International Labour Organisation ).

La qualità deve essere gestita in modo continuo nello sviluppo reticolare di tutto il processo, investendo ogni parte interessata della filiera, per qualsiasi aspetto di tipo organizzativo ed operativo, decisionale e di controllo. Dalla ricerca emergono nuove ipotesi che basando l’intero processo su metodologie adeguate a tale scopo(ad esempio il PeBBD – Performance Based Building Design ) e strumentazioni capaci di abilitare la comunicazione e l’interoperabilità tra le parti interessate (ad esempio Ambienti Virtuali che riferendosi a BIM – Building Information Modeling, come proposta dall’IAI – International Alliance for Interoperability , integrano le diverse dimensioni del progetto, della realizzazione e della gestione).

I tre aspetti della qualità

Gli aspetti che concorrono congiuntamente a garantire la qualità dell’opera architettonica compiuta, sono:
1_La qualità dei prodotti per edilizia
2_La qualità del progetto edilizio
3_La qualità del processo edilizio

1_La qualità dei prodotti per l’edilizia

La qualità dei prodotti per l’edilizia, data la sua vicinanza con il settore manifatturiero e le spinte offerte dalle Direttive Europee, risulta sicuramente più avanzata rispetto alla qualità nella progettazione e nei processi produttivi.
La Direttiva CEE 89/106 sui prodotti da costruzione, recepita con il DPR 246/93, regola la fornitura di materiali e prodotti che entrano in modo stabile nelle opere edilizie definendo i criteri su cui si basa il controllo della qualità in edilizia, gli operatori del controllo, specificando ruoli e responsabilità dei vari attori, i requisiti essenziali e, i sistemi di certificazione dei prodotti. Le diverse modalità di certificazione dei prodotti da costruzione sono strettamente legate a specifici protocolli di verifica della qualità, ossia richiedono una puntuale e preliminare individuazione dei metodi, tipi e tempi dei controlli di qualità.

I tipi di certificazione che seguono rappresentano le attestazioni previste dalla legge, menzionate in ordine decrescente rispetto al livello di qualità che rappresentano:

Omologazione

Il prodotto è sottoposto ad una serie di controlli, obbligatori per legge, effettuati da un ente o istituto accreditato dagli Organi Statali. Questo rappresenta il massimo livello di garanzia di qualità. È richiesta necessariamente per tutti i componenti impiantistici.
Certificazione di Conformità
Certificazione di tipo consensuale con riferimento alle specifiche tecniche capitolari. I laboratori di prova eseguono un controllo a campione seguendo norme e procedure predefinite. Eseguita su laterizi, calcestruzzi e quanto altro arrivi in cantiere senza certificato di omologazione.
Certificato d’idoneità tecnica
È un giudizio tecnico sull’idoneità d’impiego di un determinato materiale a seguito di specifiche prove.

Marcatura CE

Nato con lo spirito di definire livelli di qualità minimi comuni per favorire la libera circolazione di prodotti e merci, il marchio di qualità è un contrassegno rilasciato a seguito di una serie di attestazioni sul prodotto, non sempre significative, nel dimostrare un determinato livello di qualità.
Autocertificazione
Certificato rilasciato dallo stesso produttore a seguito di una serie di controlli.
Accreditamento
Certificato con validità Europea rilasciato da un ente accreditato.
Un Organismo Notificato (Istituto di Certificazione, Organismo d’Ispezione, Laboratorio di Prova) compie il controllo sulle procedure di fabbricazione del prodotto edilizio e rilascia la certificazione.
Tradizionalmente la qualità era considerata una caratteristica intrinseca del prodotto garantita dalla correttezza e dall’adeguatezza dei relativi processi di fabbricazione. Oggi tale nozione risulta notevolmente modificata e con essa il sistema di controllo sui prodotti. La progettazione e la corretta installazione dei componenti e dei sistemi dell’edilizia rispetto alle loro qualità intrinseche e all’esecuzione delle lavorazioni di cantiere, ha assunto un’importanza sostanziale.
La qualità dei prodotti da costruzione è perseguita tanto attraverso i requisiti scelti ed imposti dal committente attraverso i documenti progettuali, che da quelli fissati de regolamenti e norme sulle caratteristiche proprie dei prodotti.

2_La qualità del progetto edilizio

Per progettare qualità è necessario:
• un programma di progettazione pertinente, dettagliato e verificato
• un insieme di competenze tecniche coordinate e specifiche al programma
di progetto
• una progettazione unitaria integrata e controllata
• l’esatta valutazione delle risorse disponibili
• la certezza dei tempi di verifica amministrativa  in ognuno di questi elementi il contenuto progettuale è evidente, è indispensabile  quindi riconoscere la centralità di una progettazione integrata in tutte le parti della  filiera attraverso cui avviene la trasformazione del territorio.

Il progetto di  architettura deve essere presente
• nella programmazione preliminare dell’opera da parte del committente
• nella determinazione delle prestazioni tecniche dell’opera
• nella definizione del quadro economico della realizzazione
Oggi il progetto è considerato un aspetto marginale del processo di  trasformazione, un aspetto da tenere sotto controllo allo stesso titolo di  una qualunque altra voce di costo; la centralità del progetto integrato di qualità è l’unico dispositivo capace con oggettività di garantire un prodotto
edilizio indiscutibile.
Non è necessario che l’architettura sia un’opera d’arte, è necessario che sia  indiscutibile, appropriata, ben costruita ed esprima il decoro e l’etica di una  società colta consapevole di sé e della propria storia.

da Qualità del progetto, qualità del prodotto edilizio, qualità  dell’ambiente, qualità della vita.  contributo di Claudio de Albertis – vice presidente in/arch –  al dibattito “all’architettura serve una legge?”

3_La qualità del processo edilizio

Il processo edilizio rappresenta, secondo l’approccio della ISO 9001: 2000, uno dei punti cardine per attuare una gestione dei processi orientati alla qualità. Esso si configura come un iter decisionale a ciclo chiuso in cui si susseguono le operazioni d’ideazione, produzione e controllo. L’input di una fase diventa l’output della fase successiva. Gli attori che prendono parte al processo edilizio sono i professionisti singoli o associati, i vari specialisti, i produttori, i fornitori, le imprese, la Pubblica Amministrazione, il committente, l’utente finale e, l’intera collettività. Il livello di qualità è dettato dalla capacità di gestire il passaggio d’informazione da una fase all’altra non solo senza perdite, disciplinando attraverso procedure operative le modalità di relazione tra le parti coinvolte nelle varie fasi ma, permettendo ad ogni collaboratore di poter partecipare attivamente alla produzione della qualità.
Affinché un processo di costruzione possa ritenersi efficace ed adeguato tale da poter pianificare, prevedere, gestire e controllare i risultati in termini di qualità del prodotto finale deve dotarsi di un sistema qualità. Questo modello è concepito con lo scopo di dare evidenza, tramite documentazione e visite ispettive di parte terza, della presenza di un impianto aziendale finalizzato al perseguimento dell’obiettivo qualità. Il sistema qualità ha una struttura dinamica. La gestione delle risorse umane, delle conoscenze, delle informazioni interne ed esterne, delle tecnologie utilizzate, degli insegnamenti ricavati dalle esperienze precedenti è tale da prevedere che ogni contributo apportato da un collaboratore sia discusso in riunioni periodiche innescando un processo d’implementazione del sistema qualità.

Gli obiettivi della Qualità

Le finalità di un sistema della qualità applicato al processo edilizio sono:
Garantire adeguati livelli di qualità nella fase progettuale, provvedendo in tal modo al rispetto delle esigenze del cliente anche in termini di economicità e tempi.
Tutelare l’Amministrazione dal rischio di contenzioso.
Tutelare il progettista attraverso un continuo monitoraggio.
Tutelare le esigenze degli utenti definite nello Studio di Fattibilità e nel Documento Preliminare alla Progettazione.
La stazione appaltante svolge un ruolo strategico all’interno del processo edilizio incidendo sulla qualità finale dell’opera architettonica. Essa, infatti, oltre a controllare i requisiti formali, garanti del corretto affidamento e svolgimento dell’appalto, diventa verificatrice dei contenuti del progetto. La stazione appaltante controlla l’adeguatezza al quadro esigenziale, normativo e vincolistico, la completezza e la coerenza dei dati informativi e la ripercorribilità delle scelte progettuali al fine di tutelare i propri interessi, ridurre il rischio d’inappaltabilità, e quelli della collettività rispettandone le richieste concordate.

La Non Qualità

La non qualità, che un processo di progettazione genera, produce disfunzioni e disagi esprimibili in termini di perdite di natura finanziaria che investono tutti gli operatori del processo edilizio, utenza compresa.
Essa può scaturire da disfunzioni provenienti da qualunque fase del processo edilizio. I difetti delle costruzioni si manifestano come effetti di non qualità della progettazione. Il progetto architettonico, essendo lo strumento di controllo dell’intero processo edilizio, rappresenterà l’anello debole della filiera processuale.
La relazione annuale dell’Autorità per Vigilanza sui Contratti Pubblici relativi a Lavori, Servizi e Forniture per l’anno 2007 consultabile liberamente al sito www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/lavori_pubblici_rela_annuale/Presentazione2007.pdf conferma questa visione.
Gli effetti principali di un progetto qualitativamente non adeguato comportano il ricorso a modifiche e quindi a varianti in corso d’opera, con conseguenti ritardi nell’esecuzione delle opere, lievitazione dei costi e, difetti delle opere realizzate. Un altro elemento di criticità nella realizzazione di un’opera pubblica è rappresentato dal bando a base di gara.

Tra le maggiori carenze individuate nel rapporto dell’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici ci sono:

– L’erronea formulazione dei requisiti di partecipazione alla gara d’appalto che comporta la selezione di un contraente inadeguato all’opera da realizzare.

– Bandi di gara eccessivamente prescrittivi nella descrizione dei prodotti da impiegare che limitano il ricorso a tecnologie innovative.

– La mancanza di trasparenza e pubblicità dei bandi di gara che altera il numero di partecipanti alla procedura.

– Il pesante apparato burocratico che comporta procedimenti di autorizzazione lenti che condizionano la tempistica programmata per l’intervento.

Bibliografia

UNI EN ISO 9000:2005. Sistemi di gestione per la qualità – Fondamenti e vocabolario.
UNI EN ISO 9001:2005.” Sistemi qualità. Norme di gestione per la qualità e di assicurazione della qualità. Guida per la scelta e l’utilizzazione”
UNI EN ISO 10006:2005. Sistemi di gestione per la qualità. Linee guida per la gestione per la qualità nei progetti.

Classificazione tipologica del verde urbano | #urbangreen

Classificazione tipologica del verde urbano | #urbangreen

Classificazione tipologica del verde urbano

Il verde urbano è un elemento dell’ambiente costruito in fondamentale relazione con il paesaggio.

L’auspicabile diffusione del verde urbano, indicata anche da Agenda 21 e Carta di Aalborg, è un elemento di grande importanza ai fini del miglioramento della qualità della vita nelle città. E’ però necessaria una valutazione attenta di alcune delle sue caratteristiche, al fine di migliorare la sua funzione e di favorire le modalità della sua gestione, oltre che per consentire una razionale pianificazione degli interventi di estensione delle aree verdi. Per questo sarebbe auspicabile che nel maggior numero possibile di Comuni (e non solo in quelli di maggiori dimensioni) al piano urbanistico comunale (PUC) fosse affiancato funzionalmente anche il Piano del verde urbano, un documento progettuale oggi poco utilizzato, la cui assenza produce un rilevante spreco di denaro pubblico e rende di fatto meno fruibile il verde per i cittadini.

Nei paesi anglosassoni la disciplina che si interessa del verde urbano è conosciuta come urban forestry, (letteralmente: “forestazione urbana”), quasi ad indicare come le aree verdi possano proporsi come oasi di ruralità entro gli ambiti urbani, con una sottolineatura della wilderness delle aree verdi inserite in un “arido” edificato.

Proprio con riferimento ai modelli culturali della sostenibilità delle aree urbane e al ruolo del verde dentro le città potrebbe essere significativa la riscoperta – almeno nelle aree urbane meno degradate, ma anche e soprattutto nei centri più grandi – degli orti urbani, che sono oggetto (soprattutto oltreoceano, dove si parla di urban agriculture) di un movimento di riscoperta di un’agricoltura self-made, pienamente in linea con gli obiettivi dell’Agenda 21. Gli orti urbani hanno fatto parte integrante della cultura architettonica europea con le cosiddette città giardino, eliminate nell’arco di poco più di un secolo da poche generazioni di architetti e ingegneri modernisti (e più in generale da una cultura industrialistica dell’edilizia e dell’urbanistica) che hanno privilegiato il mattone e il cemento più che gli elementi di inserimento e di valorizzazione dell’ambiente (anche urbano), cancellando un elemento culturale presente nelle città europee sin dal medioevo.

Si deve sottolineare anche l’importantissimo ruolo del verde dal punto di vista bioclimatico, visto che l’evapotraspirazione prodotta dalle piante può contribuire ad una sensibile mitigazione della temperatura estiva nelle aree urbane.

ANALISI E CLASSIFICAZIONE DEL VERDE URBANO
(liberamente tratto da: Manuale per tecnici del verde urbano, Città di Torino)

Numerose, e tutte ugualmente importanti, sono le funzioni svolte dal verde urbano:

1) funzione ecologico-ambientale: il verde, anche all’interno delle aree urbane, costituisce un fondamentale elemento di presenza ecologica ed ambientale, che contribuisce in modo sostanziale a mitigare gli effetti di degrado e gli impatti prodotti dalla presenza delle edificazioni e dalle attività dell’uomo. Fra l’altro la presenza del verde contribuisce a regolare gli effetti del microclima cittadino attraverso l’aumento dell’evapotraspirazione, regimando così i picchi termici estivi con una sorta di effetto di “condizionamento” naturale dell’aria.

2) funzione sanitaria: In certe aree urbane, in particolare vicino agli ospedali, la presenza del verde contribuisce alla creazione di un ambiente che può favorire la convalescenza dei degenti, sia per la presenza di essenze aromatiche e balsamiche, sia per l’effetto di mitigazione del microclima, sia anche per l’effetto psicologico prodotto dalla vista riposante di un’area verde ben curata.

3) funzione protettiva: il verde può fornire un importante effetto di protezione e di tutela del territorio in aree degradate o sensibili (argini di fiumi, scarpate, zone con pericolo di frana, ecc), e viceversa la sua rimozione può in certi casi produrre effetti sensibili di degrado e dissesto territoriale.

4) funzione sociale e ricreativa: la presenza di parchi, giardini, viali e piazze alberate o comunque dotate di arredo verde consente di soddisfare un’importante esigenza ricreativa e sociale e di fornire un fondamentale servizio alla collettività, rendendo più vivibile e a dimensione degli uomini e delle famiglie una città. Inoltre la gestione del verde può consentire la formazione di professionalità specifiche e favorire la formazione di posti di lavoro.

5) funzione igienica: le aree verdi svolgono una importante funzione psicologica ed umorale per le persone che ne fruiscono, contribuendo al benessere psicologico ed all’equilibrio mentale

6) funzione culturale e didattica: la presenza del verde costituisce un elemento di grande importanza dal punto di vista culturale, sia perché può favorire la conoscenza della botanica e più in generale delle scienze naturali e dell’ambiente presso i cittadini, sia anche per l’importante funzione didattica (in particolare del verde scolastico) per le nuove generazioni. Inoltre i parchi e i giardini storici, così come gli esemplari vegetali di maggiore età o dimensione, costituiscono dei veri e propri monumenti naturali, la cui conservazione e tutela rientrano fra gli obiettivi culturali del nostro consesso sociale.

7) funzione estetico-architettonica: anche la funzione estetico-architettonica è rilevante, considerato che la presenza del verde migliora decisamente il paesaggio urbano e rende più gradevole la permanenza in città, per cui diventa fondamentale favorire un’integrazione fra elementi architettonici e verde nell’ambito della progettazione dell’arredo urbano.

 

Classificazione tipologica del verde urbano

 

 

Verde di arredo

giardini storici

 

parchi urbani

 

spazi verdi di quartiere

 

verde stradale – viali alberati

 

piazzali alberati

 

aiuole spartitraffico

Verde funzionale

sportivo

 

scolastico

 

sanitario

 

cimiteriale

 

residenziale di quartiere

 

residenziale suburbano

Verde privato

 

 

Verde di arredo

Il termine ”verde di arredo” indica in genere la parte di verde presente nelle città che deve assolvere prioritariamente ad una funzione igienico-sanitaria, sociale e ricreativa, protettiva, estetico architettonica, culturale ecc. allo scopo di migliorare le condizioni insediative e residenziali delle popolazioni nelle aree urbane.

Giardini storici

Si tratta di aree verdi di impianto generalmente non recente, culturalmente connesse con lo sviluppo delle città, talvolta testimoni di importanti vicende storiche.

Obiettivo della gestione di questi giardini è la conservazione dell’impianto originario, la trasmissione degli obiettivi progettuali e formali, e nel contempo una fruizione sicura e non degradativa. La presenza di alberi maturi o addirittura secolari comporta la necessità valutazioni attente delle condizioni fitosanitarie e in particolare delle condizioni di stabilità degli esemplari presenti, anche per garantire l’incolumità dei fruitori e l’integrità del giardino stesso.

Quando i soggetti non risultano più recuperabili, oltre all’acquisizione delle autorizzazioni per gli abbattimenti presso gli Enti preposti alla tutela del patrimonio paesaggistico e monumentale sarà opportuno prevedere interventi di messa a dimora di piante di adeguate caratteristiche, sostitutive di quelle eliminate.

I parchi urbani costituiscono un elemento di grandissimo valore del nostro patrimonio storico culturale, e dovrebbero essere adeguatamente tutelati, oltre che opportunamente gestiti. Al loro interno si trovano spesso elementi architettonici e artistici di arredo (statue, fontane, tavoli, panchine, piccole costruzioni ecc.) così come manufatti di interesse storico architettonico (spesso i parchi sono a servizio di una villa o di un palazzo storico) che ne aumentano ulteriormente il significato culturale.

All’interno o al contorno delle aree urbane i giardini storici costituiscono fra l’altro un importante elemento di verde che favorisce il riequilibrio ambientale delle città.

Parchi urbani

Si tratta di aree verdi più o meno estese, presenti nelle aree urbane o ai loro margini, che svolgono una importante funzione ricreativa, igienica, ambientale e culturale.

I parchi urbani possono essere caratterizzati dalla suddivisione in zone con diverse funzioni (riposo, gioco, attività sportive, servizi, centri culturali e ricreativi).

Generalmente i parchi urbani sono progettati utilizzando specie autoctone, e facendo un notevole impiego del prato e di alcune specie arbustive ed arboree acclimatate per l’area di insediamento. Le aree interessate in generale possono andare da medio piccole ad estese, e in quest’ultimo caso diventano dei veri e propri “polmoni verdi” della città.

In aree espansione periurbana razionalmente pianificate, il verde dei parchi può assumere anche un ruolo di integrazione e sostituzione del sistema agricolo e forestale, diventando oltretutto un elemento di caratterizzazione ambientale e di mitigazione del clima urbano. Fra l’altro la presenza di ampie zone verdi peri- o infra-urbane, gestite a parco, può consentire l’insediamento e la migrazione di una ricca fauna stanziale e migratoria, contribuendo così ulteriormente al riequilibrio di un ecosistema fortemente sbilanciato in senso degradativo quale è in genere quello urbano.

Un altro elemento importante riguarda le modalità di gestione, che se razionalmente organizzate possono consentire la creazione di un certo numero di posti di lavoro. Per ridurre i costi diretti di gestione e manutenzione del parco si possono anche scegliere soluzioni operative diversificate, come ad esempio dare incarico degli interventi di manutenzione a cooperative locali di produzione e lavoro che, attraverso l’adozione di tecnologie semplici e rustiche possono occuparsi di assicurare la fruibilità delle aree a parco, realizzando il ripristino dei percorsi pedonali, opere di regimazione delle acque superficiali, realizzazione di attrezzature per la sosta, ecc.

Spazi verdi di quartiere

Si tratta in genere di piccole aree verdi presenti in diversi punti del tessuto urbano.

Gli spazi verdi di quartiere sono utilizzati prevalentemente dagli abitanti della zona, che utilizzano queste aree con funzione ricreativa, di svago e di incontro. I criteri di progettazione di questi spazi verdi, considerato l’utilizzo generalmente intensivo, a fronte di una modesta estensione, devono essere semplici: alberi, arbusti e zone a prato vanno ubicati in modo da alternare zone d’ombra a zone al sole; devono essere previste aree pavimentate attrezzate per il gioco e la sosta, anche per limitare un eccessivo utilizzo dei prati; le specie da utilizzare devono essere rustiche e non particolarmente vigorose, per consentire una manutenzione ridotta; le barriere architettoniche devono essere eliminate, per consentire il libero movimento anche ai portatori di handicap.

Verde stradale e viali alberati

Il verde stradale permette l’arredo di vie, viali, piazze e parcheggi. Rappresenta una tipologia di verde estremamente importante, che condiziona in modo sostanziale il paesaggio e l’ambiente urbano e la grande viabilita, ed è composto in prevalenza da alberi e arbusti.

I viali alberati (detti anche alberate) di frequente sono intimamente connessi alla storia delle città e costituiscono, dunque, un patrimonio da salvaguardare. Spesso si rende necessaria la sostituzione degli individui presenti, per ragioni derivanti da cattive condizioni fitosanitarie delle piante e per la sicurezza pubblica.

Non solo a volte le strade mostrano brutti esempi di alberate, realizzate senza tenere conto di criteri razionali di progettazione del verde, ma spesso le alberature stradali sono sottoposte ad offese diverse, derivanti dall’inquinamento, dagli scavi effettuati senza considerare la presenza e la funzione dell’apparato radicale della pianta, dalla presenza invadente delle auto che possono determinare costipamento del terreno e urti meccanici, ecc.

Risulta quindi necessario orientare le scelte su specie che presentano determinati requisiti, quali: resistenza ai diversi inquinanti atmosferici (per esempio all’anidride solforosa: Quercus rubra, Tilia cordata; ai fluoruri: Acer campestre e platanoides, Quercus robur; all’ozono: Acer saccharinum, Fagus sylvatica, Liriodendron tulipifera, ecc.); capacita di ridurre il rumore, considerato ormai un vero e proprio agente inquinante (Acer pseudoplatanus, Tilia platiphyfillos, Carpinus betulus, ecc.); resistenza alle malattie e rusticità; capacita di ridurre la carica batterica dell’aria (Liquidambar, Chamaecyparis, Pinus silvestris, ecc.); ridotte esigenze di manutenzione; resistenza meccanica agli agenti atmosferici avversi; resistenza alla siccità (Celtis, Cercis, Gleditschia, Cedrus); nessun pericolo od inconveniente per la cittadinanza, come ad esempio: spine acuminate (Gleditschia), frutti maleodoranti (Gingko biloba femmina), ecc.; elevato valore decorativo.

Considerato che la pianta ideale, che risponda a tutte le esigenze soparaelencate non esiste, si capisce come è fondamentale che le scelte progettuali siano effettuate da un tecnico esperto del verde utilizzando le specie che rispondono quanto più possibile alle esigenze specifiche dell’intervento.

Oltre a ciò, altri criteri progettuali riguarderanno le dimensioni e le caratteristiche della strada da alberare (larghezza, luminosità, intensità del traffico veicolare, eventuali attività in loco, presenza di elementi di disturbo ambientale, ecc..)

Aiuole spartitraffico

*La striscia verde che divide i due sensi di marcia e senz’altro molto utile per le funzioni che esercita a favore degli automobilisti: riposa la vista e, qualora vi siano siepi o arbusti, diminuisce l’impatto dei fari nelle ore notturne. Questo tipo particolare di verde è esposto a condizioni molto difficili (inquinamento legato allo scarico dei motori, siccità, difficile manutenzione a causa della sua posizione, ecc.). Bisogna quindi ricercare soluzioni che assicurino la sopravvivenza di questo singolare arredo verde, riducendo al minimo i costi manutentivi. Molto utile si rivela in questi casi l’uso di specie coprisuolo o tappezzanti, sia erbacee che cespugliose e arbustive, che assicurino la permanenza della copertura verde. E’ chiaro che tali specie dovranno rispondere a requisiti di rusticità, facile adattabilità, effetto ricoprente rapido, buon valore estetico. L’alto costo iniziale di questo materiale vegetale e l’accurata messa a dimora che richiede e abbondantemente recuperato negli anni con oneri manutentivi minimi.

La copertura permanente ad opera delle tappezzanti assicura dunque un aspetto paesaggistico valido, nonchè facilmente ed economicamente mantenibile nel tempo. Questo giustifica ampiamente il loro impiego e la loro diffusione. Nelle aiuole spartitraffico, una soluzione valida è rappresentata da macchie di arbusti e piccoli alberi dislocati lungo I’aiuola stessa, in modo da rompere la monotonia del ”nastro verde piatto” e creare piani vegetazionali di diverse altezze, con ottimi risultati estetici e funzionali.

Verde funzionale

Come dice il termine stesso, si tratta di verde pubblico realizzato in funzione di determinate e particolari esigenze.

Verde sportivo

Costituisce il completamento di un impianto sportivo, in quanto lo abbellisce, o lo isola dall’ambiente esterno per assicurare una certa tranquillità. In ogni caso, è necessario scegliere alberi particolarmente resistenti alle varie cause avverse, onde assicurare la pubblica incolumità. L’aspetto più importante del verde legato agli impianti sportivi e senz’altro il tappeto erboso dei campi di gioco. In questi casi, la scelta del miscuglio di semi, le lavorazioni del terreno e la futura manutenzione dei campi realizzati hanno un’importanza fondamentale. Per realizzare campi sportivi esistono oggi miscugli appositamente predisposti, che dovranno formare un tappeto erboso soggetto ad un’intensa usura. Questo è un caso tipico in cui, per raggiungere risultati efficienti, più che la progettazione, incide un buon programma di manutenzione. Recentemente, nella realizzazione di tappeti erbosi sportivi ad uso professionale, si e diffuso il metodo ”Cellsystem”. Tale sistema consiste essenzialmente nella realizzazione di una particolare stratigrafia di materiale inerte, ricoperto da membrane in PVC e polietilene, sulle quali trovano posto le cellule che ospitano la rete di adduzione dell’acqua che serve anche come rete di drenaggio. Altra particolarità è rappresentata dal substrato colturale (in questo caso è improprio parlare di terreno) costituito da sabbia di fiume lavata e silicea. Un campo da gioco così realizzato richiede una oculata gestione e manutenzione, e necessita di un adeguato coordinamento tecnico da parte di un professionista del verde.

Verde scolastico

Il verde scolastico deve assolvere alla duplice funzione di ”polmone verde” della scuola di cui è parte integrante e di ”polo di osservazione naturalistica” per consentire agli alunni di conoscere il mondo vegetale (e il mondo animale che su di esso vive) a partire dalla propria scuola. Nel progettare e realizzare questo tipo di verde è molto importante conoscere le fasce di età degli alunni che frequentano la scuola. Infatti, in un asilo-nido, scuola materna o elementare, bisogna escludere le specie vegetali provviste di spine o di parti velenose. Sarà invece molto interessante incrementare l’utilizzo di specie appariscenti nei mesi autunno-invernali e primaverili, in modo da poter apprezzare l’evoluzione della vegetazione nel corso delle stagioni e nell’arco dell’anno scolastico.

Verde sanitario

Questo verde è strettamente legato a strutture ospedaliere o a case di cura, dove la funzione igienica è predominante su tutte le altre. Chiaramente, tutto il verde è utile e salutare, ma in determinate situazioni può essere più utile un particolare tipo di piante: ad esempio nei centri di cura delle malattie polmonari, le essenze resinose, che liberano aromi naturali utili per le vie respiratorie, potranno essere percentualmente maggiori delle latifoglie. Anche a riguardo del verde sanitario, la scelta di specie rustiche e robuste, può evitare, in generale, seri problemi per la pubblica incolumità.

Verde cimiteriale

Il verde cimiteriale svolge anch’esso un’importante funzione culturale e ambientale, consentendo di rendere più gradevole un ambiente generalmente triste e contribuendo anche ad una conservazione dell’equilibrio ambientale e sanitario.

Verde residenziale e privato

Il diffondersi dell’attività edilizia fa indubbiamente sorgere una serie di problemi legati alle nuove urbanizzazioni. In tali aree il verde deve trovare il suo posto dignitoso, e soprattutto nei nuovi interventi residenziali deve essere prevista la realizzazione di un adeguato arredo. E’ importante inoltre e che le Amministrazioni ”esigano” che il verde venga realizzato sulla base di un progetto approvato dall’Ufficio comunale del verde, senza stravolgimenti in fase di esecuzione delle opere. Nel nostro Paese, sulla scorta di cio che da tempo si verifica all’estero, sta prendendo piede presso sempre più numerosi Comuni la previsione di un regolamento del verde, che suggerisca al privato cittadino i criteri per la realizzazione del verde ornamentale. Certamente gli indirizzi del verde pubblico spesso vengono, di riflesso, seguiti anche dal privato, per cui un miglioramento d’immagine del verde urbano trova indubbiamente un riscontro graduale a livello di verde privato.

 

fonte: http://www.paesaggio.net/verde.htm

 

 

Le funzioni del Verde Urbano | #urbandesign #urbangreen #urbanplanning

Le funzioni del Verde Urbano | #urbandesign #urbangreen #urbanplanning

Le funzioni del verde urbano

1. Le funzioni del verde urbano per il controllo ambientale, fino ad oggi riconosciute e dimostrate su basi scientifiche, sono così riassumibili:

A) Mitigazione dell’inquinamento atmosferico e acustico
– Attenuazione delle variazioni microclimatiche (temperatura, umidità, ventosità)
– Depurazione dell’aria
– Produzione di ossigeno
– Attenuazione dei rumori
– Azione antisettica
– Riduzione di inquinanti nell’atmosfera: monossido di carbonio, cloro, fluoro, ossidi di azoto, ozono, PAN (acidi nitriloperacetici), anidride solforosa, ammoniaca, piombo

B) Difesa del suolo
– Riduzione della superficie impermeabilizzata
– Recupero dei terreni marginali e dismessi
– Riduzione dei tempi di corrivazione ed effetto di regolazione sullo smaltimento delle piogge
– Depurazione idrica
– Consolidamento delle sponde fluviali e dei versanti franosi

C) Sostegno alla biodiversità
– Conservazione della biodiversità
– Incremento della biodiversità

D) Miglioramento dell’estetica ed immagine della città

E) Sviluppo delle funzioni ricreative e sportive libere in spazi non strutturati

F) Sviluppo della didattica naturalistica e della cultura storico-sociale ed ambientale.

2. La vegetazione, in ogni sua manifestazione, è elemento essenziale per la conservazione della biodiversità. E’ pertanto indispensabile:

a) rispettarla come elemento di identità del territorio locale e come fattore determinante per la qualità della vita degli abitanti;

b) conoscerla, censirla e monitorarla nel suo sviluppo;

c) considerarla nelle scelte di trasformazione territoriale come elemento irrinunciabile per il paesaggio urbano;

d) mantenerla quanto più possibile integra;

e) incrementarla nel rispetto delle specie che caratterizzano il contesto locale siano esse autoctone o naturalizzate;

f) curarla con le migliori tecniche fitosanitarie disponibili.

Fonte: REGOLAMENTO DEL VERDE PUBBLICO E PRIVATO DELLA CITTA’ DI TORINO

 

SH #11_ I requisiti illuminotecnici degli edifici

SH #11_ I requisiti illuminotecnici degli edifici

Quantità e qualità della luce

Gli edifici devono essere progettati e realizzati in modo che l’illuminazione dei locali sia adeguata agli impegni visivi richiesti.

La quantità e la qualità della luce deve essere tale da permettere agli occupanti di svolgere le loro attività in condizioni di sicurezza, efficienza e comfort.

Illuminazione

L’illuminazione diurna dei locali deve essere naturale e diretta. Possono usufruire di illuminazione artificiale i seguenti ambienti:

a)    locali destinati ad uffici, la cui estensione in profondità, pur con regolare rapporto illuminante, non consente un’adeguata illuminazione naturale dei piani di utilizzazione;

b)   i locali aperti al pubblico destinati ad attività commerciali, culturali e ricreative;

c)    i locali destinati ad attività che richiedono particolari condizioni di illuminazione e i locali per spettacoli (cinema, teatri e simili);

d)    i locali non destinati alla permanenza di persone;

e)   gli spazi destinati al disimpegno e alla circolazione orizzontale e verticale all’interno delle singole unità immobiliari;

f)     servizi igienici che dispongono di aerazione attivata.

Requisiti di illuminazione naturale e diretta

L’illuminazione naturale diretta può essere del tipo perimetrale o zenitale o mista. Nel caso di luce proveniente dalle pareti perimetrali esterne degli ambienti abitabili le parti trasparenti, misurate convenzionalmente al lordo dei telai degli infissi, non devono avere area complessiva inferiore a 1/10 di quella della superficie del pavimento degli ambienti stessi quando la profondità del pavimento di ogni singolo ambiente non superi 2,5 volte la loro altezza. Per profondità maggiori che comunque non devono essere superiori a 3,5 volte l’altezza, l’area complessiva delle parti trasparenti misurate come sopra non deve essere inferiore a 1/8 dell’area del pavimento.

La superficie illuminante che deve essere computata in tabella sul progetto è la superficie totale dell’apertura finestrata detratta la eventuale quota inferiore fino ad un’altezza di cm 60 e la quota superiore eventualmente coperta da sporgenze, aggetti, velette (balconi, coperture, ecc.) superiore a cm 150 calcolata per un’altezza p=L/2 (ove p=proiezione della sporgenza sulla parete e L=lunghezza della sporgenza dall’estremo alla parete, in perpendicolare) così come dallo schema esplicativo.

La porzione di parete finestrata che si verrà a trovare nella porzione “p” sarà considerata utile per 1/3 agli effetti illuminanti (vedi fig. seguente)

Laddove non sia possibile modificare le pareti perimetrali esterne, la conservazione delle minori superfici trasparenti esistenti è consentita a condizione che non vengano peggiorati i rapporti di illuminazione già esistenti.

Nel caso di luce zenitale, l’area complessiva delle parti trasparenti, misurate come sopra, non deve essere inferiore a 1/12 dell’area del pavimento.

Nel caso di situazioni miste, il contributo della luce zenitale, in questo caso equiparato a quello delle pareti perimetrali (e quindi pari a 1/10 della superficie di pavimento), vale al solo fine dell’aumento  della profondità dell’ambiente.

Schema esplicativo superficie illuminante utile

Legenda

L = lunghezza dell’aggetto superiore

P = proiezione dell’aggetto = L/2 si calcola solo per L > 150 cm.

a = superficie finestrata utile per 1/3 agli effetti dell’aeroilluminazione

b = superficie utile agli effetti dell’aeroilluminazione

c = superficie anche se finestrata comunque non utile ai fini dell’aeroilluminazione (c = cm 60)

rapporto illuminazione

 

LA SUPERFICIE FINESTRATA UTILE E’ UGUALE A : B + 1/3 A .

 

Dispositivi per l’oscuramento

Le parti trasparenti delle pareti perimetrali degli alloggi devono essere dotate di dispositivi permanenti che consentano il loro oscuramento

 

dal REGOLAMENTO D’IGIENE DEL COMUNE DI MILANO

 

 

Impianti per la cucina

Impianti per la cucina

In caso di ristrutturazione un tecnico professionista abilitato redige uno schema a norma degli impianti elettrico e idraulico, che servirà durante i lavori ma anche per le successive manutenzioni.

Prese e interruttori

Nella progettazione ex novo della cucina-soggiorno, a seconda della collocazione dei mobili, si dovranno prevedere le uscite dei cavi di alimentazione, tenendo conto dei punti presa e punti luce che la normativa richiede.

La distribuzione

Si sviluppa a partire dal quadro elettrico dell’unità abitativa (con interruttori magnetotermici e interruttore differenziale chiamato “salvavita”) installata di solito nei pressi dell’ingresso. Dal centralino singolo si dipanano le linee di alimentazione dei circuiti-presa (a 16 ampere) e del circuito-luce per l’illuminazione (a 10 Ampere).

 

Le prese per gli elettrodomestici vanno posizionate a muro a 30 cm da terra; le altre hanno una comoda collocazione a 110 cm sopra il top; in soggiorno a 30 cm. Gli interruttori tutti a 110 cm. I punti presa devono essere quelli standard per apparecchi di elevata potenza da 16 ampere, italiana o tedesca tipo Schuko, in numero sufficiente ad alimentare tutti gli apparecchi previsti. La normativa – per un impianto elettrico di livello 1 (quello da considerare “basic” per un’abitazione) prevede una dotazione minima di 5 punti presa e 1 punto luce. Quest’ultimo, meglio che sia del tipo “interrotto” che comanda cioè l’accensione dell’illuminazione generale (con interruttore in prossimità della porta di accesso) e di eventuali luci a incasso.

Sopra il top

Si consiglia di far realizzare un’uscita dei cavi per l’alimentazione elettrica della luce e un’eventuale presa sottopensile, attrezzata con presa standard e presa Schuko per l’eventuale utilizzo di piccoli elettrodomestici. Poiché la cucina può essere illuminata anche da cappa e lampade sottopensile, è bene raggrupparne l’alimentazione in un unico interruttore sullo schienale della cucina.

Costo punto luce

Per l’impianto elettrico si calcolano circa 50-60 euro a punto luce.

Acqua, gas e aria

Se non si è in fase di ristrutturazione, la collocazione dei moduli della cucina va studiata a partire dalla posizione degli attacchi.

• Bisogna quindi tenere conto che le uscite delle tubazioni per il carico e lo scarico dell’acqua e quelle per il gas devono essere centrate sull’asse del lavello per poi essere distribuite, verso i relativi elettrodomestici, attraverso l’intercapedine tecnica creata tra i moduli base e il muro retrostante.

•Se si è disposti a effettuare lavori e modifiche, va detto che per spostare il lavello non ci sono particolari vincoli, se non il rispetto di una seppur minima pendenza (intorno all’1%) del tubo di raccordo alla colonna di scarico principale.

• Per ipotesi, per modificarne la posizione di 4 metri, tra punto di partenza e di arrivo ci dovrà essere in altezza uno scarto di circa 4 cm.

Nel caso si volesse creare un’area a isola con fuochi e lavello, per evitare operazioni costose e lavori invasivi, si può optare per una pedana rialzata in cui alloggiare le tubature e ricavare le adeguate pendenze per gli scarichi.

Aerazione: una cosa diversa dalla ventilazione 

In presenza di apparecchi di cottura, il locale deve essere aerato e ventilato: per questo la normativa vigente (UNI-CIG 7129:2008) prevede che in cucina siano presenti specifiche “aperture”. Mentre l’afflusso d’aria necessario per la combustione è garantito dalla ventilazione, l’aerazione permette invece il ricambio per lo smaltimento dei fumi di cottura. Quest’ultima funzione si ottiene con cappa a tiraggio naturale o aspirante elettrica, oppure con un elettroventilatore posto sulla parte alta di pareti o serramenti. Entrambe richiedono due aperture permanenti (ciascuna di sezione ≥ 100 cm2), protette con griglie: quella di aerazione in prossimità del soffitto, l’altra del pavimento.

 A seconda del tipo di piano cottura

Per un modello a gas a 4 o 5 fuochi, con potenza di 5 o 6 kW termici, la foratura nella parte bassa della muratura deve essere di circa 10 x 10 cm; con modelli a induzione o in vetroceramica, si può evitare, mentre rimane l’obbligo per quello in alto.

CDC_11_12_Aerazione-mod

neufert-kitchen

fonte: 

http://www.cosedicasa.com/

Superfici minime degli ambienti #architettura

Superfici minime degli ambienti #architettura

La superficie minima degli spazi di abitazione non deve essere inferiore ai seguenti valori:

– camere ad un letto mq 9,00

– camere a due letti mq 14,00

– soggiorno (anche con spazio di cottura) mq 14,00

– cucina mq 7,00

– servizio igienico (con lato minimo di m 1,70 in mq. 3,50 per alloggi progettati per 3 o più utenti virtuali)

Gli alloggi progettati per uno o due utenti virtuali devono essere dotati almeno di uno spazio di cottura, di un servizio igienico, di un ripostiglio anche del tipo a soppalco.

Gli alloggi progettati per tre o quattro utenti virtuali devono essere dotati almeno di una cucina indipendente, di un servizio igienico, di un ripostiglio anche del tipo a soppalco.

Gli alloggi progettati per cinque o più utenti virtuali devono essere dotati almeno di una cucina indipendente, di due servizi igienici, di un ripostiglio anche del tipo a soppalco; per il secondo servizio igienico è richiesta una superficie minima di mq 2,00 e un lato minimo di m 1,20.

Negli immobili destinati ad uffici e negozi, quando non regolamentati da specifiche norme al riguardo, la superficie dei servizi igienici non deve essere inferiore a 1,5 mq.

Volume minimo degli alloggi e numero degli utenti | #architettura

Volume minimo degli alloggi e numero degli utenti | #architettura

 

La dimensione minima degli alloggi è espressa in volume, misurato al lordo delle partizioni interne, secondo la seguente formula: 25 + 49 u metri cubi, dove u è il numero degli utenti previsti uguale o superiore a 2. Detta disponibilità di volume è calcolata indipendentemente dalla soluzione distributiva adottata per gli spazi di abitazione e ammette l’ipotesi della “pianta libera”. Al fine del presente calcolo non è computabile l’altezza media superiore a m 3; comunque l’alloggio per un utente non può avere un volume inferiore a 80 mc. e una superficie netta inferiore a 30 mq.

Gli indici di volume determinano il numero massimo di utenti ammissibili per ogni alloggio sotto il profilo igienico-sanitario.

Per gli interventi di edilizia convenzionata e sovvenzionata si fanno salve le norme previste dalla legislazione nazionale e regionale in materia.

 

SH#06_ Altezze minime dei locali

SH#06_ Altezze minime dei locali

L’altezza media dei locali non deve essere minore di 2,70 m.

L’altezza media può essere ridotta a 2,40 m. nei bagni, nei gabinetti, negli spogliatoi e lavanderie.

L’altezza negli altri spazi di servizio può essere ridotta a 2,10 m.

La distanza minima tra il pavimento e la superficie più bassa del soffitto finito non deve essere inferiore a 2,10 m.

La conservazione di minori altezze può essere autorizzata per gli interventi sugli edifici esistenti che non eccedono la straordinaria manutenzione.

Gli eventuali spazi di altezza inferiore ai minimi devono, in relazione all’uso del locale, essere chiusi mediante opere murarie o arredi fissi e ne potrà essere consentito l’uso esclusivamente come ripostiglio, guardaroba.

TH#01_L’isolamento termico delle pareti esterne

TH#01_L’isolamento termico delle pareti esterne

Le tecniche di isolamento delle parete esterne si differenziano per la diversa successione degli strati ed il conseguente differente comportamento della struttura su cui sono posizionati. Molte volte la scelta del tipo di coibentazione è influenzata da particolari vincoli (statici, estetici, di ingombro) che non consentono una effettiva ottimazione tecnico-economica.

Per le pareti esterne, l’isolamento termico può essere realizzato dall’esterno, dall’interno o nell’intercapedine.

Isolamento dall’esterno

E’ senza dubbio la soluzione più efficace per isolare bene un edificio. In particolare è molto conveniente quando è comunque previsto un rifacimento della facciata.

Le soluzioni adottabili sono essenzialmente due:

– Isolamento “a cappotto”

– Parete ventilata.

Isolamento a cappotto

Consiste nell’applicare sulla faccia esterna della parete un pannello di materiale isolante ricoperto da un intonaco, rinforzato da una armatura e completato da uno strato di finitura.

Questo tipo di coibentazione consente di eliminare i ponti termici e i fenomeni di condensazione del vapor d’acqua, migliora l’inerzia termica dell’edificio ed aumenta la temperatura superficiale degli strati costituenti la struttura edilizia.

Questa soluzione è possibile se si dispone di materiali isolanti aventi ottime caratteristiche meccaniche e tecniche per resistere agli agenti atmosferici e per consentire una posa adeguata.

Idonea permeabilità al vapore e capacità di assorbimento dell’acqua meteorica quasi nulla completano i dati prestazionali dei “cappotti esterni”.

I materiali più usati sono il polistirene espanso e la lana minerale; sono da evitare feltri in fibre minerali per le loro scarse caratteristiche meccaniche.

Solitamente la posa del cappotto è effettuata a circa 2 m sopra il piano di calpestio per evitare danni da urti.

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Parete ventilata

È un sistema di isolamento della parete esterna, con costi elevati, ma che somma ai vantaggi della coibentazione a cappotto quello di una efficace ventilazione della struttura muraria.

I moti convettivi dell’aria nell’intercapedine possono provocare una modesta riduzione del potere isolante dello strato coibente, ma la lama d’aria comporta una notevole protezione dalla radiazione solare conseguente “all’effetto camino” che si verifica nell’intercapedine una volta che il calore assorbito dal rivestimento viene ceduto all’aria, proteggendo la struttura e l’isolante da stress termici. La lama d’aria favorisce poi l’eliminazione del vapor d’acqua che migra dall’interno.

Questo sistema è di facile manutenzione in quanto gli elementi del rivestimento sostituibili, di contro è difficile la realizzazione “a regola d’arte”delle giunzioni fra gli elementi stessi. Il rivestimento può essere di materiali vari: intonaco su rete, lastre prefabbricate, doghe metalliche, materiali lapidei, ecc.

Per la posa in opera si posizionano sul muro esterno dei correntini verticali fra i quali sono alloggiati i pannelli di isolamento, si applica quindi l’orditura orizzontale che crea un’intercapedine (2-5 cm), infine si posa il rivestimento lasciando due aperture, all’estremità inferiore e superiore, protette da apposite griglie che garantiscono la ventilazione delle parete.

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Isolamento dall’interno

L’intervento consiste nell’applicare sulla faccia interna di una parete ad elevata trasmittanza una controparete isolante formata da lastre o pannelli rigidi. Importante è la sigillatura dei giunti che avviene con apposite bande ed intonaci speciali.

Questa soluzione è più economica e di più facile esecuzione, anche se la sigillatura dei giunti deve essere particolarmente accurata.

È consigliabile per edifici con intermittenza d’uso e a bassa inerzia termica; la scarsa capacità di accumulare calore di una struttura di questo tipo rende però probabili i fenomeni di condensazione e quindi, se l’isolante non ha una elevata resistenza alla diffusione del vapore, è consigliabile l’uso di una barriera al vapore sulla faccia interna della controparete.

Con questo intervento vengono eliminati i ponti termici relativi ai giunti fra parete e serramento e quelli fra spigoli verticali, mentre rimangono quelli fra pareti e solette.

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Isolamento nell’intercapedine

Questo intervento consiste nell’insufflare un idoneo coibente nell’intercapedine di una muratura esistente, attraverso fori (diametro circa di 35 mm), praticati nella parete, a distanza di circa 2 m. Le resine poliuretaniche sono le più adatte.

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The thermal insulation of the external walls

SH05_Aerazione dei locali #architettura

SH05_Aerazione dei locali #architettura

Dal Regolamento  d’Igiene del Comune di Milano

Volume d’aria

Il volume minimo d’aria disponibile per individuo non può essere inferiore a 25 mc., con il vincolo che l’altezza libera tra pavimento e intradosso finito del soffitto non sia inferiore a quanto previsto dalle disposizioni vigenti.

VENTILAZIONE NATURALE

Aerazione naturale o diretta

Gli edifici devono essere progettati e realizzati in modo che ogni locale possa fruire di aereazione naturale adeguata alla sua destinazione.

Riscontro d’aria

Deve essere garantito il riscontro d’aria effettivo per tutte le unità immobiliari anche mediante cavedi, ad esclusione degli alloggi per un utente virtuale.

 

VENTILAZIONE MECCANICA

Aerazione attivata: condizionamento – ventilazione meccanica

In sostituzione dell’aerazione naturale è ammessa quella di tipo attivato con sistemi permanenti ed adeguati alla destinazione d’uso dei locali, in conformità alla normativa tecnica vigente.

Per aerazione attivata si intende il condizionamento o la ventilazione meccanica. E’ ammessa nei seguenti casi:

1)   locali destinati ad uffici; locali aperti al pubblico destinati ad attività commerciali, culturali e ricreative;

2)  locali destinati ad attività che richiedono particolari condizioni di illuminazione e locali per spettacoli (quali ad es. cinema, teatri e simili, camere oscure);

3)   locali bagno di alloggi per un utente virtuale o se nell’unità immobiliare esista un bagno dotato di WC e aerato naturalmente.

Di norma la ventilazione meccanica è consentita solo per i servizi igienici e, ad integrazione di quella naturale, può essere consentita previo parere della USSL, in esercizi commerciali per particolari esigenze.

 

Condizionamento

A) Caratteristiche degli impianti

Gli impianti di condizionamento dell’aria devono essere in grado di assicurare e mantenere negli ambienti le condizioni termiche, idrotermiche, di velocità e di purezza dell’area idonee ad assicurare il benessere delle persone o le seguenti caratteristiche:

1)  il rinnovo di aria esterna filtrata non deve essere inferiore a 20 mc/persona/ora. I valori di cui sopra possono essere ottenuti anche mediante parziale ricircolazione fino a 1/3 del totale, purchè l’impianto sia dotato di adeguati accorgimenti per la depurazione dell’aria;

2)   temperatura di 19 +/- 1°C con U.R. di 40-60% nella stagione invernale; nella stagione estiva temperatura operativa compresa tra 25-27° C con U.R. di 40-60% e comunque con una differenza di temperatura fra l’aria interna ed esterna non inferiore a 7°C;

3)   la purezza dell’aria deve essere assicurata da idonei accorgimenti (filtrazione e se del caso disinfezione) atti ad assicurare che nell’aria dell’ambiente non siano presenti particelle di dimensione maggiore a 50 micron e non vi sia possibilità di trasmissione di malattie infettive attraverso l’impianto di condizionamento;

4)   La velocità dell’aria nelle zone occupate da persone non deve essere maggiore di 0,20 m/s misurata dal pavimento fino ad una altezza di m 2.

Sono fatte salve diverse disposizioni dell’Autorità Sanitaria con particolare riferimento agli ambienti pubblici, commerciali, luoghi di lavoro, ecc.

B) Prese di aria esterna

Le prese d’aria esterna devono essere sistemate di norma alla copertura e comunque ad un’altezza di almeno m 3 dal suolo se si trovano all’interno di cortili ed almeno m 6 se su spazi pubblici. La distanza dei camini o altre fonti di emissioni deve garantire la non interferenza da parte di queste emissioni sulla purezza dell’aria usata per il condizionamento.

 Aerazione di tipo indiretto

L’aereazione può essere di tipo indiretto senza che sia necessario l’impiego di dispositivi di attivazione solo nei seguenti casi:

a)    locali non destinati alla permanenza di persone (quali ad es.: i ripostigli, le cantine, i sottotetti);

b)   spazi destinati al disimpegno e alla circolazione orizzontale e verticale all’interno delle singole unità immobiliari (quali ad es. i corridoi).

 Apertura di serramenti

Le parti apribili dei serramenti occorrenti per la ventilazione naturale degli ambienti mediante aria esterna, misurate convenzionalmente al lordo dei telai, non possono essere inferiori a 1/10 del piano di calpestio dei locali medesimi. Sono escluse dal calcolo le porte di accesso alle unità immobiliari, se non a diretto contatto con l’esterno dell’edificio e dotate di opportune parti apribili, ad eccezione dei locali adibiti ad attività commerciali aperti al pubblico. Le parti apribili computate nei calcoli per la verifica dei rapporti di aerazione devono essere esclusivamente verticali, qualora in copertura. Il comando che le attiva deve essere posto ad altezza d’uomo.

La conservazione delle minori superfici aeranti esistenti è consentibile a condizione che non vengano peggiorati i rapporti di aerazione già esistenti

La superficie finestrata che garantisce il ricambio d’aria può essere ridotta a 1/12 del piano di calpestio negli ambienti dotati di serramento apribile da pavimento all’intradosso finito del soffitto.

Tipologia dei locali | #edilizia

Tipologia dei locali | #edilizia

Dal Regolamento Edilizio di Milano, in base alla previsione d’uso degli spazi, in ogni edificio si distinguono:

Spazi di abitazione:

– sale soggiorno,
– uffici,
– studi,
– cucine,
– sale da pranzo,
– camere da letto,
– sale da gioco,
– sale di lettura
– assimilabili;

Spazi di servizio:

– bagni,
– gabinetti,
– corridoi,
– disimpegni e ripostigli,
– lavanderia,
– spogliatoi, guardaroba.

Una piccola utilità per evitare di scrivere nomi di fantasia tra i vari vani.

SH#03_Misure igieniche  e norme generali per i  #cantieri

SH#03_Misure igieniche e norme generali per i #cantieri

Norme generali per soddisfare alcuni requisiti del cantiere

1. Sicurezza nei cantieri

In ogni lavoro di costruzione, demolizione o altro (rifacimenti, tinteggiature, ecc.) devono essere adottate tutte le necessarie precauzioni allo scopo di garantire la sicurezza e la incolumità dei lavoratori e di tutti i cittadini, facendo direttamente riferimento alla legislazione vigente in materia.

2. Recinzioni

I cantieri edili devono essere isolati mediante opportune recinzioni con materiali idonei ed aventi un’altezza non inferiore a m. 2,00.

I restauri esterni, di qualsiasi genere, ai fabbricati insistenti su aree pubbliche od aperte al pubblico possono effettuarsi solo previa recinzione chiusa dei fabbricati medesimi o con analoghe misure protettive idonee ad assicurare l’incolumità e la salute della popolazione. Le norme del presente articolo non si applicano in caso di lavori di durata inferiore alla settimana, purché vengano adeguatamente vigilati e/o segnalati e siano messe in atto idonee misure protettive per evitare ogni possibile inconveniente.

3. Demolizioni: difesa dalla polvere

Nei cantieri ove si procede alle demolizioni, oltre ad adottare le misure descritte al punto precedente, si deve provvedere affinché i materiali risultanti dalle demolizioni vengano fatti scendere a mezzo di apposite trombe o di recipienti e comunque previa bagnatura allo scopo di evitare l’eccessivo sollevamento di polveri. In tutti i cantieri ove si proceda alla demolizione a mezzo di palle o altri macchinari a braccio meccanico, ove necessario, su indicazione del Responsabile del Servizio n. 1 della U.S.S.L. territorialmente competente, oltre alla bagnatura occorrerà adottare speciali accorgimenti, allo scopo di evitare l’eccessiva polverosità e rumorosità.

4. Aree inedificate e/o abbandonate ed edifici in disuso

Le aree inedificate e/o abbandonate, gli edifici o parti di essi, i manufatti od altro in disuso, che siano o che possano determinare grave situazione igienico-sanitaria, devono essere adeguatamente recintate e sottoposte ad interventi di pulizia, cura del verde, e se necessario, di disinfestazione o di derattizzazione, anche nel caso di una loro sistemazione e/o demolizione.

5. Allontanamento materiali di risulta

Per ogni intervento di demolizione o scavo, o altro che comporti l’allontanamento di materiali di risulta, il titolare e l’esecutore dell’opera, dovranno, prima dell’inizio dei lavori, specificare al Servizio della U.S.S.L. il recapito dello stesso materiale.

6. Rinvenimento di resti umani

Nel caso di rinvenimento di parti di cadavere o anche di resti mortali o di ossa umane, si applicano le disposizioni di cui al D.P.R. 10.9.90 n. 285.

7. Cantieri a lunga permanenza

Tutti i cantieri a lunga permanenza devono essere provvisti di idonei servizi igienici ed adeguate forniture di acqua potabile.

Nel caso dovesse essere prevista la realizzazione di alloggi temporanei per le maestranze o personale di custodia, oltre all’adeguata dotazione dei servizi dovranno essere assicurati gli indici minimi di abitabilità previsti nella normativa vigente.

notes: 

Le indicazioni per i cantieri , sopracitate,  sono generali, ricordiamo che il quadro normativo  di riferimento è il R.E. del Comune di intervento.

Rimangono tuttavia letture utili per un approccio sano al progetto.

dal REGOLAMENTO D’IGIENE DEL COMUNE DI MILANO

Aree edificabili e norme generali  per la costruzione | #edilizia

Aree edificabili e norme generali per la costruzione | #edilizia

Le norme generali per soddisfare alcuni requisiti delle aree edificabili.

1. Salubrità dei terreni edificabili

E’ vietato realizzare nuove costruzioni su terreni che siano serviti come deposito di immondizie, letame o altro materiale insalubre che abbia comunque potuto inquinare il suolo, se non dopo aver completamente risanato il sottosuolo corrispondente. Ai sensi dell’art. 97 del D.P.R. 285/90 è altresì vietato, a scopo edificabile, l’uso del terreno già adibito a cimitero per almeno 15 anni dall’ultima inumazione.

2. Protezione dall’umidità

Se il terreno oggetto di edificazione è umido e/o soggetto alle infiltrazioni di acque sotterranee o superficiali, deve essere operato un sufficiente drenaggio e si dovranno adottare accorgimenti per impedire che l’umidità si trasmetta dalle fondazioni alla muratura e/o strutture sovrastanti.

Se su un terreno da coprire con nuove costruzioni, scorrono corsi d’acqua o vi siano invasi naturali, devono essere previste opere atte a proteggere le fondazioni o altre parti della casa o adottare altri accorgimenti costruttivi mediante i quali è possibile raggiungere il risultato di proteggere i muri e le fondazioni dall’umidità e dagli allagamenti.

Il terreno per essere fabbricabile deve avere i mezzi di scolo delle acqua luride e meteoriche ovvero di difesa dalle eventuali invasioni di acque superficiali o di sottosuolo.

In ogni caso devono essere adottati accorgimenti tali da impedire la risalita dell’umidità per capillarità; inoltre i muri dei sotterranei devono essere difesi dal terreno circostante a mezzo di materiali impermeabili o di adeguata intercapedine. La descrizione di detti accorgimenti deve essere contenuta nella documentazione progettuale allegata alla domanda di concessione o autorizzazione edilizia.

 3. Distanze e superficie scoperta

Per quanto concerne il rapporto fra superfici aperte e scoperte, la larghezza delle vie, l’arretramento dei fronti dei fabbricati, i distacchi fra edifici contigui, l’altezza massima degli edifici e ogni altra condizione concernente i rapporti fra i fabbricati stessi è fatto richiamo e rinvio ai regolamenti edilizi e agli strumenti urbanistici stabiliti per le singole località e zone approvati ai sensi della vigente legislazione.

4. Sistemazione dell’area

Prima del rilascio della licenza d’uso tutta l’area di pertinenza del fabbricato, ultimati i lavori, dovrà risultare sgombra da ogni materiale di risulta e dalle attrezzature di cantiere; dovrà inoltre essere sistemata secondo quanto previsto in progetto.

5. Divieto al riuso di materiali

Nelle costruzioni è vietato il reimpiego di materiali deteriorati, inquinati, malsani o comunque non idonei dal punto di vista igienico sanitario.

E’ altresì vietato per le colmate, l’uso di terra o di altri materiali di risulta che siano inquinati, definiti tali dalla normativa vigente in materia.

6. Intercapedini e vespai

I muri dei locali di abitazione non possono essere addossati al terreno. In tal caso dovranno essere costruite intercapedini munite di condutture o cunette per lo scolo delle acque filtranti.

Laddove si faccia luogo alle costruzioni in assenza di locali cantinati o sotterranei, l’edificio deve essere protetto dall’umidità mediante idoneo vespaio con superfici di aerazione libera non inferiore a 1/100 della superficie del vespaio stesso, uniformemente distribuite in modo che si realizzi la circolazione dell’aria (grigliati a pavimento).

Qualora la ventilazione si realizzi lungo le pareti perimetrali dell’edificio, l’area complessiva delle finestrelle può ridursi a 1/200 della superficie complessiva del vespaio.

Per i locali destinati ad abitazione e di non diretto accesso da spazi pubblici, il piano del pavimento soprastante deve essere ad una quota maggiore di cm. 15, minimo, dal punto più elevato della superficie dello spazio esterno adiacente e comunque dalla superficie del marciapiede esistente.

7. Muri perimetrali

I muri perimetrali degli edifici devono avere spessore adeguato in relazione ai materiali da costruzione impiegati per la protezione dei locali dalle variazioni termiche e dall’azione degli agenti atmosferici ovvero per ottenere un adeguato abbattimento acustico così come previsto dal presente titolo.

Le pareti perimetrali degli edifici devono essere impermeabili alle acque meteoriche, sufficientemente impermeabili all’aria, intrinsecamente asciutte.

Gli elementi costitutivi degli edifici devono poter evacuare le acque di edificazione e le eventuali acque di condensa e permanere asciutti.

8. Gronde e pluviali

Tutte le coperture dei fabbricati devono essere munite, tanto verso il suolo pubblico quanto verso spazi privati o cortili e altri spazi anche coperti, di canali di raccolta sufficientemente ampi per ricevere e condurre le acque meteoriche ai tubi di scarico. I condotti delle acque dei tetti devono essere indipendenti e in numero sufficiente e da applicarsi, preferibilmente, ai muri perimetrali.

Nel caso di condotte di scarico interno, queste devono essere facilmente riparabili. Le tubazioni non devono avere né apertura né interruzioni di sorta nel loro percorso.

Le giunture dei tubi devono essere a perfetta tenuta.

Le condotte pluviali devono essere convogliate in idonei recapiti.

E’ fatto divieto di immettere nei condotti delle grondaie qualunque altro tipo di scarico.

9. Misure contro la penetrazione dei volatili e di animali in genere.

Nella realizzazione degli edifici devono essere adottati specifici accorgimenti tecnici onde evitare la penetrazione dei volatili e degli animali in genere. Nei sottotetti privi dei requisiti di abitabilità vanno rese impenetrabili con griglie o reti tutte le aperture di aerazione. Nelle cantine sono parimenti da proteggere, senza ostacolare l’aerazione tutte le aperture in genere.

Nel caso di vespai ventilati, i fori di aerazione devono essere sbarrati con reti a maglia fitta di idoneo materiale che ne garantisca la funzionalità nel tempo.

Negli ambienti con imbocchi di canne di aspirazione oppure con aerazione forzata, le aperture devono essere munite di reti a maglia fitta e di idoneo materiale che ne garantisca la funzionalità nel tempo. All’interno degli edifici tutte le condutture di scarico uscenti dai muri non devono presentare forature o interstizi comunicanti con il corpo della muratura. Deve essere assicurata la perfetta tenuta delle fognature dell’edificio nell’attraversamento di murature e locali e tra gli elementi che collegano le fognature dell’edificio con quelle stradali. I cavi elettrici, telefonici, per TV, per illuminazione pubblica devono essere posti, di norma, in canalizzazioni protette.

notes: 

Le indicazioni per le aree edificabili e le norme generali igienico-sanitarie per la sua edificazione, sopracitate,  sono generali, ricordiamo che il quadro normativo  di riferimento è il R.E. del Comune di intervento.

Rimangono tuttavia letture utili per un approccio sano al progetto.

dal REGOLAMENTO D’IGIENE DEL COMUNE DI MILANO

Le misure del bagno

Le misure del bagno

Gli aspetti da considerare per il bagno sono molti, vista la particolarità dell’ambiente: un locale di servizio ma anche di relax, spesso di dimensioni contenute, che vede la presenza contemporanea di acqua ed elettricità. Quando si costruisce una nuova abitazione e quandose ne ristruttura una esistente (anche se si interviene su un solo locale, come il bagno), è obbligatorio attenersi alle norme igienico-edilizie e di sicurezza che regolano le caratteristiche degli alloggi abitativi e delle singole stanze, compreso il bagno.

Queste norme sono il Decreto ministeriale Sanità del 5 luglio 1975  che disciplina la materia a livello nazionale, ma soprattutto il Regolamento edilizio di cui ciascun Comune è dotato.

Questo importante strumento viene redatto ed emanato da ogni singolo ente di governo locale, in forza della propria autonomia normativa e sulla base della legislazione nazionale e regionale. Con il Regolamento edilizio il Comune disciplina le caratteristiche degli edifici e delle loro pertinenze, le destinazioni d’uso degli stessi, le attività di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale, sul suolo e nel sottosuolo, le procedure e le responsabilità amministrative di verifica e di controllo. In sostanza, è la legge a cui chi costruisce o ristruttura anche solo il bagno della propria abitazione deve fare riferimento per ogni singolo aspetto che riguarda la parte “architettonica” del locale.

Le misure per un bagno

 In generale non si è tenuti ad adeguare alle prescrizioni della normativa un bagno non in regola se l’intervento di ristrutturazione è limitato al rinnovamento del suo volume interno e non ne altera forma e dimensioni.

La legge nazionale (Decreto ministeriale Sanità del 5 luglio 1975) non indica una superficie minima o massima per il bagno, ma si limita a elencare i pezzi indispensabili: vaso, bidet, vasca da bagno o doccia, lavabo.

Per sapere quanto deve misurare un bagno bisogna controllare che cosa dice in merito il Regolamento edilizio del proprio Comune. Per fare un esempio, si prenda in considerazione il Regolamento edilizio del Comune di Milano (Testo approvato dal consiglio Comunale il 20 luglio1999 – Deliberazione reg. n. 81/99 esecutiva dal 7 agosto 1999) attualmente vigente e in vigore dal 20 ottobre 1999, ma di prossima revisione o sostituzione. Il Regolamento edilizio di Milano indica per il primo o unico bagno di un’abitazione una superficie minima di 3,5 mq e, se la casa è più ampia di 70 mq, il bagno deve avere il lato corto di minimo 170 cm. Se è previsto un secondo bagno, questo deve avere superficie minima di 2 mq e, in abitazioni con metrature superiori a 70 mq, deve avere il lato corto di almeno 120 cm. Altrove in Italia, invece, le metrature richieste per il bagno possono essere superiori ma anche addirittura inferiori. Ci sono poi località in cui non è previsto l’obbligo di una superficie minima per il bagno, ma questo può essere dimensionato a piacere. E ci sono anche territori urbani dove è importante solo la presenza dei pezzi indispensabili. Per tutti questi motivi, quando si costruisce o si ristruttura il bagno ci si deve informare presso l’ufficio tecnico del Comune (lo può fare un progettista se il lavoro ne richiede la presenza) per sapere che cosa dice la legge a livello locale.

Secondo bagno: le deroghe

In molte località sono previste eccezioni quando si tratta del secondo bagno. Milano per esempio ammette dimensioni più contenute e aerazione attivata; si può anche fare a meno del bidet. Sempre che ci sia un altro bagno completo.

In bagno ci vuole la finestra?

Per aerazione attivata si intende la ventilazione di ambienti che non godono di aerazione naturale e nei quali il ricambio d’aria è assicurato dall’immissione di una determinata portata d’aria esterna e, conseguentemente, l’estrazione di una equivalente portata d’aria viziata.

La legge nazionale (Decreto ministeriale Sanità del 5 luglio 1975) richiede che in tutti i locali di un’abitazione ci sia illuminazione naturale diretta, tranne che nei bagni e in altri locali. Ma per il bagno specifica che deve esserciun’apertura all’esterno per il ricambio dell’aria oppure un impianto di aspirazione meccanica. In questo caso la normativa locale dà in genere indicazioni più restrittive, specificando nel dettaglio tutti i requisiti in tema di aeroilluminazione naturale. Utilizzando come campione il Regolamento edilizio del Comune di Milano, si legge che almeno un bagno dell’abitazione deve avere una finestra apribile, della misura non inferiore a 0,50 mq, per il ricambio dell’aria. In caso di abitazioni fino a 70 mq, purché con una sola camera da letto (anche a due letti) e di case con almeno un altro bagno dotato di finestra è consentita invece l’aerazione attivata (art. 48 del Regolamento edilizio del Comune di Milano). Viene anche specificato che nei bagni ciechi l’aspirazione forzata deve assicurare un coefficiente di ricambio minimo di 6 volumi/ora se in espulsione continua, oppure di 12 volumi/ora se in aspirazione forzata intermittente a comando automatico; in tal caso esso deve essere adeguatamente temporizzato per assicurare almeno 3 ricambi per ogni utilizzazione dell’ambiente. Questo significa che si può trasformare un ripostiglio oppure utilizzare un altro vano privo di finestra per ricavare un secondo bagno, purché si seguano le indicazioni del Regolamento edilizio in merito all’aerazione attivata.

Bagno, l’altezza del soffitto

In base alla legge nazionale (Decreto ministeriale Sanità del 5 luglio 1975) l’altezza minima interna dei bagni può essere ridotta a 240 cm (invece dei 270 cm richiesti come limite minimo per tutte le altre stanze). La stessa indicazione è data anche dal Regolamento edilizio di Milano: l’altezza media può essere ridotta a 240 cm nei bagni (art. 34 del Regolamento edilizio del Comune di Milano). Questo significa che se l’abitazione ha soffitti molto alti, in bagno è possibile inserire ribassamenti per ricavare vani tecnici o rispostigli sospesi in quota.

Al bagno serve il disimpegno?

In molti Comuni viene posta attenzione a una netta e precisa divisione delle funzioni in casa e, in particolare, a una separazione tra bagno e cucina. Il Regolamento edilizio di Milano impone che il bagno, o comunque l’ambiente contenente il vaso igienico, sia disimpegnato dalla cucina mediante un apposito vano delimitato da serramenti, che può essere l’antibagno, il corridoio o un atrio. Nell’antibagno si può mettere il lavabo (art. 37 del Regolamento edilizio di Milano).

L’impianto elettrico in bagno

È la variante V3 alla norma Cei 64/8 ”Impianti elettrici utilizzatori a tensione nominale non superiore a 1000 V in corrente alternata e a 1500 V in corrente continua” (pubblicata il 31 gennaio 2011 ed entrata in vigore il 1° settembre 2011) che stabilisce le prestazioni minime riguardo all’impianto elettrico domestico e prescrive l’installazione di un numero minimo di punti presa per l’energia separati e di punti luce in funzione del tipo del locale, della dimensione e del livello prestazionale dell’impianto. Lo standard minimo (classificato al livello 1 della nuova ripartizione introdotta dalla variante), per il bagno richiede almeno 2 punti presa: solitamente una in corrispondenza dello specchio e una per la lavatrice, considerando di installare anche una presa schuko per tale apparecchio. E due punti luce. Inoltre la variante V3 alla norma Cei 64/8 prescrive che il comando dei punti luce di ogni locale (compreso il bagno) deve essere posto almeno nei pressi dell’ingresso del locale stesso, non importa se interno o esterno; ovviamente vi possono essere anche punti di comando posizionati in altri posti, purché aggiuntivi a quello menzionato.

Sicurezza in bagno: acqua e luce insieme

I locali contenenti bagni o docce devono essere classificati, con riferimento alla sicurezza contro i contatti elettrici (diretti e indiretti), come luoghi a rischio aumentato. Nei locali contenenti bagni o docce è opportuno prevedere l’adozione di precauzioni particolari, con lo scopo di evitare condizioni pericolose per le persone. L’impianto elettrico in bagno deve essere eseguito con maggiori prescrizioni tecniche rispetto agli altri ambienti. La norma Cei 64-8, che per la parte “sicurezza” non ha subito modifiche sostanziali con la variante V3, tratta le prescrizioni particolari per realizzare l’impianto elettrico in bagno (o comunque nel locale contenente bagno o doccia). La progettazione e l’installazione degli impianti elettrici nei locali contenenti bagni e docce devono rispondere, oltre che alle prescrizioni generali di sicurezza della norma Cei 64-8, anche a particolari requisiti di sicurezza che riducono il rischio relativo ai contatti diretti o indiretti tipico dell’ambiente bagno. In sostanza quanto più ci si avvicina alla vasca da bagno o alla doccia tanto più le condizioni di pericolo sono gravi. In funzione della pericolosità, nei locali bagno e doccia la norma Cei 64-8 (alla sez. 701) individua quattro zone, caratterizzate da un pericolo decrescente a mano a mano che ci si allontana dal bordo della vasca da bagno e/o della doccia:

zona 0 – è individuata dal volume interno alla vasca da bagno o al piatto doccia. Per le docce senza piatto, l’altezza della zona 0 è di 10 cm e la sua superficie ha la stessa estensione orizzontale della zona 1. Data la presenza di acqua in condizioni normale di utilizzo, questa zona deve essere considerata ovviamente la più pericolosa.
zona 1 – è individuata dal volume sovrastante la vasca da bagno o il piatto doccia fino a un’altezza di 225 cm. Nel caso in cui il fondo della vasca o della doccia sia a più di 15 cm sopra il pavimento, la quota di 225 cm verrà misurata a partire dal fondo e non dal pavimento. Per le docce senza piatto la zona 1 si estende in verticale per 120 cm dal punto centrale del soffione posto a parete o a soffitto. La zona 1 non include la zona 0, e lo spazio sotto la vasca da bagno o la doccia è considerato zona 1.
zona 2 – comprende il volume immediatamente circostante la vasca da bagno o il piatto doccia, estesa fino a 60 cm in orizzontale e fino a 225 cm in verticale, con la distanza verticale misurata dal pavimento. Per le docce senza piatto non esiste una zona 2, ma una zona 1 aumentata a 120 cm come indicato al punto precedente.
zona 3 – si ottiene dal volume esterno alla zona 2, o della zona 1 in caso di mancanza del piatto doccia, fino alla distanza orizzontale di 240 cm. Tutti i componenti dell’impianto elettrico installati in ciascuna zona devono possedere precisi requisiti in termini di grado di protezione (idoneità alle condizioni ambientali) e di protezione dai contatti indiretti, entrambi indicati indicati dai gradi di protezione IP.
Queste quattro zone non si estendono all’esterno del locale attraverso le aperture: questo vuol dire che l’interruttore posto fuori dalla porta del bagno è ammissibile, anche se dista a meno di 60 cm dal bordo della vasca e/o del piatto doccia.

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Zona 0: colore bianco – zona 1: colore arancione – zona 2: colore giallo – zona 3: colore azzurro. La zona 0 è il volume interno alla vasca o al piatto doccia. La zona 1 non include la zona 0.

Fonte: http://www.cosedicasa.com/il-bagno-a-norma-64485/

 

33 | Normativa di prevenzione incendi #edilizia

33 | Normativa di prevenzione incendi #edilizia

Scarica Il regolamento per la disciplina dei procedimenti relativi alla prevenzione incendi introdotto con il D.P.R. 1 agosto 2011, n. 151.

 Regolamento Prevenzione Incendi

 

TESTI COORDINATI DI PREVENZIONE INCENDI

1.      Prevenzione incendi le attività soggette: Allegato I al D.P.R. 1 agosto 2011, n. 151 “Elenco delle attività soggette alle visite ed ai controlli di prevenzione incendi”;

Si riporta anche il vecchio elenco delle attività soggetteDM 16/2/1982 “Elenco delleattività soggette alle visite ed ai controlli di prevenzione incendi”, abrogato dal DPR n. 151/2011;

2.      Prevenzione incendi attività 65 – locali di pubblico spettacoloDM 19/8/1996 “Regola tecnica di prevenzione incendi per la progettazione, costruzione ed esercizio dei locali di intrattenimento e di pubblico spettacolo”;

3.      Prevenzione incendi spettacoli viaggiantiDM 18/5/2007 “Norme di sicurezza per leattività di spettacolo viaggiante” e Circolare 1 dicembre 2009 n. 114 di “Chiarimenti e indirizzi applicativi”, Lett. circ. prot. n. 4958/4109/29 del 15 ottobre 2010 “Monitoraggio applicativo e raccolta indirizzi procedurali”, “Elenco ministeriale delle attività spettacolari,attrazioni e trattenimenti …“;

4.      Prevenzione incendi attività 65 – impianti sportiviDM 18/3/1996 “Norme di sicurezza per la costruzione e l’esercizio di impianti sportivi” coordinato con le modifiche e le integrazioni introdotte dal D.M. 6 giugno 2005; Lett. Circ. Prot n. P1091/4139 del 5 agosto 2005 “D.M. 6 Giugno 2005. Linee guida per la redazione del progetto preliminare relativo all’adeguamento degli impianti sportivi destinati alle manifestazioni calcistiche con capienza superiore a 10.000 spettatori”;

5.      Prevenzione incendi attività 66 – alberghiDM 9/4/1994 “Regola tecnica di prevenzione incendi per la costruzione e l’esercizio delle attività ricettive turistico-alberghiere”; D.M. 16 marzo 2012 Piano straordinario biennale adottato ai sensi dell’articolo 15, commi 7 e 8, del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 216, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 febbraio 2012, n. 14, concernente l’adeguamento alle disposizioni di prevenzione incendi delle strutture ricettive turistico-alberghiere con oltre venticinque posti letto, esistenti alla data di entrata in vigore del DM 9 aprile 1994, che non abbiano completato l’adeguamento alle suddette disposizioni di prevenzione incendi”; DM 6/10/2003 (per le attività ricettive esistenti);

6.      Prevenzione incendi attività 67 – scuoleDM 26/8/1992 “Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica”;

7.      Prevenzione incendi attività 68 – ospedaliDM 18/9/2002 “Regola tecnica di prevenzione incendi relativa alle strutture sanitarie pubbliche e private”;

8.      Prevenzione incendi attività 69 – attività commercialiDM 27/7/2010 “Regola tecnica di prevenzione incendi per la progettazione, costruzione ed esercizio delle attività commerciali con superficie superiore a 400 mq”;

9.      Prevenzione incendi attività 71 – ufficiDM 22/2/2006 “Regola tecnica di prevenzione incendi per la progettazione, la costruzione e l’esercizio di edifici e/o locali destinati aduffici“;

10. Prevenzione incendi attività 72 – edifici storiciDM Beni Culturali e Ambientali n. 569 del 20/05/1992 “Norme di sicurezza antincendio per gli edifici storici e artistici destinati a musei, gallerie, esposizioni e mostre”; DPR 30/6/1995 n. 418 “Regolamento contenente norme di sicurezza antincendio per gli edifici di interesse storico-artistico destinati a biblioteche ed archivi“;

11. Prevenzione incendi attività 74 – impianti termici gasDM 12/4/1996 “Regola tecnica di prevenzione incendi per impianti termici alimentati da combustibili gassosi”;

12. Prevenzione incendi attività 74 – impianti termici combustibili liquidiDM 28/4/2005“Regola tecnica di prevenzione incendi per la progettazione, la costruzione e l’esercizio degli impianti termici alimentati da combustibili liquidi”;

13. Prevenzione incendi attività 75 – autorimesseDM 1/2/1986 “Norme di sicurezza antincendi per la costruzione e l’esercizio di autorimesse e simili”;

14. Prevenzione incendi attività 77 – edifici di civile abitazione: DM 16/5/1987 n. 246“Norme di sicurezza antincendi per gli edifici di civile abitazione”;

15. Prevenzione incendi attività 49 – gruppi elettrogeniD.M. 13/7/2011 “Regola tecnica di prevenzione incendi per la installazione di motori a combustione interna accoppiati a macchina generatrice elettrica o ad altra macchina operatrice e di unità di cogenerazione a servizio di attività civili, industriali, agricole, artigianali, commerciali e di servizi”;

16. Prevenzione incendi attività 17-18 – esplosiviR.D. 6 maggio 1940, n. 635 “Regolamento per l’esecuzione del testo unico 18 giugno 1931, n. 773 delle leggi di pubblica sicurezza”;

17. Prevenzione incendi contenitori distributori rimovibili: DM 12/09/2003 “Regola tecnica di prevenzione incendi per l’installazione e l’esercizio di depositi di gasolio per autotrazione ad uso privato, di capacità geometrica non superiore a 9 m3, in contenitori-distributori rimovibili per il rifornimento di automezzi destinati all’attività diautotrasporto”; e DM 19/03/1990 “Norme per il rifornimento di carburanti, a mezzo dicontenitori-distributori mobili, per macchine in uso presso aziende agricole, cave e cantieri” ;

18. Prevenzione incendi attività 4B – depositi GPLDM 14/5/2004 “Regola tecnica di prevenzione incendi per l’installazione e l’esercizio dei depositi di GPL con capacità non superiore a 13 m3“;

19. Semplificazione delle procedure di prevenzione di incendi depositi di G.P.L.: DPR 12/4/2006 n. 214 “Regolamento recante semplificazione delle procedure di prevenzione di incendi relative ai depositi di G.P.L. in serbatoi fissi di capacità complessiva non superiore a 5 m3” e successivi chiarimenti ed indirizzi applicativi forniti con varie lettere circolari;

20. Prevenzione incendi attività 4B – grandi depositi GPL: DM 13/10/1994 “Regola tecnica di prevenzione incendi per la progettazione l’installazione e l’esercizio dei depositi di G.P.L.in serbatoi fissi di capacità complessiva superiore a 5 m3 e/o in recipienti mobili di capacità complessiva superiore a 5.000 kg”;

21. Prevenzione incendi attività 3B – depositi Bombole GPL: Circ. M.I. n. 74 del 20/9/1956“Norme di sicurezza per la costruzione e l’esercizio di depositi di G.P.L. contenuti inrecipienti portatili e delle rivendite”;

22. Prevenzione incendi attività 43 – Distributori stradali carburanti liquidi: Circ. M.I. n. 10 del 10/2/1969 “Distributori stradali di carburanti”; DM 29/11/2002 “Requisiti tecnici per la costruzione, l’installazione e l’esercizio dei serbatoi interrati destinati allo stoccaggio di carburanti liquidi per autotrazione, presso gli impianti di distribuzione”;

23. Prevenzione incendi attività 43 – Distributori stradali GPLDPR 24/10/2003 n. 340“Regolamento recante disciplina per la sicurezza degli impianti di distribuzione stradale di G.P.L. per autotrazione”;

24. Prevenzione incendi attività 43 – Distributori stradali metanoDM 28/6/2002 (rettifica dell’allegato al DM 24/5/2002) “Norme di prevenzione incendi per la progettazione, costruzione ed esercizio degli impianti di distribuzione stradale di gas naturale per autotrazione”;

25. DM 31/08/2006 “Regola tecnica di prevenzione incendi per la progettazione, costruzione ed esercizio degli impianti di distribuzione di idrogeno per autotrazione;

26. DM 16/4/2008 “Regola tecnica per la progettazione, costruzione, collaudo, esercizio e sorveglianza delle opere e dei sistemi di distribuzione e di linee dirette del gas naturalecon densità non superiore a 0,8″;

27. DM 17/4/2008 “Regola tecnica per la progettazione, costruzione, collaudo, esercizio e sorveglianza delle opere e degli impianti di trasporto di gas naturale con densità non superiore a 0,8″;

28. DM 24/11/84 (stralcio) “Parte seconda – Depositi per l’accumulo di gas naturale“;

29. DM 31/07/1934 “Norme di sicurezza per la lavorazione, l’immagazzinamento, l’impiego o la vendita di oli minerali e per il trasporto degli oli stessi” e succ. modif. ed integr.;

30. DM 18/05/1995 “Regola tecnica di prevenzione incendi per la progettazione, costruzione ed esercizio dei depositi di soluzioni idroalcoliche“;

31. DM 15/9/2005 “Regola tecnica di prevenzione incendi per i vani degli impianti di sollevamento ubicati nelle attività soggette ai controlli di prevenzione incendi”;

32. Prevenzione incendi ossigeno liquido –  Circolare n. 99 del 15/10/1964 “Contenitori diossigeno liquido. Tank ed evaporatori freddi per uso industriale”;

33. Nota Prot n. 5158 del 26/03/2010 “Guida per l’installazione degli impianti fotovoltaici“;

34. DLgs 17/8/1999 n. 334 coord. con Dlgs n. 238-05 “Controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose (Seveso III)”;

35. DLgs 9 aprile 2008, n. 81 coord “Testo unico in materia di tutela della salute e dellasicurezza nei luoghi di lavoro“, coordinato con le modifiche apportate dal D.Lgs 3 agosto 2009 n. 106;

36. Attività estrattive – Dlgs 624-96 e LC 19-5-97 “Attuazione della direttiva 92/91/CEE relativa alla sicurezza e salute dei lavoratori nelle industrie estrattive per trivellazione e della direttiva 92/104/CEE relativa alla sicurezza e salute dei lavoratori nelle industrie estrattive a cielo aperto o sotterranee” e “Chiarimenti in materia di prevenzione incendi nelle attività estrattive condotte mediante perforazione”;

37. DM 10/3/1998 “Criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell’emergenza nei luoghi di lavoro”;

38. DM 3/11/2004 “Disposizioni relative all’installazione ed alla manutenzione dei dispositivi per l’apertura delle porte installate lungo le vie d’esodo, relativamente alla sicurezza in caso d’incendio”;

39. DM 16/2/2007 “Classificazione di resistenza al fuoco di prodotti ed elementi costruttivi di opere da costruzione”;

40. DM 9/3/2007 “Prestazioni di resistenza al fuoco delle costruzioni nelle attività soggette al controllo del Corpo nazionale dei vigili del fuoco” e LC P414-4122 del 28-3-2008 di chiarimenti;

41. DM 10/3/2005 modificato dal DM 25/10/2007 “Classi di reazione al fuoco per i prodotti da costruzione da impiegarsi nelle opere per le quali è prescritto il requisito della sicurezza in caso d’incendio”;

42. DM 15/3/2005 “Requisiti di reazione al fuoco dei prodotti da costruzione installati in attività disciplinate da specifiche disposizioni tecniche di prevenzione incendi in base al sistema di classificazione europeo”;

43. DM 9/5/2007 “Direttive per l’attuazione dell’approccio ingegneristico alla sicurezza antincendio”;

44. DM 22/1/2008 n. 37 “Riordino delle disposizioni in materia di attività di installazione degli impianti all’interno degli edifici”;

45. DM 30/11/1983 “Termini, definizioni generali e simboli grafici di prevenzione incendi”;

46. DM 3/2/2006 “Aggiornamento delle tariffe dovute per i servizi a pagamento resi dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, ai sensi della legge 26 luglio 1965, n. 966″;

47. DM 14/1/2008 “Nuove norme tecniche per le costruzioni“;

48. DPR 6 giugno 2001, n. 380 e succ. mod. ed integr. “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia“.

fonte: vigili del fuoco 

DIA, super DIA  nella semplificazione delle procedure edilizie

DIA, super DIA nella semplificazione delle procedure edilizie

Sul  tema della semplificazione delle procedure edilizie ricordiamo la  Segnalazione Certificata di Inizio Attività, SCIA, e della Denuncia di Inizio Attività, DIA e super DIA.

DIA e super DIA

La DIA, Denuncia di Inizio Attività, si applica agli interventi edilizi indicati dai commi 1 e 2 del Testo Unico Edilizia (d.P.R. 380/2001). Sono realizzabili mediante DIA gli interventi non riconducibili all’elenco di cui all’art. 10 e art. 6 del testo unico e le varianti ai Permessi di Costruire che non incidono sui parametri urbanistici e sulle volumetrie, non modificano le destinazioni d’uso e la categoria edilizia, non alterano la volumetria dell’edificio e non violano le prescrizioni contenute nel Permesso di Costruire.

La super DIA, invece, consente di realizzare interventi di ristrutturazione edilizia che porti un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comporti un aumento di unità immobiliari, una modifica del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici.

Nella super DIA anche gli interventi di nuova costruzione o di ristrutturazione urbanistica qualora siano disciplinati da piani attuativi e interventi di nuova costruzione, qualora siano in diretta esecuzione di strumenti urbanistici generali recanti precise disposizioni plano-volumetriche.

DIA e super DIA vanno presentate allo Sportello Unico per l’Edilizia almeno 30 giorni prima dell’inizio dei lavori. Vanno accompagnate da una dettagliata relazione tecnica firmata da un tecnico abilitato, opportuni elaborati progettuali e l’asseverazione della conformità delle opere da realizzare alle norme urbanistiche, edilizie, di sicurezza e igienico sanitarie. Va inoltre indicata l’impresa che esegue i lavori, il DURC, l’iscrizione alla Camera di Commercio e l’autocertificazione dell’impresa con la quali si dichiara l’organico medio annuo medio, distinto per qualifica e l’applicazione dei termini del Ccnl.

SCIA

La SCIA, Segnalazione Certificata di Inizio Attività, riguarda tutti gli interventi non soggetti alle precedenti procedure edilizie: Comunicazione di inizio lavori, Attività di edilizia libera e Permesso di Costruire. Vale per i lavori di restauro o risanamento conservativo, manutenzione straordinaria di parti strutturali e cambi di destinazione d’uso.

La SCIA sostituisce la DIA, qualora non siano presenti vincoli di natura ambienatale, paesaggistica o culturali. Le attività soggette a SCIA possono essere iniziate a partire dalla data della sua presentazione all’amministrazione competente.

La Formazione della SCIA prevede l’intervento di un tecnico abilitato per la progettazione delle opere da realizzare, la redazione della relazione tecnica illustrativa, la certificazione dello stato di fatto e di progetto, l’attestazione del possesso dei requisiti previsti dalle norme per la SCIA e l’asseverazione che i lavori sono conformi agli strumenti urbanistici approvati e ai regolamenti edilizi vigenti.

L’amministrazione competente, in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti previsti dalla normativa di riferimento, nel termine di 30 giorni dal ricevimento della SCIA adotta motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell’attività, rimozione degli eventuali effetti dannosi, specifiche determinazioni di autotutela.

Decorso il termine per l’adozione dei provvedimenti sopra ricordati, all’amministrazione è consentito intervenire solo in caso di danni al patrimonio artistico e culturale, all’ambiente, alla salute, alla sicurezza pubblica e alla difesa nazionale.

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