Come fare per avere la certezza di pagamento? Gli architetti a scuola dell’arte della persuasione.

Come fare per avere la certezza di pagamento? Gli architetti a scuola dell’arte della persuasione.

“Certezza del pagamento e arte della persuasione”

Ogni imprenditore, quando si cimenta in qualsiasi progetto, sa che tra le costanti che dovrà sempre tener d’occhio, c’è il cosiddetto rischio d’impresa, ossia i rischi che dovrà assumersi nell’investire i capitali, facendo in modo che questi comportino utili, non certo che cagionino la buona salute dell’impresa.

Sotto un certo punto di vista ogni professionista, e quindi anche l’architetto, quando decide di intraprendere la libera professione, diventa un po’ l’imprenditore di se stesso o al massimo il “manager” di piccole realtà produttive, quelle rappresentate tradizionalmente da piccoli e medi studi di architettura italiani.

Qual è però la prima sostanziale differenza che salta fuori eclatante, tra l’imprenditore tradizionalmente inteso e l’architetto imprenditore di se stesso?

Semplice! La mancanza di un capitale produttivo vero e proprio.

Se vi state chiedendo tutto questo cosa significhi nella pratica quotidiana, basti pensare alla purtroppo ormai sempre più ricorrente situazione della fattura inevasa.

 Ora sembra tutto molto più chiaro e concreto, vero? Quanti di noi potrebbero dire di ignorare cosa significhi, quanti non si sono mai trovati nella situazione di dover scrivere romanzi epistolari, e fare tante tante telefonate di supplica al cliente o ricorrere a liti acerrime?

La soluzione a tutto ciò, arriva sempre dalla conoscenza delle problematiche, che si tradurrà in azioni preventive, o, nella peggiore delle ipotesi, risolutive, cui possiamo appellarci. Per semplificarla significa conoscere i nostri doveri e i nostri diritti, ma occorre soprattutto saper condurre trattative economiche di successo.

Questo naturalmente non è casuale, imprenditori non si nasce, ma bisogna imparare a diventarlo; in una logica sempre più Darwiniana non ci si può improvvisare; se alle spalle non si ha una grande multinazionale, anche la minima fattura inevasa, o la sommatoria di queste, ci può mettere in crisi, e vanificare tutti gli sforzi fatti per mantenerci a galla in un sistema sempre più competitivo.

Per essere parte della soluzione, una chiave di lettura multidisciplinare, può essere la salvezza. Questo è l’obiettivo che ci siamo prefissati sin dall’inizio, quando abbiamo pensato di “progettare” un corso pratico che trattasse questa annosa questione, e cercasse soluzioni realmente applicabili, che portassero buoni frutti.

Il corso “Certezza del pagamento e arte della persuasione” affronta tutto questo coinvolgendo vari professionisti che forniranno le loro competenze, esperienze personali ed antidoti tecnici, legali e psicologici, per evitare, ed eventualmente risolvere, gli insoluti.

Noi architetti parleremo del panorama nazionale e internazionale, sotto il profilo deontologico e pratico della nostra professione, ma il corso non vuole essere “auto contemplativo”, ne troppo teorico,  lungi da noi dal fornire una sola chiave di lettura, motivo per cui interverrà prima l’avvocato, spiegando nella pratica  all’uditorio come affrontare le situazioni di criticità, presentando gli strumenti legali a tutela del professionista, il tutto con esempi concreti direttamente applicabili a casi reali.

In seguito, sarà la volta dello psicologo, che insegnerà tecniche pratiche per essere assertivi e persuasivi con i committenti, lavorando sulla propria efficacia personale. Condividerà strumenti di comunicazione che favoriscano una gestione efficace della relazione, dalla fase iniziale a quella matura, arrivando anche all’eventuale gestione dei conflitti.

Ci sarà una vera e propria attività pratica di Coaching interattivo:

Per mettere in pratica i suggerimenti dati, si organizzerà un gioco di ruolo tra i partecipanti al corso.
Il gioco come strumento, per avere maggiore consapevolezza del proprio stile/modalità/approccio, e di quello degli altri (committenti/clienti).

Così da avere una carta in più per gestire se stessi di fronte alle diverse tipologie di clienti, per sintonizzarsi e modulare le modalità comunicative/relazionali, sulla base dell’interlocutore e della circostanza.

Per tutti quelli che volessero saperne di più o fossero interessati al nostro corso di seguito il link:

http://www.architettiroma.it/formazione/notizie/17466.aspx

Il Corso ideato da  Domus Europa – Centro Studi di Geocultura è organizzato  con l’Ordine Architetti P.P.C. di Roma e Provincia che riconosce ai partecipanti ben 9 crediti formativi!

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Palazzo Margana – Sede del Corso “Certezza del pagamento e arte della persuasione”

Guida per un efficace isolamento termico della casa

Guida per un efficace isolamento termico della casa

Un articolo da Prometeo Energy, a cura dell’Arch. Daniela Petrone, con il titolo originale “Guida per un efficace isolamento termico della casa” 

 

Come intervenire per riqualificare energeticamente la propria abitazione spendendo il giusto?

 

  1. PERCHÉ ISOLARE E QUALI I VANTAGGI

Per poter rispondere a pieno alla domanda e comprenderne i contenuti è importante innanzitutto fornire ladefinizione di isolamento termico.

Per isolamento termico di un edificio si intende il ricorso a soluzioni tecnologiche e costruttive tali daridurre le perdite di calore verso l’esterno durante l’inverno e l’ingresso del calore in casa durante l’estate.

La progettazione e/o ristrutturazione delle strutture opache e trasparenti che formano e definiscono l’edificio o involucro va fatta accuratamente, con particolare attenzione alla scelta dei materiali, in quanto le loro caratteristiche, la loro collocazione ha un’incidenza dal punto di vista energetico. Bisogna pensare l’edificio come una “scatola chiusa ma non sigillata” che deve mantenere all’interno sempre la stessa temperatura di comfort facendosi condizionare il meno possibile dalle differenza di temperatura che ci sono all’esterno. Questo è fattibile solo isolando più possibile la scatola in modo da evitare perdite. Isolando, inoltre, si contribuisce alla riduzione delle emissioni di sostanze nocive e inquinanti riducendo sensibilmente i consumi di combustibile da fonte fossile. Costruire o ristrutturare le proprie abitazioni in maniera attenta e responsabile permette di partecipare concretamente alla riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra.

L’ isolamento termico e i suoi vantaggi

Beneficio economico. Una casa isolata ha dispersioni termiche ridotte e di conseguenza anche le bollette per il riscaldamento e il condizionamento. I consumi energetici degli edifici si possono ridurre fino al 70-80% isolando le pareti esterne dell’edificio e le coperture.

Gli interventi di isolamento termico dell’immobile sono i più convenienti in quanto le spese di manutenzione sono praticamente assenti e si possono ottenere interessanti incentivi che possono contribuire a rendere ancora più conveniente ogni intervento (ad esempio le detrazioni fiscali del 65%).

Rispetto alle attuali situazioni finanziarie e alle forme di investimento presenti, investire nell’isolamento termico vuol dire mettere i soldi in una ‘banca virtuale’ che produce un tasso di rendita molto più elevato. Visto l’aumento continuo dei costi di combustibili, una casa che consuma di meno è una garanzia di maggiore sicurezza economica.

Nei condomini gli elementi più disperdenti sono le pareti esterne attraverso le quali si disperde circa il 45-50% del calore, mentre le case singole sono soggette a perdite di calore che passano soprattutto attraverso i tetti mal isolati (40-50%).

Comfort abitativo. La casa è il luogo dove in assoluto si cercano le migliori condizioni di soggiorno. Un buon isolamento termico dell’edificio permette di mantenere una temperatura interna il più possibile costante e omogenea e garantire all’interno degli ambienti condizioni di benessere, impedendo al calore di disperdersi verso l’esterno durante l’inverno o di entrare durante l’estate. Soluzioni costruttive corrette per la coibentazione di pareti, coperture e solai permettono di evitare fenomeni di condensa e muffa sulle strutture che potrebbero dare luogo a vere e proprie malattie.

Beneficio ambientale. Isolando si contribuisce alla riduzione delle emissioni di sostanze nocive ed inquinanti riducendo sensibilmente i consumi di combustibile da fonte fossile.

  1. DOVE E COME ISOLARE

Vista la contingente e critica situazione dell’edilizia che negli ultimi anni vede fermo il mercato delle nuove costruzioni, una notevole opportunità per il futuro prossimo è costituita dal recupero del patrimonio edilizio esistente. C’è una imprescindibile necessità di riqualificazione visto che il consumo medio è di 180 kWh per metro quadro all’anno. Ciò potrebbe consentire ai proprietari un maggior comfort e un maggior risparmio e al governo di poter concorrere in modo rilevante al conseguimento degli obiettivi delineati dalla Strategia Energetica Nazionale.

Per capire dove e come isolare è fondamentale effettuare una diagnosi energetica o audit energeticodell’edificio oggetto dell’intervento. Primo passo quindi è un insieme sistematico di rilievo, raccolta e analisi dei parametri relativi ai consumi specifici, correlati alle condizioni di esercizio dell’edificio e dei suoi impianti e una valutazione tecnico-economica dei flussi di energia.

Lo scopo della diagnosi energetica è quello di individuare possibili soluzioni tecniche che possano migliorare l’efficienza energetica dell’edificio, riducendo i consumi di energia.

Di seguito si analizzano le possibili soluzioni e tecnologie costruttive per gli interventi di riqualificazione dell’involucro opaco e trasparente.

  1. SOLUZIONI COSTRUTTIVE PER L’ISOLAMENTO DELL’INVOLUCRO OPACO

La ristrutturazione delle strutture opache che formano e definiscono l’edificio va fatta accuratamente, analizzando la situazione esistente con una analisi delle strutture e del loro grado di isolamento e con particolare attenzione alla scelta e associazione dei materiali. Le caratteristiche e la collocazione di ogni materiale ha un’incidenza differente dal punto di vista energetico.

Le strutture dell’involucro edilizio da isolare sono:

  • pareti
  • coperture
  • pavimenti su ambienti non riscaldati, su esterno o controterra.

3.1 Le pareti opache

Diverse sono le modalità per isolare le pareti esterne di un edificio a seconda della posizione del materiale isolante rispetto alla struttura:

  • isolamento dall’esterno
  • isolamento in intercapedine
  • isolamento dall’interno

Isolamento dall’esterno

Tra le soluzioni di isolamento dall’esterno forse la più nota è la tecnologia di isolamento a cappotto termico.

L’isolamento a cappotto consiste nell’incollare i pannelli di isolante sulla struttura edilizia preesistente, facendo attenzione che il posizionamento delle lastre isolanti sia fatto a giunti sfalsati, anche in corrispondenza degli spigoli, staccandosi da terra con un profilo di partenza. Sui pannelli viene applicato il rasante e annegata la rete portaintonaco per effettuare la finitura. È importante che la posa in opera sia effettuata da personale specializzato, scegliendo aziende che forniscono l’intero “sistema a cappotto”, dove la scelta delle colle, del rasante è compatibile con il materiale stesso.

Questo tipo di sistemi è dotato anche di garanzia. Infatti la corretta posa in opera del sistema cappotto garantisce la stabilità nel tempo del rivestimento eliminando crepe e lesioni che costituiscono le ragioni del degrado delle facciate (sotto due immagini relative a fasi di posa del sistema cappotto).

Tra le altre tecnologie per isolare dall’esterno ci sono anche le facciate ventilate e gli intonaci termoisolanti.

Isolare dall’esterno comporta diversi vantaggi, tra cui:

  • ridurre i ponti termici: l’isolante costituisce l’ultimo strato della parete coprendo uniformemente tutti gli elementi strutturali, come pilastri e travi;
  • evitare fenomeni di condensa sia superficiale che interstiziale ed evitare la formazione di muffe, proprio perché la struttura è tutta “calda” e più difficilmente raggiunge temperature pari a quella di rugiada;
  • proteggere le strutture edilizie dagli sbalzi termici, demandando all’isolante l’assorbimento dello sbalzo termico;
  • garantire una uniformità di temperatura all’interno dell’ambiente, per cui il salto tra la temperatura al centro del locale e quella superficiale della parete è di pochi gradi evitando il fenomeno della “parete fredda”;
  • aumentare la capacità della parete di accumulare calore. I muri si scaldano, accumulano il calore e lentamente lo rilasciano nei locali quando si spegne l’impianto.

Isolamento in intercapedine

L’isolamento in intercapedine prevede l’inserimento dell’isolante all’interno della cortina edilizia; trattandosi di strutture esistenti (la parete a doppia fodera è la più diffusa tra le tecnologie costruttive esistenti) sono utilizzati per insufflaggio isolanti sfusi. Con l’uso di isolanti sfusi è importante tener conto dell’effetto del costipamento in modo da evitare dei vuoti di isolante all’interno della parete o l’ammassarsi del materiale nella zona bassa della parete con il conseguente peggioramento dell’efficienza energetica della struttura.

Posizionando l’isolamento in intercapedine, si pone il problema dei ponti termici, in quanto l’isolante si interrompe in corrispondenza di pilastri e travi.

Isolamento dall’interno

Questo tipo di isolamento si ottiene foderando le pareti (e anche soffitti) dall’interno. Riguarda essenzialmente interventi di riqualificazione energetica in cui non è possibile intervenire con l’isolamento dall’esterno o nell’intercapedine. Tale soluzione infatti sottrae superficie utile agli ambienti e può aumentare il rischio di fenomeni di condensa.

Per limitare possibili danni dovuti a fenomeni termo igrometrici si consiglia di posizionare una barriera al vapore prima dello strato isolante oppure creare un’intercapedine d’aria tra muratura e controparete (sotto immagine relativa a posa di pannelli isolanti fibrosi al lato interno della parete).

Con questa applicazione non si sfrutta la capacità della parete di accumulare calore in quanto appena acceso l’impianto l’ambiente si riscalda rapidamente, ma altrettanto rapidamente si raffredda allo spegnimento dell’impianto stesso: viene scaldata solo l’aria e non la struttura muraria.

Di contro però ha come vantaggi :

  • semplicità di posa in opera
  • possibilità d’intervento su edifici con facciate sottoposte a vincoli storici o architettonici (esempio, mattoni faccia a vista, bugnato, ecc.)
  • possibilità di intervento parziale (appartamento singolo)

3.2 Coperture inclinate

I tetti a falda possono essere:

  • ventilati
  • non ventilati

La ventilazione è data da un’intercapedine d’aria ventilata posta immediatamente sotto le tegole, ottenuta con arcarecci tra cui è interposto l’isolante. Sulla gronda una griglia forata parapasseri lascia entrare l’aria e un colmo rialzato ne permette l’uscita. La ventilazione consente di ridurre la temperatura superficiale dell’isolante in modo che questo non alteri le sue prestazioni a causa di valori di temperatura troppo elevati soprattutto d’estate.

Alcuni regolamenti edilizi comunali prevedono obbligatoriamente l’applicazione di tetti ventilati (sotto schema di tetto ventilato e non ventilato e un’immagine relativa a un tetto a falda ventilato e isolato).

3.3 Coperture piane a terrazzo

Si distinguono in :

  • tetto caldo
  • tetto freddo o rovescio

La distinzione è relativa alla posizione che l’impermeabilizzante ha rispetto all’isolante. Nel tetto caldo l’impermeabilizzante è posto sopra l’isolante proteggendolo dalle acque meteoriche; nel tetto freddo o rovescio l’impermeabilizzante è posto sotto l’isolante.

È importante ricordare che nel caso del tetto caldo è fondamentale predisporre una barriera al vapore prima dell’isolante per evitare fenomeni di condensazione (sotto schema di tetto caldo e rovescio e un’immagine di tetto piano caldo praticabile).

3.4 Solaio su ambiente non riscaldato

L’applicazione ideale è porre l’isolante all’intradosso, come ultimo strato verso l’ambiente non riscaldato per godere degli stessi vantaggi del cappotto esterno; inoltre ciò è tecnicamente fattibile e consente di non sottrarre altezza utile negli ambienti in quanto va collocato nei garage o cantine che non essendo abitabili richiedono un’altezza interna minore.

3.5 Quali spessori utilizzare?

Lo spessore di isolamento corretto dipende dal tipo di struttura da isolare e dalla zona climatica in cui si costruisce. La normativa attuale, il D.Lgs. 311/06, prevede dei valori limite sulla trasmittanza termica (Ulimvalore minimo richiesto dal D.Lgs. 311/06 per ristrutturazioni dell’involucro di edifici esistenti) delle strutture dell’edificio corrispondenti a spessori di isolante crescenti fino al 2010.

Nella tabella è riportato in centimetri lo spessore di isolamento consigliabile per rispondere ai requisiti minimi richiesti dal D.Lgs. 311/06 per il 2010.

  1. SOLUZIONI COSTRUTTIVE PER L’ISOLAMENTO DELL’INVOLUCRO TRASPARENTE

Gli interventi su serramenti esistenti possono essere di vario tipo:

  • inserimento di un secondo vetro, se l’infisso è a vetro singolo e se ha un telaio in legno di spessore tale da consentirlo; fattibile solo negli edifici storici in cui l’infisso ha anche una valenza architettonica;
  • aggiunta di un secondo serramento, intervento non invasivo in quanto non richiede alcun smontaggio, consiste nell’inserire o all’interno o all’esterno dell’infisso esistente un altro serramento ad elevate prestazioni termiche e acustiche. Questo intervento richiede comunque un certo spessore della muratura tale da alloggiare un secondo infisso;
  • sostituzione dell’infisso, intervento effettuato più sovente, accedendo alle detrazioni fiscali; consiste nella scelta di un nuovo infisso costituito da telaio e vetro altamente performanti.

Dal rapporto Enea del 2010 sulle detrazioni fiscali del 55% la maggior parte delle pratiche ricevute riguarda proprio la sostituzione degli infissi: oltre 220.000 interventi su un totale di circa 405.000 pratiche. Di contro però i risultati dell’intervento-tipo di sostituzione degli infissi hanno dato luogo a risparmi medi dichiarati inferiori a 3 MWh/anno, piuttosto ridotti rispetto agli altri interventi sull’involucro.

La diffusione di questo intervento è legata alla sua semplicità; la sostituzione dei serramenti è quello meno invasivo e rientra in quella che viene definita attività edilizia libera, cioè non richiede necessariamente un titolo abilitativo per essere effettuata.

Per garantire elevate prestazioni del sistema è necessario utilizzare telai ad elevate prestazioni quali:

  • legno
  • materiali polimerici (PVC) con anima in metallo
  • profilato metallico (alluminio, acciaio) con taglio termico
  • misto metallo legno e metallo polimero

Dai dati emersi dal rapporto SAIENERGIA09, gli infissi in legno (essenza più diffusa ed economica è il pino) costituiscono il 57% degli infissi venduti nel 2009; gli infissi in metallo il 29%, quelli in PVC l’11%, i misti il 3%.

Il tipo di vetro adoperato è doppio, per una quota pari al 79% del totale degli interventi, mentre il triplo vetro rappresenta solo il 3% degli interventi.

Le prestazioni degli infissi più venduti riguardano vetri basso emissivi con Ug=1,1 W/m2K e serramenti con UW = 1,4 W/m2K.

Fondamentale è la corretta posa in opera dei serramenti. Da curare il nodo di ancoraggio tra telaio fisso e muratura e tra telaio e davanzale per evitare ponti termici e avere infissi a tenuta (vedi immagini sotto).

  1. COSTI, E BENEFICI ECONOMICI

Costi

La valutazione dei costi e del beneficio economico ottenuto con la riqualificazione energetica dell’involucro non sempre è semplice e diretta. L’economicità e i vantaggi di un intervento dipendono molto dall’esito dell’analisi preliminare condotta sullo stato dell’edificio e dell’audit energetico. La necessità obbligata di alcuni interventi di manutenzione e ristrutturazione potrebbe far risultare molto conveniente il ricorso all’isolamento dell’involucro, a maggior ragione se ci sono poi incentivi fiscali da parte dello stato. A titolo esemplificativo si riportano alcuni casi:

  1. Se in un condominio o abitazione plurifamiliare occorre rifare la facciata di un edificio in quanto degradata e in cattivo stato conservativo il costo di un isolamento a cappotto si riduce al costo del pannello isolante e al più al rifacimento delle soglie delle finestre, in quanto i costi relativi alle spese professionali per la pratica edilizia, ai ponteggi, e ai lavori di ritinteggiatura dovrebbero comunque essere sostenuti dalla committenza. Inoltre con l’aggiunta dell’isolante è possibile detrarre fiscalmente il 65% della spesa sostenuta anziché il 50%. Il costo del pannello dipende anche dal tipo di materiale isolante scelto: si parte dal più economico e diffuso come l’EPS, polistirene espanso, che si aggira intorno ai 6-8 €/mq per un pannello da 10 cm fino ai 15-20 €/mq per un pannello da 10 cm di sughero bruno. È chiaro che la scelta del materiale non dipende solo dalla componente economica ma va valutato il materiale isolante più idoneo per le diverse applicazioni. Ciascun materiale presenta pro e contro e si presta a risolvere problemi specifici, che vanno analizzati di caso in caso.
  1. Se va rifatto il manto impermeabile di un tetto a causa di infiltrazioni è possibile prevedere l’inserimento di un materiale isolante che ne migliori le performance invernali ed estive.

Caso pratico

Cascina lombarda (zona climatica E) di circa 360 mq di superficie utile, attuale residenza singola su due livelli. Necessario il rifacimento del manto di copertura a causa di infiltrazioni. La superficie del tetto è di circa 330 mq, pari cioè ad un terzo della superficie disperdente totale. Basterebbe quindi inserire uno strato isolante per dimezzare le dispersioni del tetto e avere quindi una considerevole riduzione del fabbisogno energetico per il riscaldamento. Valutando i costi per la rimozione del manto di copertura esistente, per la sistemazione dell’impermeabilizzante, posa dell’isolante, ricollocazione del manto precedentemente rimosso, l’incidenza del costo dell’isolante sul costo totale dell’intervento è di circa un terzo che però viene ammortizzato nell’innalzamento dal 50 al 65% della detrazione fiscale della spesa. Nello specifico caso è stato scelto un materiale naturale quale la fibra di legno, di 15 cm di spessore, ad elevato calore specifico e ad elevata densità che consente quindi di migliorare le prestazioni energetiche estive evitando di ricorrere all’ausilio di impianti.

  1. Se occorre rifare l’impianto di riscaldamento o sostituire il generatore di calore potrebbe essere utile e più conveniente analizzare le dispersioni termiche, capire come poterle ridurre in modo da scegliere la tipologia e le caratteristiche tecniche del nuovo sistema impiantistico in funzione dei fabbisogni energetici effettivi da colmare. In sintesi, vale la pena isolare prima le strutture e poi prevedere un impianto con potenza termica minore con il vantaggio che questo generatore non solo avrà un costo inferiore, ma soprattutto avrà minori costi di gestione con una conseguente riduzione della bolletta.

Caso pratico

Appartamento residenziale di superficie utile da 105 mq (zona climatica D), collocato al primo piano di un edificio plurifamiliare su un garage non riscaldato. È necessario il rifacimento totale dell’impianto termico: da una caldaia standard con radiatori ad una pompa di calore con pannelli radianti. Analizzando le dispersioni dell’involucro è evidente che la maggior superficie disperdente dell’appartamento è costituita proprio dal solaio su garage non riscaldato (visto che lateralmente l’appartamento confina con altri riscaldati). Quindi la mera sostituzione del generatore avrebbe richiesto una pompa di calore di potenza pari ad almeno 15 kW. Decidere invece di isolare il solaio su garage con pannelli isolanti di spessore di 10 cm all’intradosso del solaio permette di ridurre la potenza della pompa di calore a 7 kW, con un risparmio di circa 4.000 €.

Pertanto, l’intervento di isolamento è costato circa 2.500 € che, rispetto ai 4.000 € di differenza di costo tra le pompe di calore di potenza diversa, comporta un risparmio immeditato di 1.500 €, una durata maggiore dell’intervento e soprattutto una serie di benefici in termini di costo della bolletta: riduzione della potenza impegnata con minori spese di allaccio e spese fisse comunque minori nei consumi.

Di fatto, gli interventi di riqualificazione dell’involucro, a fronte dell’investimento iniziale e del risparmio energetico ottenuto, hanno tempi di ritorno medio-lunghi se non si tiene conto dei possibili incentivi e agevolazioni fiscali, ma per una più equa valutazione è importante:

  • tener conto anche della durata dell’intervento, di gran lunga superiore alla durata di interventi sull’impianto; è infatti limitante porre come tempo di ritorno, da indicare nell’Attestato di Prestazione Energetica, 10 anni;
  • effettuare la valutazione dei costi e dei benefici con il calcolo del tempo di ritorno dell’investimento, al netto di quelle spese che comunque sarebbero state sostenute, in quanto interventi di manutenzione necessari.
  1. CONCLUSIONI

Sarà essenziale che il Governo prosegua la politica incentivante dando stabilità alle detrazioni fiscali, per sostenere un settore che deve ancora avere il suo sviluppo e che deve acquisire quell’autonomia economica e diffusione culturale tale da associare automaticamente i concetti di riqualificazione, ristrutturazione e manutenzione all’efficienza e al risparmio di energia.

Il caso dei serramenti è a questo proposito esemplare. Visto che il ricorso alle agevolazioni fiscali ha comportato necessariamente l’utilizzo di infissi performanti, l’aumento di richiesta e il conseguente aumento dell’offerta, hanno fatto sì che questi, non costituiscano più l’eccezione, ma siano diventati lo “standard”, raggiungendo un prezzo molto vicino a quello dei precedenti infissi con caratteristiche tecniche meno “spinte”.

3 | Denuncia di inizio attività in edilizia

3 | Denuncia di inizio attività in edilizia

La denuncia di inizio attività in edilizia è un atto amministrativo, la cui disciplina è contenuta nel Testo unico dell’edilizia della Repubblica italiana (Decreto del presidente della Repubblica 6 giugno 2001 n. 380) che ne descrive il potere e i limiti agli artt. 22 e 23.
Dal 2010 è stata, per la maggior parte dei casi, sostituita dalla segnalazione certificata di inizio attività (S.C.I.A.).

Tuttavia la D.I.A. ancora oggi esiste e può essere utilizzata, per le varianti in corso d’opera, invece di un permesso di costruire, qualora si apportino modifiche non sostanziali.

Caratteristiche

Questo tipo di denuncia di inizio attività (D.I.A.) è diventata uno strumento molto versatile, che è servito alla pubblica amministrazione italiana (in larga parte, gli uffici tecnici dei Comuni) per agevolare e snellire il procedimento relativo a pratiche edilizie, di minor peso urbanistico, sull’attività edilizia che si svolgeva sul proprio territorio.
Con una D.I.A., infatti, si poteva ristrutturare il proprio appartamento, effettuare opere di manutenzione ordinaria o straordinaria sul proprio immobile e persino costruire nuovi edifici, qualora fosse presente un piano particolareggiato, ovvero in caso di demolizione e ricostruzione fedele.
La D.I.A. tuttavia non è da confondersi con un’autorizzazione. Di fatto, essa è un’autodichiarazione del committente dei lavori accompagnata da una relazione asseverata da un tecnico (oltre i vari documenti da allegare), pertanto, risulta essere più responsabilizzante per il privato e per il tecnico, piuttosto che per la pubblica amministrazione che, nel caso di D.I.A., svolge un mero controllo dei requisiti.

Disciplina normativa

Il fondamento giuridico dell’istituto è probabilmente da rintracciarsi nella legge 28 febbraio 1985 n. 47 che stabiliva:

« Non sono soggette a concessione ne’ ad autorizzazione le opere interne alle costruzioni che non siano in contrasto con gli strumenti urbanistici adottati o approvati e con i regolamenti edilizi vigenti, non comportino modifiche della sagoma ne’ aumento delle superfici utili e del numero delle unita’ immobiliari, non modifichino la destinazione d’uso delle costruzioni e delle singole unità immobiliari, non rechino pregiudizio alla statica dell’immobile […]. »
Il Testo unico dell’edilizia (D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380) specifica che con la D.I.A. si possono fare le opere non riconducibili ad attività edilizia libera, o al permesso di costruire.
È oggi pertanto richiesta la S.C.I.A., per opere edilizie che oggi possono essere eseguite a seguito di comunicazione inizio lavori (C.I.L.), ossia opere di manutenzione straordinaria, restauro conservativo, ristrutturazione edilizia così come elencate nell’art. 6 del Testo unico dell’edilizia.
Invece, possono essere trattate con altri atti abilitativi D.I.A., S.C.I.A. e Permesso di Costruire la nuova costruzione, ristrutturazione urbanistica, ecc. (così come definiti dall’art.3 del D.P.R. 380/2001).
Altre leggi sono in seguito venute ad ampliare le competenze della D.I.A., pertanto ancora oggi, in alcune regioni, ai sensi della legge 21 dicembre 2001 n. 443 con tale strumento si possono realizzare anche opere di nuova costruzione, nel caso in cui sia stato approvato un piano particolareggiato per la lottizzazione di un’area.

Questa D.I.A. con poteri ampliati è conosciuta come Super D.I.A..
In seguito, più di recente, altre leggi sono andate a potenziare ulteriormente questo provvedimento e, oggi, con la Super D.I.A. si possono fare anche opere che prima erano di competenza del permesso di costruire.
Inoltre ciascuna regione ha potuto, a sua discrezione, ampliare i poteri della D.I.A., come ha già fatto, per esempio, la Toscana.
Iter burocratico
La denuncia si presenta allo sportello unico per l’edilizia del Comune a firma di un tecnico abilitato alla progettazione (ingegnere, architetto, geometra o perito) e deve contenere un progetto grafico rappresentante lo stato di fatto e la situazione futura, una relazione tecnica in cui si descrivono nel dettaglio le opere da compiersi e i riferimenti normativi, nazionali e locali, che interessano il provvedimento e la certificazione del fatto che il “progettista si assume la responsabilità” che le opere siano in conformità degli strumenti urbanistici vigenti al tempo dei lavori.
In questo modo, la P.A. scarica la responsabilità della correttezza delle operazioni sul tecnico abilitato, che, in tal senso, prende le difese dell’Amministrazione stessa e delle sue leggi. Pertanto la parcella professionale richiesta dal tecnico è adeguata alle responsabilità che si assume.
Una volta presentata, la D.I.A. si ritiene approvata, come detto, dopo 30 giorni dalla data di presentazione (fa fede la data di protocollo dell’ufficio tecnico), e si possono effettuare le opere edilizie.
Se si scoprono, in seguito, difformità delle opere rispetto alla normativa in vigore al tempo dei lavori il comune può (entro 10 anni dalla data di presentazione della D.I.A.) ordinare che sia ripristinato lo stato dei luoghi antecedente all’esecuzione dei lavori, il tutto a carico del proprietario che ha eseguito le opere abusivamente, anche se ha presentato regolare D.I.A.. Naturalmente, in questo caso viene chiamato in causa il tecnico firmatario del provvedimento.

Il procedimento e il meccanismo del silenzio-assenso
La D.I.A. segue il meccanismo del silenzio-assenso: comunicata alla pubblica amministrazione la propria intenzione ad avviare l’attività, il soggetto, generalmente decorsi 30 giorni può darvi inizio, dandone notizia. Entro i 30 giorni (dalla data di protocollo) l’ufficio tecnico comunale può chiedere integrazioni o inibire l’inizio dei lavori per mancanza di documentazione o difformità rispetto alle norme vigenti e/o agli strumenti urbanistici.
Il potere inibitorio previsto dal co. 6 dell’art. 23 del D.P.R. 380/2001, può essere esercitato entro il termine perentorio di trenta giorni, trascorso il quale possono soltanto essere emanati provvedimenti d’autotutela e sanzionatori. Il dispositivo di sentenza precisa che alla scadenza del termine di trenta giorni matura l’autorizzazione implicita ad eseguire i lavori progettati ed indicati nella D. I. A., fermo restando il potere dell’Amministrazione comunale di provvedere anche successivamente alla scadenza del termine stesso, ma non più con provvedimento inibitorio (ordine o diffida a non eseguire i lavori) bensì con provvedimento sanzionatorio (se i lavori sono già stati eseguiti, in tutto o in parte) di tipo ripristinatorio o pecuniario, secondo i casi, in base alla normativa che disciplina la repressione degli abusi edilizi.
In ogni caso, l’inizio dei lavori deve avvenire non prima di 30 giorni dalla presentazione della denuncia, e comunque non oltre un anno, e dovranno concludersi entro 3 anni.

Interventi su edifici vincolati

Per opere effettuate su edifici vincolati dai beni architettonici o artistici ai sensi del d.lgs.42/2004, è necessario allegare alla D.I.A. il Nulla osta della Soprintendenza ai Beni culturali.
Per quanto riguarda gli edifici che si trovano nella perimetrazione del centro storico cittadino, è sufficiente richiedere un preventivo atto di assenso (nulla osta storico) presso la pubblica amministrazione, la quale analizzerà la richiesta, ed esprimerà un parere positivo oppure negativo. Da quest’ultimo parere dipende la fattibilità o no dell’intervento proposto.

La D.I.A. nel caso di lesioni strutturali

Quando compaiono lesioni strutturali che possono compromettere la statica dell’edificio è spesso necessario agire in fretta, possibilmente senza aspettare i 30 giorni del silenzio-assenso. In tali casi è necessario far intervenire i vigili del fuoco, che rappresentano l’ente garante della statica degli edifici e, quindi, dell’incolumità dei cittadini che vi abitano o lavorano, per produrre una perizia (che viene redatta sul posto, dopo un esame, anche sommario, del danno) che, allegata alla D.I.A., consente di eseguire i lavori immediatamente, per somma urgenza. Alla visita dei vigili deve però seguire un progetto di intervento, corredato dei disegni e dei calcoli statici relativi alle opere da compiersi: tale documentazione deve comunque essere allegata alla D.I.A. prima di cominciare i lavori.
Se si devono fare anche altri lavori nei locali in cui compare la lesione si possono allegare alla stessa D.I.A. delle opere strutturali, ma tali opere sono sempre e comunque soggette ai 30 gg. di silenzio-assenso.
I vigili del fuoco, nel loro intervento, potrebbero però stabilire che la statica del fabbricato è troppo compromessa, e revocarne l’abitabilità. Da quel momento il fabbricato deve essere sgomberato e messo in sicurezza, e vengono bloccate tutte le operazioni sulla struttura se non approvate dai vigili stessi. In casi estremi, potrebbe anche essere ordinata la demolizione dell’intero fabbricato (a questo punto, però, nasce la questione legale su chi ricade l’onere della demolizione).
Le lesioni strutturali non vanno mai sottovalutate e, qualora compaiano, vanno sempre sottoposte al parere di un tecnico qualificato, possibilmente non legato alle aziende edili, che faccia delle misurazioni specifiche e rediga una perizia sulla staticità dell’edificio.
Abusi edilizi
Si entra nell’illecito e si diventa perseguibili a norma di legge in tre modi:
eseguendo operazioni edilizie per cui servirebbe un’autorizzazione diversa dalla D.I.A.
eseguendo opere difformi da come sono state presentate nella D.I.A.
eseguendo opere senza richiedere la D.I.A. per le quali sarebbe richiesta.
La punizione è proporzionata al danno che si arreca. Se si è nel terzo caso, una volta eseguite abusivamente le opere, si può presentare un accertamento di conformità (art. 36 del T.U.) che, a firma di un tecnico iscritto al relativo albo, attesta che sono state fatte delle opere conformi agli strumenti urbanistici però senza richiedere il relativo permesso. Viene allora applicata una sanzione amministrativa, non inferiore ad € 516,00 e non superiore a 5.164,00 €. Le opere devono essere conformi non solo alla situazione legislativa esistente al momento in cui sono state eseguite, ma devono rispettare anche le leggi approvate nel frattempo.

Note

^ decreto legge 25 marzo 2010, n. 40 convertito con modificazioni dalla L. 22 maggio 2010, n. 73
^ art. 26 (Opere interne) legge 47/1985
^ art. 6 D.P.R. 380/2001
^ art. 10 D.P.R. 380/2001
^ ai sensi del comma 2 dell’art. 6 D.P.R. 380/2001 (così modificato dal D.L. 40/2010)

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http://www.urbanistica.comune.roma.it/dia-modulistica.html
Bibliografia
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Emanuele Boscolo, I diritti soggettivi a regime amministrativo. L’art. 19 della l. n. 241 del 1990 e altri modelli di liberalizzazione, CEDAM, Padova, 2001, ISBN 88-13-23554-2.
Domenico Lavermicocca, Domenico Logozzo, La denuncia di inizio attività nell’edilizia, IPSOA, Milano, 2002, ISBN 88-217-1767-4.
Giuseppe Lavitola, Denuncia di inizio attività, CEDAM, Padova, 2003, ISBN 88-13-24769-9.
Patrizia Marzaro Gamba, La denuncia di inizio attività edilizia. Profili sistematici, sostanziali e processuali, Giuffré, Milano, 2005, ISBN 88-14-11499-4.
Loredana Martinez, La dichiarazione di inizio attività: natura e regime giuridico, Giappichelli, Torino, 2008, ISBN 978-88-34875-71-1.
Walter Giulietti, Attività privata e potere amministrativo. Il modello della dichiarazione di inizio attività, Giappichelli, Torino, 2008, ISBN 978-88-34885-59-8.
Fabio Doro, SCIA e DIA. Denuncia, dichiarazione e segnalazione certificata di inizio attività dopo il DL 78/2010, Exeo Edizioni, Padova, 2010, ISBN 978-88-95578-06-4.
Francesco Martines, La segnalazione certificata di inizio attività. Nuove prospettive del rapporto pubblico-privato, Giuffrè Editore, 2011, ISBN 88-14-17289-7

#26_Lana di roccia | #bioarchitettura |

#26_Lana di roccia | #bioarchitettura |

Cos’è la “lana di roccia” e a cosa serve.

La lana di roccia è stata scoperta sulle isole Hawaii agli inizi del secolo scorso e deve la sua origine al processo di solidificazione, sotto forma di fibre, della lava vulcanica, lanciata in aria durante le attività eruttive.
Il processo produttivo è molto simile all’azione naturale dei vulcani. La lana di roccia è, infatti, ottenuta a partire dalla fusione di rocce vulcaniche, presenti in quantità praticamente inesauribile in natura, insieme a brichette e ad altre materie prime, a una temperatura di circa 1500° C. E’ quindi un prodotto completamente naturale che coniuga in sé quattro doti fondamentali:
Isolamento termico:
La struttura a celle aperte, tipica della lana di roccia, consente di ostacolare il passaggio di caldo e freddo, assicurando un’elevata performance isolante.
Fonoassorbente:
La struttura a celle aperte della lana di roccia favorisce l’assorbimento delle onde acustiche e permette di attenuare l’intensità e la propagazione del rumore.
Comportamento al fuoco:
La lana di roccia è un materiale inorganico, che fonde a temperature superiori ai 1000 °C. Contribuisce, pertanto, a rallentare la propagazione di un incendio e a limitare l’emissione di gas tossici.
Inoltre, la lana di roccia è stabile al variare delle condizioni termiche e igrometriche dell’ambiente in cui viene installata.

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Area #urbanistica

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Spazio geografico delimitato o delimitabile dove si svolgono processi fisico-naturali o insediativi o sociali. Per esempio: agricola con ridotta densità e uso prevalentemente agricolo del suolo; di rispetto in cui sussiste divieto assoluto di edificazione; edificabile su cui è possibile, nel limite del rispetto delle leggi, costruire edifici; metropolitana caratterizzata da alte densità demografiche, insediative e socioeconomiche; ad alta tensione abitativa quando la crisi degli alloggi e l’alto rapporto tra sfratti e numero di famiglie richiede interventi urgenti.

SecondHand Architecture Books

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Vendere libri usati è una sana pratica.

Su Fb esistono gruppi  geolocalizzati presso  le facoltà per svolgere l’antica pratica.

Pertanto abbiamo  fondato un  gruppo, un luogo,  per chi vende e chi compra testi usati, senza intermediari, senza  frontiere.

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Un consiglio, per la  spedizione,  i libri si spediscono alle poste con la tariffa agevolata di Piego Libri.

La tariffa pieghi di libri è una convenzione postale per poter spedire dei libri a prezzi convenienti e in tempi abbastanza brevi.

Per usufruirne, è importante seguire delle regole:

1
La tariffa è valida per i privati, così come per le case editrici (ma in quest’ultimo caso c’è una modulistica da compilare preventivamente).
2
La tariffa è applicabile solo ed esclusivamente per destinazioni italiane.
3
La tariffa è applicabile solo ed esclusivamente se il libro viene spedito in una busta.
4
Le tariffe variano in base al peso della busta.
Fino a 2 kg: 1,30 €
Fino a 5 kg: 3,95 €.
Oltre i 5kg non è possibile utilizzare questa tariffa.
Separare due libri conviene quasi sempre: due pacchetti da 2 kg vengono a costare 1,30 € per due (cioè 2,60 €) mentre un pacco da 4 kg viene a costare 3,95 €.
5
Le dimensioni sono:
Dimensione minima: 9 x 14 cm. Se a forma di rotolo: 10 cm di lunghezza con 3,5 cm di diametro;
Dimensione massima: 45 cm per lato e, se a forma di rotolo, 75 cm di lunghezza con 10 cm di diametro.
6
All’esterno della busta va scritta, in maniera visibile, la dicitura “Pieghi di libri”.
7
Le buste devono essere ispezionabili (quindi non sigillate con lo scotch o pinzate con i gancetti metallici, mentre vanno bene i fermacampioni – cioè quei cosi con la capocchia tonda e le due gambette che si ripiegano all’insù), e possibilmente dovrebbero riportare la dicitura “Lato apribile per ispezione postale”.
8
All’interno della busta non deve esserci nulla che abbia carattere di corrispondenza.
Con questo si intende che non ci deve essere nulla (foglietti, quadernini, ecc.) scritto a mano o superfluo (segnalibri, cartoline, ecc.).
La possibilità di aggiungere dei ‘gadgets’ prevede un aumento della tariffa (0,05 cent per il gadget interno, 0,21 cent per quello esterno), ma il gadget deve essere un oggetto di natura promozionale di modesto o irrilevante valore commerciale.
Poiché la dicitura è molto generica, sarebbe meglio utilizzare questa tariffa quando il libro non contiene nulla oltre a sé stesso 😉
9
Esiste la possibilità di utilizzare dei servizi accessori quali avviso di ricevimento, restituzione al mittente in caso di mancata consegna, fermoposta, contrassegno.

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Attenzione
Capita spesso che, per motivi a noi ancora sconosciuti, alcuni uffici postali si rifiutino di effettuare la spedizione tramite i “pieghi di libri”.
Ribadiamo che questa tariffa è accessibile ai privati e, se la busta rispetta le norme di cui sopra, non possono rifiutare di farvela utilizzare.
Nel caso incontraste delle difficoltà, ricordiamo innanzitutto che nel programma utilizzato negli uffici postali la tariffa piego di libri si trova in posta ordinaria – sottoprodotto. Vi invitiamo poi a stampare il modulo delle poste in cui ci si riferisce a questa tariffa distinguendola da quella riservata alle case editrici, e a far chiamare dall’operatore allo sportello il numero 800.160 (servizio interno postale) che confermerà tutto direttamente all’impiegato.

In caso di ulteriore reticenza vi consigliamo di optare per una soluzione fai da te.

  • inserire il libro in una busta seguendo con cura tutte le istruzioni riportate sopra;
  • apporre le magiche scritte: “Lato apribile per ispezione postale” e, due o tre volte, davanti e dietro, abbondare con “piego di libri” (non dimenticate gli indirizzi di mittente e destinatario!)
  • pesare la busta sulla bilancia precisa al grammo;
  • apporre la giusta affrancatura: 1,30 € fino a 2 kg, 3,95 € da 2 a 5 kg;
  • avviarsi belil belli verso la buchetta più vicina e infilarci la busta.

Ovvero: andate in posta solo se la busta non passa.

 

 

TUTELA DEL PAESAGGIO: il Codice dei beni culturali e del paesaggio

TUTELA DEL PAESAGGIO: il Codice dei beni culturali e del paesaggio

La normativa sulla tutela dei beni paesaggistici è stata recentemente novellata dal decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, che, sulla base della delega contenuta nell’articolo 10 della legge n. 137/2002, ha introdotto il “codice dei beni culturali e del paesaggio”, meglio noto come “codice Urbani”.

Il “codice Urbani” si presenta, da un punto di vista sistematico, come la diretta attuazione dell’articolo 9 della Costituzione, ai sensi del quale la Repubblica Italiana “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”.

Tale dettato costituzionale, pur con i suoi evidenti limiti, costituisce tuttora, dopo quasi 60 anni dalla sua entrata in vigore, il cardine dogmatico di tutto il diritto ambientale nonché il baluardo giuridico della tutela del patrimonio naturalistico italiano. L’espressione “paesaggio” contenuta nel suindicato articolo 9, infatti, non deve essere riferita solo a ciò che attiene alla forma esteriore ed estetica del territorio, ma deve essere interpretata in una accezione più generale con il significato di ambiente.

In ogni caso la centralità del paesaggio e la rilevanza della sua tutela tra i valori costituzionalmente garantiti sono principi da sempre riconosciuti nell’ordinamento giuridico della Repubblica. Centralità riconosciuta anche da un consolidato orientamento della Corte Costituzionale, ai sensi del quale la tutela del bene paesaggistico è elevata a valore primario dell’ordinamento, non è suscettibile di essere subordinata ad altri interessi e costituisce un interesse pubblico fondamentale, primario ed assoluto che va salvaguardato nella sua interezza.

Recentemente, poi, tali principi sono stati riaffermati anche in una importante sentenza della sesta Sezione del Consiglio di Stato, secondo la quale l’articolo 9 della Costituzione erige il valore estetico-culturale del bene paesaggistico a valore primario dell’ordinamento; da ciò ne discende che la tutela del paesaggio, che sovrintende a superiori interessi pubblici, deve realizzarsi a prescindere da ogni valutazione dei singoli interessi privati.

Il nuovo codice, inoltre, ha armonizzato la normativa quadro in materia di tutela del paesaggio con le disposizioni contenute nel nuovo titolo V della seconda parte della Costituzione. Infatti, il “codice Urbani”, in coerenza con le competenze esclusive dello Stato e delle Regioni come delineate dal nuovo articolo 117 della Costituzione,1 riparametra l’ambito dell’intervento pubblico e ridefinisce l’attribuzione delle funzioni amministrative in materia di tutela, conservazione e valorizzazione del “patrimonio culturale”, sulla base anche del principio di sussidiarietà e di adeguatezza previsto dall’articolo 118 della Costituzione.2

Il corpus normativo in materia di tutela paesaggistica, che ricomprende anche l’articolo 734 del codice penale, è stato recentemente integrato con l’approvazione della legge n. 36/2004, recante il “nuovo ordinamento del Corpo Forestale dello Stato”. Tale legge, infatti, assegna espressamente al Corpo Forestale dello Stato, in qualità di Forza di polizia specializzata nella tutela del paesaggio, la competenza istituzionale relativa alla vigilanza sul rispetto della normativa nazionale ed internazionale concernente la salvaguardia delle risorse paesaggistiche della nazione. Il legislatore, con questa integrazione, ha individuato nel Corpo Forestale dello Stato un ulteriore organo statale di controllo specializzato nella tutela del paesaggio. Organo, è bene sottolineare, di polizia, professionalmente specializzato, estraneo al procedimento autorizzatorio e presente in modo ramificato sul territorio, ma al tempo stesso svincolato dagli interessi territoriali e dalle pressioni locali.

Il “codice Urbani”

Il nuovo codice dei beni culturali e del paesaggio è entrato in vigore il 1° maggio 2004, è composto da 184 articoli ed è suddiviso in cinque parti.

La parte prima contiene le disposizioni generali.

La parte seconda e la parte terza, invece, disciplinano rispettivamente i beni culturali in senso stretto e i beni paesaggistici, che qui interessano.

La parte quarta è relativa alle sanzioni amministrative ed a quelle penali.

La parte quinta, infine, contiene le disposizioni transitorie e finali.

La principale innovazione introdotta dal nuovo codice consiste nel considerare il paesaggio come parte integrante del patrimonio culturale.

Ai sensi dell’articolo 2, infatti, il patrimonio culturale della Repubblica è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici.

Altra importante novità del nuovo codice consiste nell’aver definito per la prima volta il significato giuridico sia di “tutela” e che di “valorizzazione” dei beni paesaggistici.

Per tutela si intende l’esercizio delle funzioni e la disciplina delle attività dirette ad individuare i beni paesaggistici ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione. L’esercizio di queste funzioni di tutela si esplica anche attraverso provvedimenti volti a conformare ed a regolare diritti e comportamenti inerenti ai beni paesaggistici medesimi.

Per valorizzazione, invece, si intende l’esercizio delle funzioni e la disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza dei beni paesaggistici e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica dei beni medesimi. Essa comprende anche la promozione ed il sostegno degli interventi di conservazione. Ovviamente, la valorizzazione è attuata in forme compatibili con la tutela e tali da non pregiudicarne le relative esigenze.

Il nuovo codice, inoltre, abrogando e sostituendo completamente il decreto legislativo n. 490/1999, recante il Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali ed ambientali, pone definitivamente ordine alla complessa materia connessa alla tutela paesaggistica ed introduce nell’ordinamento giuridico una disciplina sistematica ed unitaria.

Le altre disposizioni in materia di tutela del paesaggio contenute nel nuovo codice sono, in sintesi, le seguenti.

Le Autorità preposte

L’esercizio unitario delle funzioni di tutela dei beni paesaggistici sono attribuite al Ministero per i Beni e le attività culturali, che le esercita direttamente o ne può conferire l’esercizio alle regioni, tramite forme di intesa e coordinamento. Spettano al Ministero anche la definizione delle politiche di tutela e valorizzazione del paesaggio e la funzione di vigilanza sui beni paesaggistici tutelati.

Le Soprintendenze, strutture periferiche del Ministero, perdono il potere di annullare le autorizzazioni paesaggistiche già concesse, ma acquisiscono quello di fornire un parere preventivo ed obbligatorio per il rilascio delle stesse. Tale parere, tuttavia, non solo diviene eventuale decorsi i sessanta giorni assegnati, ma è anche non vincolante e può essere quindi eventualmente disatteso dall’organo di amministrazione attiva (la Regione o l’ente locale delegato) attraverso un’adeguata e dettagliata motivazione. Tale previsione è particolarmente delicata perché significa che anche un ufficio tecnico di un piccolo Comune può, sebbene con adeguata motivazione, disattendere il parere dell’organo statale titolare della più alta competenza in materia. In tal modo viene in parte svilita la competenza del Ministero che risulta così privato di quella funzione di “estrema difesa del vincolo”, che costituiva uno dei principi cardine del precedente sistema di tutela del paesaggio.

Le Regioni, invece, assicurano che il paesaggio sia adeguatamente tutelato e valorizzato. A tal fine, le Regioni cooperano con il Ministero nell’esercizio delle funzioni di tutela esercitando le relative funzioni amministrative e provvedono a promuovere la conoscenza dei beni paesaggistici ai fini della fruizione pubblica degli stessi nonché a sostenere gli interventi di valorizzazione e di conservazione dei beni medesimi.

Le Regioni, inoltre, sottopongono a specifica normativa d’uso il territorio, approvando piani paesaggistici ovvero piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesaggistici, concernenti l’intero territorio regionale.

Le Regioni, infine, vigilano sull’ottemperanza alle disposizioni contenute nel presente codice da parte delle Amministrazioni da loro individuate per l’esercizio delle competenze in materia di paesaggio.

I Comuni, accertata la compatibilità paesaggistica dell’intervento ed acquisito il parere della Soprintendenza competente per territorio, rilasciano la prescritta autorizzazione. I Comuni, inoltre, unitamente agli altri enti territoriali ed agli enti gestori delle aree naturali protette, conformano ed adeguano i propri strumenti di pianificazione territoriale ed urbanistica alle previsioni dei piani paesaggistici, introducendo, ove necessario, le ulteriori previsioni conformative che risultino utili ad assicurare l’ottimale salvaguardia dei valori paesaggistici individuati dai piani.

Infine, il nuovo codice obbliga tutte le amministrazioni pubbliche competenti in materia a cooperare tra loro per la definizione di indirizzi e criteri riguardanti le attività di tutela, pianificazione, recupero riqualificazione e valorizzazione del paesaggio e di gestione dei relativi interventi.

 

I beni paesaggistici sottoposti a tutela

Innanzitutto, ai fini del nuovo codice, per paesaggio si intende una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni.

Ai sensi dell’articolo 134 del nuovo codice, si considerano beni paesaggistici e quindi sottoposti a tutela:

a) gli immobili e le aree di notevole interesse pubblico indicati nel successivo articolo 136;

b) le aree tutelate per legge per il loro interesse paesaggistico ed indicate nel successivo articolo 142;

c) gli immobili e le aree comunque sottoposti a tutela dai singoli piani paesaggistici.

Ai fini dell’individuazione dei beni paesaggistici sottoposti a tutela, si rammenta che, per l’articolo 136, si considerano immobili ed aree di notevole interesse pubblico:

a) le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica;

b) le ville, i giardini e i parchi, non tutelati dalle disposizioni della

Parte seconda del presente codice, che si distinguono per la loro non comune bellezza;

c) i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale;

d) le bellezze panoramiche considerate come quadri e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze.

Invece, per aree tutelate direttamente per legge, ai sensi dell’articolo 142, si intendono:

a) i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i terreni elevati sul mare;

b) i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i territori elevati sui laghi;

c) i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua iscritti negli elenchi previsti dal testo unico delle disposizioni di legge sulle acque ed impianti elettrici, approvato con regio decreto n. 1775/1933, e le relative sponde o piedi degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna;

d) le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole;

e) i ghiacciai e i circhi glaciali;

f) i parchi e le riserve nazionali o regionali e i territori di protezione esterna dei parchi;

g) i territori coperti da foreste e da boschi, ancorché percorsi o danneggiati dal fuoco, e quelli sottoposti a vincolo di rimboschimento, come definiti dall’articolo 2, commi 2 e 6, del decreto legislativi n. 227/2001;

h) le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici;

i) le zone umide incluse nell’elenco previsto dal D.P.R. n. 448/1976;

l) i vulcani;

m) le zone di interesse archeologico individuate alla data del 1° maggio 2004.

La pianificazione paesaggistica

I piani paesaggistici definiscono le trasformazioni compatibili con i valori paesaggistici, le azioni di recupero e riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela, nonché gli interventi di valorizzazione del paesaggio, anche in relazione alle prospettive di sviluppo sostenibile. Ai sensi dell’articolo 143 del nuovo codice, il piano ripartisce il territorio in ambiti omogenei, da quelli di elevato pregio paesaggistico fino a quelli significativamente compromessi o degradati. In funzione dei diversi livelli di valore paesaggistico riconosciuti, il piano attribuisce a ciascun ambito corrispondenti obiettivi di qualità paesaggistica.

In particolare, gli obiettivi di qualità paesaggistica prevedono:

a) il mantenimento delle caratteristiche, degli elementi costitutivi e delle morfologie, tenuto conto anche delle tipologie architettoniche, nonché delle tecniche e dei materiali costruttivi;

b) la previsione di linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili con i diversi livelli di valore riconosciuti e tali da non diminuire il pregio paesaggistico del territorio, con particolare attenzione alla salvaguardia dei siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO e delle aree agricole;

c) il recupero e la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati, al fine di reintegrare i valori preesistenti ovvero di realizzare nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati con quelli.

I piani paesaggistici hanno un contenuto descrittivo, prescrittivo e propositivo e la loro elaborazione si articola nelle seguenti fasi:

a) ricognizione dell’intero territorio attraverso l’analisi delle sue caratteristiche e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;

b) analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio;

c) individuazione degli ambiti paesaggistici e dei relativi obiettivi di qualità paesaggistica;

d) definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati;

e) determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico;

f) individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate;

g) individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, ai fini dello sviluppo sostenibile delle aree interessate;

h) individuazione di eventuali categorie di immobili o di aree, diverse da quelle indicate dal presente codice, da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione.

I piani paesaggistici, inoltre, anche in relazione alle diverse tipologie di opere ed interventi di trasformazione del territorio, individuano distintamente le aree nelle quali la loro realizzazione è consentita sulla base della verifica del rispetto delle prescrizioni, delle misure e dei criteri di gestione stabiliti nel piano paesaggistico e quelle per le quali il piano medesimo definisce anche parametri vincolanti per le specifiche

previsioni da introdurre negli strumenti urbanistici in sede di conformazione e di adeguamento.

I suddetti piani individuano inoltre:

a) le aree tutelate nelle quali la realizzazione delle opere e degli interventi consentiti, in considerazione del livello di eccellenza dei valori paesaggistici o della opportunità di valutare gli impatti su scala progettuale, richiede comunque il previo rilascio dell’autorizzazione paesaggistica;

b) le aree nelle quali, invece, la realizzazione di opere ed interventi non richiede il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica.

Ovviamente, nei procedimenti di approvazione dei piani paesaggistici sono assicurate la concertazione istituzionale, la partecipazione dei soggetti interessati e delle associazioni costituite per la tutela degli interessi diffusi, individuate ai sensi dell’articolo 13 della legge n. 349/1986 e ampie forme di pubblicità (articolo 144).

Rapporti tra il piano paesaggistico e gli altri strumenti di pianificazione

L’articolo 145 del nuovo codice prevede che i piani paesaggistici contemplino anche le misure di coordinamento con gli strumenti di pianificazione territoriale e di settore, nonché con gli strumenti nazionali e regionali di sviluppo economico.

In ogni caso le previsioni contenute nei piani paesaggistici:

a) sono cogenti per gli strumenti urbanistici degli enti locali;

b) sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici;

c) stabiliscono norme di salvaguardia applicabili in attesa dell’adeguamento degli strumenti urbanistici;

d) sono vincolanti per gli interventi settoriali;

e) sono, ai fini della tutela del paesaggio, prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione territoriale e di settore.

Quanto ai rapporti tra atto impositivo del vincolo paesaggistico e piano paesaggistico, bisogna sottolineare che, mentre il vincolo costituisce il provvedimento con il quale, attraverso il potere conformativo della pubblica amministrazione, si sottopone il diritto di proprietà ad una serie di limitazioni, prima fra tutte quella che configura il divieto di alterare o di distruggere il bene vincolato senza la prescritta autorizzazione della Regione o, su sua delega, del Comune, il piano, invece, rappresenta il principale strumento di attuazione della protezione delle bellezze naturali. Esso presuppone l’imposizione del vincolo e rappresenta lo strumento di regolamentazione generale dei beni immobili che sono assoggettati allo speciale regime di controllo amministrativo.

In sostanza, mentre il vincolo paesaggistico costituisce il mezzo diretto di conservazione e tutela del bene protetto, il piano ne rappresenta una conseguenza. Esso è uno strumento di operatività, in una logica di programmazione delle attività di tutela che sottrae la salvaguardia del bene paesaggistico alla episodicità del singolo provvedimento autorizzatorio.

La gestione dei beni paesaggistici

Ai sensi dell’articolo 146 del nuovo codice, i proprietari, i possessori o i detentori a qualsiasi titolo di immobili e aree sottoposti a tutela dalle disposizioni contenute nel piano paesaggistico o tutelati per legge non possono distruggerli, né introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio ai valori paesaggistici oggetto di protezione e hanno l’obbligo di sottoporre alla regione o all’ente locale al quale la regione ha affidato la relativa competenza i progetti delle opere che intendano eseguire, corredati della documentazione prevista, al fine di ottenere la preventiva autorizzazione.

La domanda di autorizzazione dell’intervento deve indicare lo stato attuale del bene interessato, gli elementi di valore paesaggistico presenti, gli impatti sul paesaggio delle trasformazioni proposte e gli elementi di mitigazione e di compensazione necessari.

L’amministrazione competente nell’esaminare la domanda di autorizzazione verifica la conformità dell’intervento alle prescrizioni contenute nei piani paesaggistici e ne accerta:

a) la compatibilità rispetto ai valori paesaggistici riconosciuti dal vincolo;

b) la congruità con i criteri di gestione dell’immobile o dell’area;

c) la coerenza con gli obiettivi di qualità paesaggistica.

L’amministrazione, accertata la compatibilità paesaggistica dell’intervento ed acquisito il parere della apposita commissione per il paesaggio, entro il termine di quaranta giorni dalla ricezione dell’istanza, trasmette la proposta di autorizzazione, corredata dal progetto e dalla relativa documentazione, alla competente Soprintendenza, dandone notizia agli interessati. Tale ultima comunicazione costituisce avviso di inizio del relativo procedimento, ai sensi e per gli effetti della legge n. 241/1990. Qualora l’amministrazione verifichi che la documentazione allegata non corrisponda a quella prevista, chiede le necessarie integrazioni; in tal caso, il predetto termine è sospeso dalla data della richiesta fino a quella di ricezione della documentazione. L’amministrazione, qualora lo ritenga necessario, può acquisire documentazione ulteriore rispetto a quella prevista e può effettuare ulteriori accertamenti.

La Soprintendenza comunica il parere entro il termine perentorio di sessanta giorni dalla ricezione della proposta di cui sopra. Decorso inutilmente il termine per l’acquisizione del parere, l’amministrazione assume comunque le determinazioni in merito alla domanda di autorizzazione.

L’autorizzazione è rilasciata o negata dall’amministrazione competente entro il termine di venti giorni dalla ricezione del parere della Soprintendenza e costituisce atto distinto e presupposto della concessione  o degli altri titoli legittimanti l’intervento edilizio. I lavori non possono essere iniziati in difetto di essa.

Decorso inutilmente il suindicato termine di venti giorni, è data facoltà agli interessati di richiedere l’autorizzazione alla Regione, che  provvede anche mediante un commissario ad acta entro il termine di  sessanta giorni dalla data di ricevimento della richiesta.

Laddove la Regione non abbia affidato agli enti locali la competenza al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica, la richiesta di rilascio in via sostitutiva è presentata alla competente Soprintendenza.

L’autorizzazione paesaggistica:

a) diventa efficace dopo il decorso di venti giorni dalla sua emanazione;

b) è trasmessa in copia alla Soprintendenza che ha emesso il parere nel corso del procedimento, nonché, unitamente al parere, alla Regione ed alla Provincia e, ove esistenti, alla comunità montana e all’ente parco nel cui territorio si trova l’immobile o l’area sottoposti al vincolo;

c) non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi.

Si rammenta che l’autorizzazione paesaggistica è impugnabile con ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (T.A.R.) o con ricorso  straordinario al Capo dello Stato, dalle associazioni ambientaliste portatrici di interessi diffusi individuate ai sensi dell’art. 13 della Legge n. 349/1986 e da qualsiasi altro soggetto pubblico o privato che ne abbia interesse. Il ricorso è deciso anche se, dopo la sua proposizione ovvero in grado di appello, il ricorrente dichiari di rinunciare o di non avervi più interesse. Le sentenze e le ordinanze del T.A.R. possono essere impugnate da chi sia legittimato a ricorrere avverso l’autorizzazione paesaggistica, anche se non abbia proposto il ricorso di primo grado.

Presso ogni Comune è istituito un elenco, aggiornato almeno ogni sette giorni e liberamente consultabile, in cui è indicata la data di rilascio di ciascuna autorizzazione paesaggistica, con la annotazione sintetica del relativo oggetto e con la precisazione se essa sia stata rilasciata in difformità dal parere della Soprintendenza. Copia dell’elenco è trasmessa trimestralmente alla Regione e alla Soprintendenza, ai fini dell’esercizio delle funzioni di vigilanza.

Si rammenta che tali disposizioni si applicano anche alle istanze concernenti le attività minerarie di ricerca ed estrazione, ma non per le attività di coltivazione di cave e torbiere. Per tali attività, infatti, restano ferme le potestà del Ministero dell’Ambiente ai sensi della normativa in materia, che sono esercitate tenendo conto delle valutazioni espresse, per quanto attiene ai profili paesaggistici, dalla competente

Soprintendenza.

Qualora la richiesta di autorizzazione riguardi opere da eseguirsi da parte di amministrazioni statali, ivi compresi gli alloggi di servizio per il personale militare, l’autorizzazione viene rilasciata in esito ad una conferenza di servizi ai sensi degli articoli 14 e seguenti della legge n. 241/1990 (articolo 147).

Ai sensi dell’articolo 149, non è, invece, richiesta l’autorizzazione paesaggistica:

a) per gli interventi di manutenzione, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici;

b) per gli interventi inerenti l’esercizio dell’attività agro-silvo-pastorale che non comportino alterazione permanente dello stato dei luoghi con costruzioni edilizie ed altre opere civili, e sempre che non alterino l’assetto idrogeologico del territorio;

c) per il taglio colturale, la forestazione, la riforestazione, le opere di bonifica, antincendio e di conservazione da eseguirsi nei boschi e nelle foreste, purché previsti ed autorizzati in base alla normativa in materia.

Nel caso di aperture di strade e di cave, nel caso di condotte per impianti industriali e di palificazione nell’ambito o in prossimità degli immobili e delle aree di notevole interesse pubblico di cui al suindicato articolo 136, la Regione o il Ministero per i Beni e le attività culturali hanno facoltà di prescrivere le distanze, le misure e le varianti ai progetti in corso d’esecuzione, le quali, tenendo in debito conto l’utilità economica delle opere già realizzate, valgano ad evitare pregiudizio ai beni protetti da questo codice (articolo 152).

Inoltre, nell’ambito e in prossimità dei beni paesaggistici nonché lungo le strade site in tali ambiti è vietato collocare cartelli e altri mezzi pubblicitari se non previa autorizzazione dell’amministrazione competente individuata dalla Regione (articolo 153).

Infine, si rammenta che l’amministrazione competente individuata dalla Regione può ordinare che, nelle zone in cui ricadono dei complessi immobiliari aventi un caratteristico valore estetico e tradizionale e nelle aree in cui insistono delle bellezze panoramiche, dei punti di vista o di belvedere, sia dato alle facciate dei fabbricati, il cui colore rechi disturbo alla bellezza dell’insieme, un diverso colore che con quella armonizzi (articolo 154).

La inibizione e la sospensione dei lavori

L’articolo 150 del nuovo codice contiene una disposizione cautelativa che contempla la possibilità per la pubblica amministrazione competente in materia di emanare in via preliminare dei provvedimenti inibitori o sospensivi dei lavori incidenti su un bene ambientale. L’articolo 150, infatti, riconosce in capo alle Regioni ed al Ministero per i beni e le attività culturali la facoltà di:

a) inibire che si eseguano lavori senza autorizzazione o comunque capaci di pregiudicare il bene;

b) ordinare, anche quando non sia intervenuta la diffida, la sospensione di lavori iniziati.

Tuttavia, il provvedimento di inibizione o sospensione dei lavori incidenti su beni paesaggistici od ambientali cessa di avere efficacia se entro il termine di novanta giorni l’Amministrazione emanante non abbia effettuato gli atti successivi di sua competenza.

Ovviamente, i suindicati provvedimenti inibitori o sospensivi sono comunicati anche al Comune del luogo in cui insiste il bene.

Le funzioni di vigilanza

Ai sensi dell’articolo 155, le funzioni di vigilanza sui beni paesaggistici tutelati dal “codice Urbani” sono esercitate dal Ministero e dalle Regioni.

Le Regioni vigilano sull’ottemperanza alle disposizioni contenute nel nuovo codice da parte delle amministrazioni da loro individuate per l’esercizio delle competenze in materia di paesaggio. L’inottemperanza o la persistente inerzia nell’esercizio di tali competenze comporta l’attivazione dei poteri sostitutivi.

Si rammenta, altresì, che ai sensi della legge n. 36/2004, anche il Corpo Forestale dello Stato, in qualità di Forza di polizia specializzata nella tutela del paesaggio, vigila sul rispetto della normativa nazionale ed internazionale concernente la salvaguardia delle risorse paesaggistiche della nazione.

Bisogna, però, sottolineare che la vigilanza esercitata dal Ministero e dalle Regioni deve essere intesa come mera attività di controllo in senso tecnico-amministrativo avente funzione preventiva in ordine alla esatta applicazione del procedimento autorizzatorione  ed alla corretta gestione burocratica del vincolo.

La vigilanza esercitata dal Corpo Forestale dello Stato, invece, deve essere intesa come mera attività di polizia avente funzione repressiva degli illeciti penali ed amministrativi commessi in violazione della normativa posta a tutela dei beni paesaggistici.

Il sistema sanzionatorio

Le violazioni alle disposizioni in materia di beni paesaggistici contenute nel nuovo codice sono punite con la previsione delle seguenti sanzioni.

a) Articolo 167: in caso di violazione degli obblighi e degli ordini previsti dalla parte terza del presente codice, il trasgressore è tenuto alla rimessione in pristino a proprie spese o, in alternativa, al pagamento di una somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la trasgressione. La scelta tra le due sanzioni viene operata dall’Autorità amministrativa preposta alla tutela paesaggistica, nell’ambito del suo potere di intervento connotato da discrezionalità tecnica. In ogni caso, la somma è determinata previa perizia di stima e con l’ordine di rimessione in pristino è assegnato al trasgressore un termine per provvedere. In caso di inottemperanza, l’autorità amministrativa preposta alla tutela paesaggistica provvede d’ufficio per mezzo del Prefetto.

b) Articolo 168: chiunque colloca cartelli o altri mezzi pubblicitari in violazione delle disposizioni di cui al suindicato articolo 153 è punito con le sanzioni previste dall’articolo 23 del codice della strada, il quale prevede:

a) una sanzione pecuniaria da 343,35 euro a 1.376,55 euro per l’inosservanza delle disposizioni dettate direttamente dalla norma di legge;

b) una sanzione pecuniaria da 137,55 euro a 550,20 euro per l’inosservanza delle prescrizioni previste dal provvedimento autorizzatorio.

Oltre al pagamento della sanzione pecuniaria, il trasgressore o il proprietario o il possessore del fondo privato ove è stato collocato abusivamente il mezzo pubblicitario sono tenuti a rimuovere, a proprie spese, il mezzo pubblicitario entro 10 giorni dalla notifica dell’atto di diffida da parte dell’ente proprietario della strada. In caso di inottemperanza, l’ente proprietario provvede direttamente alla rimozione, addebitando le spese al trasgressore e, in solido, al proprietario o al possessore del suolo privato.

Nel caso in cui il mezzo pubblicitario sia stato collocato su suolo demaniale o su aree appartenenti agli enti proprietari delle strade, la rimozione avviene direttamente a cura del soggetto pubblico, con nota spese a carico del trasgressore, resa esecutiva con ordinanza-ingiunzione del Prefetto.

c) Articolo 181: chiunque, senza la prescritta autorizzazione o in difformità di essa, esegue lavori di qualsiasi genere su beni paesaggistici è punito con le pene previste dall’articolo 20 della legge n. 47/1985. Come è noto, tale articolo è stato abrogato dall’articolo 136 del Testo Unico dell’edilizia (D.P.R. n. 380/2001) ed il suo contenuto sanzionatorio è stato sostanzialmente trasfuso nell’articolo 44 del medesimo provvedimento normativo.

L’articolo 44 del D.P.R. n. 380/2001 prevede tre distinte fattispecie di reato contravvenzionale:

a) l’ammenda fino a 10.329 euro per l’inosservanza delle norme, prescrizioni e modalità esecutive previste dal Testo Unico in quanto applicabili nonché dai regolamenti edilizi, dagli strumenti urbanistici e dal permesso di costruire;

b) l’arresto fino a due anni e l’ammenda da 5.164 euro a 51.645 euro nei casi di esecuzione dei lavori in totale difformità o assenza del permesso o di prosecuzione degli stessi nonostante l’ordine di sospensione;

c) l’arresto fino a due anni e l’ammenda da 15.493 euro a 51.645 euro nel caso di lottizzazione abusiva di terreni a scopo edilizio.

La stessa pena si applica anche nel caso di interventi edilizi nelle zone sottoposte a vincolo storico, artistico, archeologico, paesistico o ambientale, in variazione essenziale, in totale difformità o in assenza del permesso.

Trattasi in sostanza di un reato di pericolo, la cui competenza ad accertare e reprimere spetta al Tribunale del luogo in cui si trovano i beni danneggiati.

In caso di sentenza di condanna, il Tribunale deve ordinare anche la rimessione in pristino dello stato dei luoghi a spese del condannato.

La misura cautelare reale del sequestro preventivo di cui all’articolo 321 del codice di procedura penale è ammissibile per questo tipo di reato. Anche il sequestro probatorio di cui all’articolo 253 del codice di procedura penale del bene oggetto di intervento abusivo può essere validamente eseguito da un ufficiale di polizia giudiziaria, di sua iniziativa o su delega della competente autorità giudiziaria.

Il reato di distruzione o deturpamento di bellezze naturali

L’analisi completa relativa al corpus normativo in materia di tutela del paesaggio non può dirsi esaurita se prima non si prende in considerazione anche l’articolo 734 del codice penale che contempla, in via autonoma e parallela al “codice Urbani”, il reato contravvenzionale di distruzione o deturpamento di bellezze naturali.

Risponde di tale reato «chiunque, mediante costruzioni, demolizioni, o in qualunque altro modo, distrugge o altera le bellezze naturali dei luoghi soggetti alla speciale protezione dell’Autorità».

L’autore di questo reato è punito con la semplice ammenda da 1.032 euro a 6.197 euro. È evidente l’estrema esiguità della pena edittale, poiché permette una facile oblazione ai sensi dell’articolo 162 del codice penale, con la relativa estinzione del reato, tramite il pagamento di un terzo della pena massima prevista, a fronte dell’inestimabile valore del bene ambientale distrutto o deturpato.

L’oggetto giuridico del reato di cui all’articolo 734 del codice penale è costituito dall’interesse dello Stato alla conservazione delle bellezze naturali.

L’evento del reato, invece, è l’alterazione o la distruzione delle bellezze naturali. Si configura, pertanto, come un reato di danno e non di pericolo, richiedendo per la sua punibilità che si verifichi in concreto la distruzione o l’alterazione dei beni protetti dalla norma.

Conseguentemente, non è sufficiente per integrare gli estremi del reato né l’esecuzione di un’opera né la semplice alterazione dello stato naturale delle cose sottoposte a vincolo, ma occorre che tale alterazione abbia effettivamente determinato la distruzione od il deturpamento delle bellezze naturali.

La contravvenzione in questione è un reato a condotta libera, in quanto qualunque condotta, sia commissiva che omissiva, può essere idonea a ledere il bene ambientale tutelato. Inoltre, trattandosi di contravvenzione, per la sua punibilità è sufficiente la colpa, che è però esclusa dall’ignoranza incolpevole del provvedimento adottato dall’Autorità.

Come per la contravvenzione di cui all’articolo 181 del “codice Urbani”, la competenza ad accertare e reprimere questo reato spetta al Tribunale del luogo in cui si trovano i beni danneggiati.

Si ritiene possibile, infine, la coesistenza formale del reato in questione con quello previsto dall’articolo 181 del “codice Urbani”, in quanto diversa è la condotta sanzionata dalle due disposizioni.

L’articolo 734 del codice penale, infatti, integra un reato di danno, la cui sussistenza comporta l’accertamento della lesione effettiva del bene protetto dalla norma. La seconda, invece, si configura come un reato di pericolo, per il quale la polizia giudiziaria è tenuta ad accertare solo se determinate attività di trasformazione duratura del territorio o dei beni protetti siano state autorizzate o meno con un provvedimento dell’autorità preposta alla loro tutela. Quindi, nel primo reato il fatto lesivo consiste nella distruzione e nel deturpamento effettivo di bellezze naturali, nel secondo reato, invece, la fattispecie penale si configura con l’esecuzione di un’attività di trasformazione senza il prescritto assenso dell’Autorità amministrativa competente.

NOTA DELL’AUTORE

Questo articolo è dedicato alla memoria dello scrittore ferrarese Giorgio Bassani, presidente di “Italia Nostra” dal 1965 al 1980 e dello scrittore e giornalista milanese Antonio Cederna, socio fondatore di “Italia Nostra” nel 1955, entrambi padri nobili della tutela del paesaggio in Italia.

La presente dedica è estesa anche all’impegno politico profuso dal Sottosegretario di Stato ai Beni culturali ed ambientali pro tempore Giuseppe Galasso, promotore nel 1985 dell’omonima legge recante le norme per la protezione del paesaggio.

Note

1 L’articolo 117, comma 2, lettera s) della Costituzione riserva alla competenza esclusiva dello Stato “la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”. Il successivo comma

3, invece, riserva alla potestà legislativa delle regioni, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali riservata alla legislazione dello Stato, la valorizzazione dei beni culturali e ambientali.

2 L’articolo 118, commi 3 e 4, stabilisce che “la legge statale disciplina forme di intesa e coordinamento fra Stato e Regioni nella materia della tutela dei beni culturali”.

Inoltre, “Stato, Regioni, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Tratto da:

Tutela del paesaggio: breve analisi della normativa vigente di Alessandro Cerofolini *

SILVÆ 247

Anno I – n. 2

Note di redazione

Attualmente la tutela del paesaggio è normata del “Codice dei Beni culturali e del paesaggio ” (noto come “Codice Urbani”) emanato come Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, che nei successivi quattro anni è stato modificato per ben due volte:
nel 2006 con i Decreti Legislativi 24 marzo 2006, n. 156 (in relazione ai beni culturali) e n. 157 (in relazione al paesaggio),
nel 2008 con i Decreti Legislativi 26 marzo 2008, n. 62 (in relazione ai beni culturali) e n. 63 (in relazione al paesaggio).

Codice dei beni culturali e del paesaggio

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