# 35  | Parametri urbanistici e nomenclatura

# 35 | Parametri urbanistici e nomenclatura

 Indici di edificabilità

Gli indici di edificabilità esprimono il rapporto tra le quantità edilizie ammesse dal piano e la superficie del suolo interessata dalla trasformazione.

Gli indici si distinguono in territoriali e fondiari.

Gli indici territoriali sono prescritti dal piano urbanistico generale per dimensionare i piani attuativi delle zone assoggettate a intervento indiretto, e si applicano alla superficie territoriale, ossia all’intera superficie della trasformazione urbanistica, comprensiva della viabilità e delle aree pubbliche di standard, quali verde, servizi e parcheggi.

Gli indici fondiari sono prescritti dal piano urbanistico generale per dimensionare le trasformazioni edilizie realizzabili con intervento diretto. Possono inoltre essere prescritti anche dai piani attuativi non dotati di planivolumetrico; tali indici si applicano alla superficie fondiaria interessata dal titolo edilizio, che dovrà essere asservita alla costruzione autorizzata con atto d’obbligo.

L’indice di edificabilità territoriale può essere espresso in mc/mq, per definire il volume ammesso sulla superficie territoriale, ovvero in ab/ha per definire il volume corrispondente agli abitanti teorici ammessi su ogni ettaro di superficie territoriale.

L’indice di utilizzazione territoriale può essere espresso in mq/mq, per definire la superficie lorda (SUL) ammessa sulla superficie territoriale, ovvero in ab/ha per definire la SUL corrispondente agli abitanti teorici ammessi su ogni ettaro di superficie territoriale.

L’indice di edificabilità fondiaria è espresso in mc/mq e prescrive il massimo volume ammissibile sulla superficie del lotto afferente.

L’indice di utilizzazione fondiaria è espresso in mq/mq e prescrive la massima superficie lorda (SUL) ammissibile sulla superficie del lotto afferente.

Il piano urbanistico generale definisce l’indice insediativo residenziale ossia il parametro convenzionale che fa corrispondere ad un abitante teorico la quantità di volume e di SUL.

Volume e SUL

Il carico urbanistico degli edifici può essere computato dai piani in base al volume o alla superficie lorda. Il primo misura più efficacemente la dimensione fisica degli insediamenti e pertanto si adatta meglio al controllo delle trasformazioni nella città esistente; la seconda misura più efficacemente la fruizione degli edifici e pertanto si adatta meglio al controllo del carico insediativo nelle nuove trasformazioni.

Entrambi i parametri sono utilizzati nel rispetto del D.I. 1444/68.

Il piano urbanistico comunale e i suoi piani attuativi stabiliscono, nelle diverse zone, il parametro da utilizzare per misurare gli edifici preesistenti e per regolare gli interventi edilizi di ristrutturazione e di nuova costruzione.

Il volume corrisponde alla superficie dell’edificio, misurata per ogni piano al lordo delle tamponature esterne, per l’altezza reale di ogni piano, misurata tra le quote di calpestio e – per l’ultimo piano abitabile – l’estradosso della copertura. Qualora il solaio di copertura risulti inclinato, ovvero sistemato a tetto, l’altezza dell’ultimo piano corrisponde alla media delle altezze delle coperture inclinate rispetto all’ultimo solaio orizzontale. Sono esclusi dal volume geometrico:

  1. il volume dei sottotetti non abitabili con altezza utile all’intersezione dell’intradosso delle falde del tetto non superiore a m.2,20, a condizione che il tetto abbia due o più falde e che queste ultime abbiano pendenza non superiore al 35% ed intersechino la facciata esterna dell’edifico a quota minore o uguale alla quota di calpestio del sottotetto;
  2. il volume fuori terra di eventuali piani seminterrati con destinazione accessoria (garage o cantine) che escano fuori terra non più di 70 cm., misurati rispetto alla quota delle sistemazioni esterne previste in progetto;
  3. i volumi tecnici;
  4. logge e balconi;
  5. le scale esterne all’involucro dell’edificio realizzate per motivi di sicurezza, qualora siano aggiuntive agli ordinari collegamenti verticali necessari al funzionamento dell’edificio;

Inoltre, se dimostrato nell’ambito della documentazione tecnica richiesta per il titolo abilitativo, e in conformità con quanto previsto dal Dlgs 192/05 sono esclusi dal volume geometrico:

  1. il maggior spessore delle murature esterne degli edifici, siano esse tamponature o muri portanti, per la parte eccedente 30 centimetri, fino ad un massimo di 25 centimetri;
  2. il maggior spessore dei solai intermedi e di copertura, per la parte eccedente 30 centimetri e, rispettivamente, fino ad un massimo di 15 e 25 centimetri;
  3. le serre solari con vincolo di destinazione e, comunque, di dimensioni non superiori al 15 % della superficie utile dell’unità abitativa realizzata;
  4. gli altri maggiori volumi o superfici finalizzati, attraverso l’isolamento termico ed acustico, la captazione diretta dell’energia solare e la ventilazione naturale, alla riduzione dei consumi energetici o del rumore proveniente dall’esterno.

Ogni altra forma di sottotetto diversa da quella descritta nel punto a) compresa la presenza di “abbaini” di ogni forma e dimensione comporta la totale inclusione del volume sottotetto nel calcolo della cubatura

La superficie lorda (SUL) di un edificio corrisponde alla superficie di solaio compresa nel perimetro esterno dell’involucro murario, misurata al lordo delle murature e delle tramezzature, di tutte le unità immobiliari comprese nell’edificio.

Sono esclusi dalla SUL:

  • il maggior spessore delle murature esterne degli edifici, siano esse tamponature o muri portanti, per la parte eccedente 30 centimetri, fino ad un massimo di 25 centimetri;
  • i volumi tecnici, comprese le serre solari fino ad un massimo del 15% della superficie utile dell’unità abitativa ad esse afferenti;
  • i vani accessori (cantine e garage) interrati o seminterrati con sporgenza fuori terra non superiore a cm. 70, e quelli inseriti nei sottotetti esclusi dal computo del volume;
  • i balconi e le logge.

Lotto minimo

Il lotto minimo costituisce la superficie fondiaria minima necessaria perché possa essere assentito un intervento di nuova edificazione.

Esso viene stabilito dal piano urbanistico per le zone per le quali è previsto l’intervento diretto.

Qualora l’attuazione urbanistica avvenga con piani attuativi dotati di planivolumetrico la norma del lotto minimo è sostituita dalla prescrizione dei lotti definiti dal planivolumetrico stesso.

 Sagoma degli edifici

La sagoma degli edifici [1] è misurata:

  • in planimetria dall’ingombro a terra, ossia dalla proiezione sul piano orizzontale del massimo sviluppo dell’edificio fuori terra, a qualsiasi piano esso sia raggiunto con le pareti perimetrali, al lordo delle sporgenze dei balconi e degli aggetti del tetto;
  • in alzato dal profilo dell’edificio, e dall’altezza massima raggiunta dall’edificio, ovvero dalle diverse altezze significative nel caso di edifici a gradoni.

Altezza degli edifici

L’altezza degli edifici è data dalla media delle altezze dei fronti degli edifici stessi; l’altezza di ciascun fronte del fabbricato è data dalla media delle altezze del fronte.

In ogni caso l’altezza di un fronte non può superare di più del 20% l’altezza massima consentita dallo strumento urbanistico per gli edifici.

Per il calcolo dell’altezza si assumono i seguenti riferimenti:

  • la linea di terra, data dalla quota media del marciapiede o, in sua assenza, del terreno circostante a sistemazione avvenuta;
  • la linea di copertura del fabbricato che, a) in caso di edifici coperti a terrazzo, corrisponde alla quota di calpestio del terrazzo, b) in caso di edifici coperti a tetto con pendenza inferiore al 35%, corrisponde alla linea di intersezione tra l’intradosso della falda del tetto e la facciata dell’edificio; c) in caso di edifici coperti a tetto con pendenza superiore al 35%, corrisponde alla quota ricavata a 2/3 della linea d’imposta del tetto.

Sono esclusi dal computo dell’altezza i soli volumi tecnici posti al di sopra della copertura, quali extracorsa degli ascensori, impianti tecnologici e canne fumarie.

Distacchi e distanze

La distanza minima delle costruzioni dai confini del lotto ed il distacco minimo tra gli edifici sono previste sia per ragioni di interesse pubblico (evitare intercapedini, evitare problemi di sicurezza e di igiene, ragioni estetiche e architettoniche) che per regolare i rapporti tra privati confinanti.

Tali distanze, se non sono prescritte in misura maggiore dal piano urbanistico o in misura minore dalle previsioni planivolumetriche di piani attuativi, sono quelle indicate – in rapporto alla zona omogenea – all’articolo 9 del D.I. 1444/68 e devono essere applicate nella misura tale da non ledere le possibilità di edificazione delle proprietà confinanti. [2]

La distanza delle costruzioni dalle strade dovranno rispettare sia la prescrizione del comma 3 dell’articolo 9 del D.I.1444/68 in caso di zone edificate o edificabili su entrambi i lati della strada, sia le prescrizioni degli articoli 16, 17, 18 e 19 del D.Lgs.285/1992 (nuovo codice della strada), sia degli articoli 26, 27 e 28 del D.P.R. 495/1992 (regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada).

Le distanze delle costruzioni dalle linee ferroviarie e dalle linee di trasporto urbano su ferro non devono essere inferiori a quelle indicate rispettivamente agli articoli 49 e 50 e all’articolo 51 del DPR 753/1980.

Le distanze delle costruzioni dagli elettrodotti non devono essere inferiori a quelle indicate dal Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare 29 maggio 2008 in relazione alla potenza ed alle caratteristiche geometriche della linea. Per costruire all’interno della distanza di prima approssimazione definita dal DM, i progetti di nuova edificazione ed ampliamento di edifici esistenti dovranno essere accompagnati dalla certificazione dell’ente gestore della linea elettrica relativa all’esternità alla fascia di rispetto.

Le zone di rispetto dal demanio marittimo e doganale sono previste dal codice della navigazione.

Le zone di rispetto dal demanio idrico sono previste dal r.d. 25 luglio 1904, n. 523.

Le zone di rispetto dagli aeroporti sono disciplinate dal codice della navigazione e s.m.i.

Le zone di rispetto dai cimiteri sono previste dall’art. 338 r.d. 27 luglio 1934, n. 1265 (TULS).

Altre norme speciali possono prevedere prescrizioni e limitazioni all’attività edilizia.

Permeabilità

La permeabilità del suolo costituisce il requisito delle aree non coperte da edifici né pavimentate, ovvero pavimentate con materiali drenanti, di consentire la percolazione delle acque meteoriche nel terreno, contribuendo all’alimentazione delle falde acquifere.

La permeabilità è regolata attraverso l’indice di permeabilità, espresso in percentuale, che definisce il rapporto tra la superficie di suolo permeabile e l’intera superficie fondiaria del lotto edificabile.

 Densità arborea

La presenza di alberature all’interno delle aree oggetto di trasformazione urbanistico-edilizia è regolata attraverso l’indice di densità arborea che esprime il numero di alberi d’alto fusto da piantare per ogni ettaro di superficie fondiaria.

Il piano urbanistico comunale ed eventualmente i piani attuativi definiscono in quali zone è prescritto l’indice di densità arborea e ne specifica la quantità. Le essenze arboree sono definite dal piano in coerenza con la pianificazione paesaggistica.

Dimensione minima degli alloggi

La dimensione minima assoluta degli alloggi [3] è fissata in 28 mq di superficie utile abitabile (Su), come definita dall’articolo 3 del D.M. (lavori pubblici) 10 maggio 1977, ed è riferita all’alloggio monostanza abitabile da una sola persona.

Le norme di piano, per le singole zone, possono fissare dimensioni minime maggiori.

Locali accessori e volumi tecnici

Sono considerati locali accessori quegli ambienti, aggiunti agli edifici per migliorarne l’utilizzazione, che non hanno le caratteristiche di agibilità, essendo destinati alla presenza solo saltuaria delle persone, e che costituiscono pertinenza del volume principale, da esso distinti ancorché collegati funzionalmente.

A titolo esemplificativo sono locali accessori

  • delle abitazioni: i garage, le cantine e le soffitte;
  • dei locali commerciali, terziari e produttivi: i garage, i depositi, i magazzini e gli archivi morti.

Gli accessori sono indiretti quando costituiscono un’autonoma unità immobiliare e, in tal caso, debbono comunque essere ubicati nella medesima area edificabile del volume principale di cui costituiscono pertinenza. Sono invecediretti quando sono direttamente collegati con gli ambienti agibili dell’edificio principale.

Sono considerati volumi tecnici [4] quei volumi che costituiscono o contengono gli impianti tecnici, ovvero strettamente connessi alla loro funzionalità, indispensabili per assicurare il comfort abitativo dell’edificio. I volumi tecnici, per essere considerati tali, sono determinati dall’impossibilità di poterne provvedere l’inglobamento entro il corpo della costruzione servita, per ragioni tecniche o di igiene e di sicurezza.

A titolo esemplificativo sono volumi tecnici: i locali destinati a contenere caldaie, climatizzatori, pompe di calore, inverter, pompe e serbatoi idrici, vasi di espansione e l’extracorsa degli ascensori, le canne fumarie, le serre solari, le scale di sicurezza ed il vano scala al di sopra della linea di gronda. Non costituiscono invece volumi tecnici: locali lavanderia, stenditoi, locali di sgombero.

 

Note

[1] La sagoma dell’edificio assume un valore regolamentare, oltre che nell’attuazione di interventi indiretti definiti con planivolumetrico, anche in relazione al disposto dell’art.3, comma 1, lettera d, del DPR 380/2001 per gli interventi di ristrutturazione edilizia consistenti “nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente” ed in relazione alle disposizioni dell’articolo 17, comma 1, lettere e ed f della L.R. 15/2008 che definiscono le “varianti essenziali” al permesso di costruire.
[2] Il rispetto del diritto di edificare della proprietà confinante è alla base della diffusa prescrizione relativa alla inclinata a 45° posta con il piede sul lotto confinante alla distanza legale – generalmente 5 metri – dal confine; tale prescrizione obbliga il costruendo edificio ad una distanza pari alla sua altezza.
[3] La norma fa qui riferimento al Decreto ministeriale Sanità 5 luglio 1975, che costituisce un minimo inderogabile di legge. Appare però possibile – ed utile in relazione alle attuali tendenze del mercato immobiliare – fissare dei parametri maggiori, come ad esempio 35 mq per gli alloggi monostanza per una sola persona o 45 mq per gli alloggi destinati alle coppie.
[4] Si fa qui riferimento alla definizione di volumi tecnici contenuta nella Circolare del Ministero dei Lavori Pubblici n.2474 del 31 gennaio 1973.
[5] Le strutture realizzate su suolo pubblico sono, invece, soggette ad autorizzazione convenzionata di solito a titolo oneroso, con i limiti di tempo stabiliti dal Comune ed eventuale versamento di cauzione a titolo cautelativo.

 

fonte: http://www.provincia.rm.it/regolamentoedilizio/regolamento/generale/parametri_urbanistici_nomenclatura.html

# 34 | Norme tecniche di igiene edilizia per gli ambienti di  lavoro |  #sicurezza #lavoro

# 34 | Norme tecniche di igiene edilizia per gli ambienti di lavoro | #sicurezza #lavoro

 Norme tecniche di igiene edilizia gli ambienti di lavoro

 

INDICE
1. CAMPO DI APPLICAZIONE

1.1. Definizioni
2. CLASSIFICAZIONE DEI LOCALI

2.1. Locali di categoria 1
2.2. Locali di categoria 2
2.3. Locali di categoria 3

3. CARATTERISTICHE STRUTTURALI DEI FABBRICATI E DEI LOCALI ADIBITI AD ATTIVITA` LAVORATIVE

3.1. Caratteristiche dei locali di categoria 1
3.1.1. Altezze
3.1.2. Superficie minima dei locali
3.1.3. Illuminazione naturale
3.1.4. Requisiti delle finestre
3.1.5. Illuminazione artificiale
3.1.6. Illuminazione notturna esterna
3.1.7. Areazione naturale
3.1.8. Areazione forzata
3.1.9. Illuminazione e areazione dei locali di esposizione e vendita aperti al pubblico
3.2. Caratteristiche dei locali di categoria 2 e 3
3.2.1.a. Altezze dei locali di categoria 2 3.2.1.b. Altezze dei locali di categoria 3 3.2.1.c. Comuni montani
3.2.2. Superficie dei locali
3.2.2.a. Superficie dei locali di categoria 2 3.2.2.b. Superficie dei locali di categoria 3
3.2.3. Illuminazione naturale
3.2.3.1. Illuminazione naturale dei locali di cat. 2
3.2.3.2. Illuminazione naturale dei locali di cat. 3
3.2.4. Requisiti delle finestre
3.2.5. Illuminazione artificiale
3.2.6. Illuminazione notturna esterna
3.2.7. Areazione dei locali di categoria 2 e 3

4. LOCALI CON CARATTERISTICHE PARTICOLARI

4.1. Cucine e mense con preparazione di cibi
4.2. Refettori aziendali
4.3. Ambulatori e sala di medicazione aziendale
4.4. Locali sotterranei, semisotterranei ed equiparabili fuori terra
4.4.1. Parametri igienico dimensionali dei locali
4.5. Soppalchi
4.6. Locali di ricovero
4.7. Requisiti di igiene edilizia per strutture sanitarie …

5. ALTRE CARATTERISTICHE DEI LOCALI DI LAVORO

5.1. Porte, vie e uscite di emergenza
5.2. Scale e parapetti
5.3. Dotazione di servizi igienico assistenziali

INDIRIZZI TECNICI DI IGIENE EDILIZIA PER I LOCALI E GLI AMBIENTI DI LAVORO

1. CAMPO DI APPLICAZIONE

Sono oggetto dei presenti indirizzi tecnici tutti gli edifici in cui e` previsto l`inserimento di attivita` comportanti la produzione o la trasformazione di beni, la fornitura di servizi, il deposito o la movimentazione di sostanze.
Per quanto non espressamente specificato, si rinvia alla normativa vigente riguardante l`igiene e la sicurezza del lavoro ed alle norme di buona tecnica.
E` fatto salvo quanto prescritto dalla normativa sul superamento delle barriere architettoniche (L. 13/89).
Per gli ambienti di lavoro destinati alla produzione e manipolazione di alimenti e bevande si richiamano, inoltre, le specifiche norme di igiene ed in particolare la deliberazione del C.R. n.273 del 28/6/1994 “Regolamento locale “tipo” di igiene in materia di alimenti e bevande, in attuazione dell`art.5 della L.R. 17 ottobre 1983, n.69 come modificata con L.R.14 aprile 1990, n.48″.
Gli indirizzi tecnici di cui al presente documento si applicano a tutte le nuove costruzioni, le ristrutturazioni, gli ampliamenti, le variazioni di destinazione d`uso e gli inizi di attivita`.
Ristrutturazioni, variazioni di destinazione d`uso, inizi di attività` in fabbricati esistenti o interventi nei centri storici
In difformità` ai presenti indirizzi, possono essere ammessi, su parere dell`Azienda USL competente per territorio, quando ne risulti un miglioramento delle condizioni igieniche e di sicurezza o comunque il rispetto della normativa vigente in materia.

1.1. Definizioni

Ai fini dell`applicazione dei presenti indirizzi tecnici si definisce:
Altezza media = altezza libera interna dei piani tra pavimento e soffitto; per i soffitti a volta essa e` determinata dalla media aritmetica tra l`altezza del piano di imposta e l`altezza massima all`intradosso della volta; per i soffitti a cassettoni o comunque che presentano sporgenze di travi, l`altezza e` determinata dalla media ponderale delle varie altezze riferite alle superfici in pianta.
Altezza minima = in riferimento ai locali con copertura inclinata o variabile, e` l`altezza libera interna tra pavimento e soffitto nel punto piu` basso di quest`ultimo.
Superficie utile = superficie del locale al netto delle murature.
Superficie illuminante = superficie trasparente totale delle aperture attestate su spazi esterni. Per il computo delle superfici trasparenti dei lucernai, sheed, lanterne e porte, devono essere rispettate le limitazioni dei parametri di riferimento riportati nel corso dei presenti indirizzi tecnici.
La superficie illuminante deve essere rapportata al coefficiente di trasmissione della luce del vetro trasparente incolore; con coefficienti più bassi occorre adeguare proporzionalmente la superficie illuminante.
Superficie apribile = superficie totale degli infissi apribili che danno adito a spazi esterni. Per il computo delle superfici delle porte e portoni devono essere rispettate le limitazioni dei parametri di riferimento riportati nei presenti indirizzi tecnici.

2. CLASSIFICAZIONE DEI LOCALI

Ai fini dell`applicazione dei presenti indirizzi tecnici, i locali degli edifici di cui sopra sono cosi` classificati:
2.1 Locali di categoria 1
– Laboratori e locali adibiti ad attivita` lavorativa (ambienti a destinazione d`uso industriale, artigianale, commerciale, produttivo o di servizio non ricompresi nei locali di cui alla categoria 2).
– Archivi e magazzini con permanenza di addetti (locali destinati a permanenza di merci e materiali vari, utilizzati nello svolgimento di servizi logistici, commerciali o altro, dove sia prevista la permanenza di addetti).

2.2 Locali di categoria 2
– Uffici di tipo amministrativo e direzionale
– Studi professionali
– Sale lettura, sale riunioni
– Ambulatorio aziendale/camera di medicazione.
– Refettorio
– Locali di riposo

2.3 Locali di categoria 3
– Spogliatoi
– Servizi igienici – WC
– Docce
– Disimpegni
– Archivi e magazzini senza permanenza di addetti, depositi (luoghi destinati a raccogliere e custodire oggetti o merci per convenienza mercantile)

3. CARATTERISTICHE STRUTTURALI DEI FABBRICATI E DEI LOCALI ADIBITI AD ATTIVITA` LAVORATIVE.

3.1 Caratteristiche dei locali di categoria 1.

3.1.1 Altezze
Per i locali di categoria 1 l`altezza media deve essere non inferiore a m .3 – fatto salvo quanto previsto da normative specifiche o regolamenti locali.
Per i locali con copertura inclinata o variabile, l`altezza minima deve essere almeno 2,20 m.

3.1.2 Superficie minima dei locali.
Fatte salve motivate esigenze e/o specifiche prescrizioni di enti competenti, la superficie utile minima dei locali di categoria 1 deve essere m2 9.

3.1.3 Illuminazione naturale.
I locali appartenenti alla categoria 1 devono essere illuminati con luce naturale proveniente da aperture attestate su spazi esterni.
La superficie illuminante deve corrispondere ad almeno:
* 1/8 della superficie utile del locale, se la superficie del locale e` inferiore a m2 100;
* 1/10 della superficie utile del locale, con un minimo di m2 12,5, se la superficie del locale e` compresa tra m2 100 e 1000;
* 1/12 della superficie utile del locale, con un minimo di m2 100, se la superficie del locale e` superiore a m2 1000.
Come parametro di riferimento si ritiene che:
* il 50%_della superficie illuminante sia collocata a parete, se la restante parte e` costituita da lucernai;
* il 25%_della superficie illuminante sia collocata a parete, se la restante parte e` costituita da aperture a sheed o a lanterna;
* Possono essere comprese nel computo della superficie illuminante le superfici trasparenti delle porte a partire da cm 80 dal pavimento.
Per i locali la cui profondita` superi di 2,5 volte l`altezza dell`architrave della finestra misurata dal pavimento, la superficie utile finestrata dovra` essere incrementata in misura proporzionale fino ad un massimo del 25%, per una profondita` massima di 3,5 volte l`altezza dell`architrave della finestra dal pavimento.
Nel caso di ambienti che per loro conformazione geometrica hanno porzioni di superficie non raggiunta da illuminazione naturale, tali porzioni devono essere individuate in planimetria ed adibite esclusivamente ad usi che non prevedono la permanenza di addetti (salvo la realizzazione di superfici illuminanti nella copertura).
Su parere dell`Azienda USL competente per territorio, possono essere ammessi parametri inferiori, rispetto ai valori sopra riportati, ove ricorrano particolari esigenze tecniche documentate3. In tali casi l`idoneita` del locale sara` limitata all`attivita` lavorativa dichiarata, fatto salvo quanto specificato al punto 3.1.9. “Illuminazione e areazione dei locali di esposizione e vendita aperti al pubblico”.

3.1.4. Requisiti delle finestre
Le superfici finestrate o comunque trasparenti, nei casi di irraggiamento diretto solare, devono essere dotate di dispositivi che consentono il loro oscuramento totale o parziale.
Tutte le superfici finestrate devono essere accessibili alle pulizie, anche nella parte esterna, nel rispetto dell`art. 33 del D.Lgs. 626/94.

3.1.5. Illuminazione artificiale.
L`intensita`, la qualita` e la distribuzione delle sorgenti di luce artificiale negli ambienti di lavoro devono essere idonee allo svolgimento dello specifico compito visivo.
La collocazione delle lampade deve essere tale da evitare abbagliamenti diretti e/o riflessi, nonche` la proiezione di ombre sulla postazione di lavoro, che ostacolino il compito visivo.
Negli stabilimenti e negli ambienti di lavoro in genere, devono esistere mezzi di illuminazione tali da intervenire in assenza di tensione di rete e distribuiti in modo da garantire un sicuro movimento e l`eventuale esodo dall`ambiente di lavoro.

3.1.6. Illuminazione notturna esterna.
Gli accessi, le rampe esterne e gli spazi comuni di circolazione interna devono essere serviti di adeguato impianto di illuminazione notturna anche temporizzato.

3.1.7. Areazione naturale.
Tutti i locali appartenenti alla categoria 1 devono essere dotati di superfici apribili attestate su spazi esterni e con comandi ad altezza d`uomo.
La superficie apribile deve corrispondere ad almeno:
* 1/8 della superficie utile del locale, se la superficie del locale e` inferiore a 100 m2;
* 1/16 della superficie utile del locale, con un minimo di 12,5 mq, se la superficie del locale e` compresa tra 100 e 1000 mq;
* 1/24 della superficie utile del locale, con un minimo di 62,5 mq, se la superficie del locale e` superiore a 1000 mq.
Di norma le superfici apribili devono essere uniformemente distribuite su tutte le superfici esterne evitando sacche di ristagno. Devono essere favoriti sia i moti convettivi naturali per la circolazione dell`aria interna, che i ricambi naturali mediante installazione di appositi dispositivi (quali ad esempio gli evacuatori statici4 e/o ventilatori).
Come parametro di riferimento le porte e i portoni, comunicanti direttamente con l`esterno, possono essere compresi nel computo delle superfici apribili fino a raggiungere un massimo del 50%_della superficie apribile minima necessaria.
Per i piccoli fondi commerciali sino a m2 100 di superficie utile le porte possono costituire il totale della superficie apribile.

3.1.8. Areazione forzata
L`impianto di areazione forzata non e` da intendersi sostitutivo dell`areazione naturale ( vedere nota 1).
Qualora il processo produttivo, per le proprie caratteristiche tecniche, debba necessariamente svolgersi in locali areati artificialmente, o in caso di ambienti facenti parte di strutture con particolari esigenze di sicurezza (es. istituti bancari), puo` essere fatto ricorso alla areazione forzata. I flussi di areazione devono essere distribuiti in modo da evitare sacche di ristagno.
Dove si preveda un sistema di ricambio d`aria forzato:
* l`aria di rinnovo deve essere prelevata secondo quanto previsto dalle norme UNI 10339
* devono essere predisposti adeguati sistemi di reimmissione dell`aria convenientemente riscaldata e umidificata.

3.1.9. Illuminazione e areazione dei locali di esposizione e vendita aperti al pubblico.
Nei locali aperti al pubblico e destinati ad esposizione e vendita, su parere dell`Azienda USL competente per territorio, possono essere autorizzate aree sprovviste di illuminazione e areazione naturali, purche` vengano installati idonei sistemi di areazione e illuminazione artificiali.

3.2 Caratteristiche dei locali categoria 2 e 3

3.2.1.a Altezze locali categoria.2
Per i locali di categoria 2 l`altezza media deve essere non inferiore a m 2,70 – fatto salvo quanto previsto da normative specifiche o regolamenti locali.
Per i locali a copertura inclinata o variabile l`altezza minima deve essere almeno 2,20 m.
Gli eventuali spazi di altezza inferiore ai minimi devono essere esclusivamente utilizzati ad aree ripostiglio o di servizio, con chiusura realizzata mediante opere murarie o arredi fissi.

3.2.1.b Altezze locali categoria 3
Per i locali di categoria 3 l`altezza media deve essere non inferiore a m 2,40 – fatto salvo quanto previsto da normative specifiche o regolamenti locali.
Per i locali a copertura inclinata o variabile l`altezza minima deve essere almeno 2,00 m.
Gli eventuali spazi di altezza inferiore ai minimi devono essere esclusivamente utilizzati ad aree ripostiglio o di servizio, con chiusura mediante opere murarie o arredi fissi.

3.2.1.c Comuni Montani
Nei comuni montani e nelle zone al di sopra dei 1000 m (mille metri) s.l.m., tenuto conto delle condizioni climatiche locali e della locale tipologia edilizia, puo` essere ammessa una riduzione dell`altezza netta dei locali di categoria 2 e 3, nel rispetto della normativa specifica di riferimento.

3.2.2. Superficie dei locali
3.2.2 a Superficie dei locali di categoria 2

Fatte salve motivate esigenze e/o specifiche prescrizioni di enti competenti e fatto salvo quanto previsto dalla normativa vigente in materia di abbattimento delle barriere architettoniche, per i seguenti locali di categoria 2 la superficie utile minima deve essere:
* uffici, studi professionali 5 m2 per addetto, con una s.u. minima di mq 9;
* ambulatorio aziendale, camera di medicazione (quando previsti) s.u. minima mq 9;
* sale mensa, refettori, locali di riposo (quando previsti) mq 1,5 per utilizzatore per turno, con s.u. minima di m2 9.

3.2.2.b Superficie dei locali di categoria 3

Per i seguenti locali di categoria 3 devono essere rispettate le seguenti s.u. minime:
* spogliatoi (quando previsti): mq 1,2 per addetto per turno, con lato minimo di m 1,2 e s.u. minima di mq 4;
* servizio igienico: la superficie in pianta del locale W.C. con lavabo deve essere almeno m2 2; nel caso che il lavabo sia posto nell`antibagno, la superficie del locale W.C. puo` essere ridotta fino a 1 m2 con lato minimo comunque non inferiore a m 0,9.
Il disimpegno con lavabo (antibagno) deve avere superficie minima di mq 1,5.
Per i locali di categoria 3, accessori ad ambienti la cui destinazione d`uso prevede la produzione e manipolazione di alimenti e bevande, e` fatto salvo quanto previsto dalla deliberazione del C.R. n.273 del 28/6/1994 “Regolamento locale “tipo” di igiene in materia di alimenti e bevande, in attuazione dell`art.5 della L.R. 17 ottobre 1983, n.69 come modificata con L.R.14 aprile 1990, n.48″.
I servizi igienici e/o docce non devono avere accesso dai locali di categoria 1 e 2, se non attraverso disimpegno, corridoio o antibagno.

3.2.3 Illuminazione naturale

3.2.3.1 Illuminazione naturale dei locali di categoria 2
I locali di categoria 2 devono essere illuminati con luce naturale proveniente da aperture attestate su spazi esterni. La superficie illuminante deve corrispondere ad almeno:
* 1/8 della superficie utile del locale, se la superficie del locale e` inferiore a m2 100;
* 1/10 della superficie utile del locale, con un minimo di m2 12,5, se la superficie del locale e` maggiore di m2 100.
Come parametro di riferimento si ritiene che:
* il 50%_della superficie illuminante sia collocata a parete, se la restante parte e` costituita da lucernai;
* il 25%_della superficie illuminante sia collocata a parete, se la restante parte e` costituita da aperture a sheed o a lanterna.

3.2.3.2 Illuminazione naturale dei locali di categoria 3 .
I locali di categoria 3 possono essere privi di illuminazione naturale

3.2.4 Requisiti delle finestre

Le superfici finestrate o comunque trasparenti, nei casi di irraggiamento diretto solare, devono essere dotate di dispositivi che consentono il loro oscuramento totale o parziale.
Tutte le superfici finestrate devono essere accessibili alle pulizie, anche per la parte esterna, nel rispetto dell`art. 33 del D.Lgs. 626/94.

3.2.5 Illuminazione artificiale.
Ogni spazio agibile, di servizio o accessorio, deve essere munito di impianto di illuminazione artificiale tale da garantire un normale comfort visivo per le operazioni che vi si svolgono. Devono pertanto essere assicurati idonei valori di illuminamento cosi` come definiti dalle norme di illuminotecnica (UNI 10380).
Negli uffici deve essere assicurato idoneo valore di illuminamento sul posto di lavoro.
La collocazione delle lampade deve essere tale da evitare abbagliamenti diretti e/o riflessi, nonche` la proiezione di ombre sulla postazione di lavoro, che ostacolino il compito visivo.
Qualora esigenze tecniche richiedano condizioni di illuminamento particolari, sia generale che localizzato (es. videoterminali), queste devono risultare confortevoli per gli addetti (D.Lgs. 626/94).
Per i locali di categoria 2 e 3, analogamente ai locali di categoria 1, e` opportuno che siano predisposti mezzi di illuminazione tali da intervenire in assenza di tensione di rete e distribuiti in modo da garantire un sicuro movimento e l`eventuale esodo dall`ambiente di lavoro.

3.2.6. Illuminazione notturna esterna

Gli accessi, le rampe esterne, gli spazi comuni di circolazione interna devono essere serviti di adeguato impianto di illuminazione notturna anche temporizzato.

3.2.7 Aerazione dei locali di categoria 2 e 3

a) Per i locali di categoria 2, le esigenze di ventilazione naturale comportano una superficie apribile attestata su spazi esterni pari a:
* 1/8 della superficie utile del locale, se la superficie del locale e` inferiore a mq 100;
* 1/16 della superficie utile del locale, con un minimo di mq 12,5, se la superficie del locale e` maggiore di mq 100.
Come parametro di riferimento le porte comunicanti direttamente con l`esterno possono essere comprese nel computo della superficie apribile.
L`impianto di areazione forzata non e` da intendersi sostitutivo dell`areazione naturale (vedi nota 1).
In caso di ambienti facenti parte di strutture con particolari esigenze di sicurezza (es. istituti bancari), potra` essere fatto ricorso alla areazione forzata.
I flussi di areazione devono essere distribuiti in modo da evitare sacche di ristagno.
L`aria di rinnovo deve essere prelevata secondo quanto previsto dalle norme UNI 10339.
Devono essere predisposti adeguati sistemi di reimmissione dell`aria e questa deve essere convenientemente riscaldata e umidificata.

b) Fatte salve eventuali norme specifiche, i locali di categoria 3, possono essere privi di areazione naturale ad esclusione di servizi igienici – wc e spogliatoi per i quali, in caso di superficie apribile, attestata su spazi esterni, assente o inferiore ad 1/8 della superficie utile del locale, deve essere fatto ricorso all`areazione forzata.
I flussi di areazione devono essere distribuiti in modo da evitare sacche di ristagno.
In caso di servizi igienici privi di areazione naturale, l`aspirazione forzata deve assicurare un coefficiente di ricambio minimo di 6 volumi ora se in espulsione continua, ovvero assicurare almeno 3 ricambi in un tempo massimo di 5 minuti per ogni utilizzazione dell`ambiente, se in aspirazione forzata intermittente a comando automatico temporizzato.

4. LOCALI CON CARATTERISTICHE PARTICOLARI

4.1. Cucine e Mense con preparazione cibi
Qualsiasi luogo di preparazione e/o manipolazione di sostanze alimentari e` soggetto ad autorizzazione sanitaria di cui all`art.. 2 della Legge 283/62 e seguenti.
Tali locali pertanto devono rispondere ai requisiti previsti dalla normativa specifica e dalla deliberazione del C.R. n. 273 del 28/06/1994 “Regolamento locale tipo di igiene in materia di alimenti e bevande, in attuazione dell`art.5 della L.R. 17 ottobre 1983, n.69 come modificata con L.R. 14 aprile 1990, n.48”.

4.2. Refettori aziendali .
Fatto salvo quanto previsto da normative specifiche, nei locali adibiti a refettorio deve essere disponibile acqua corrente potabile proveniente da acquedotto pubblico. Qualora siano adottati sistemi di approvvigionamento autonomo, si fa riferimento alla specifica normativa secondo gli indirizzi della citata deliberazione C.R. n.273 del 28/06/1994.
I pavimenti e le superfici delle pareti devono essere realizzati in materiale lavabile, impermeabile e disinfettabile fino ad un`altezza di almeno m .2.
Nel caso sia previsto nel refettorio un punto per il riscaldamento delle vivande, questo deve esser dotato di una canna fumaria e rispettare le norme vigenti in materia.
Il refettorio deve essere ubicato in modo da evitare contaminazioni con gli inquinanti eventualmente presenti nel locale di lavoro.

4.3. Ambulatori e sala medicazione aziendale
Fatto salvo quanto previsto da normative specifiche, nei locali adibiti ad ambulatorio o sala medicazione deve essere disponibile acqua corrente potabile; i pavimenti e le superfici delle pareti ed devono essere impermeabili e facilmente lavabili fino ad un`altezza di almeno m .2.
L`ambulatorio o sala medicazione deve essere ubicato in modo da evitare contaminazioni con gli inquinanti eventualmente presenti nel locale di lavoro.

4.4. Locali sotterranei, semisotterranei ed equiparabili fuori terra

Ai fini dell`applicazione dell`art. 8 del D.P.R. 303/56 detti locali vengono cosi` classificati:
* sotterraneo – quando il piano orizzontale contenente l`intradosso del solaio di copertura del locale risulta sotto o al pari del piano di campagna;
* semisotterraneo – quando la quota (Q) tra il piano di calpestio del locale ed il piano di campagna e` compresa tra m 1,20 e l`altezza del locale;
* equiparabile a locale fuori terra – quando la quota (Q) tra il piano di calpestio del locale ed il piano di campagna e` inferiore a m 1,2 oppure quando il piano di calpestio e` allo stesso livello del piano di campagna per almeno cinque metri misurati perpendicolarmente alla parete stessa.
Si definisce piano di campagna la superficie riconducibile o associata all`orizzontale che rappresenta il terreno ad una quota determinata.
In caso di terreni in pendenza, il piano di campagna viene riferito alla superficie corrispondente alla quota media aritmetica degli interramenti su ogni parte del locale.
E` vietato adibire al lavoro locali chiusi sotterranei o semisotterranei.
Quando ricorrono particolari esigenze tecniche, o per attivita` che non danno luogo ad emanazioni nocive o che non espongono i lavoratori a temperature eccessive, puo` essere richiesta deroga per l`utilizzo, all`Azienda USL competente per territorio.

4.4.1. Parametri igienico dimensionali dei locali

a) Per i locali sotterranei o semisotterranei puo` essere concessa deroga al divieto di utilizzo per lo svolgimento di attivita` lavorativa, se sussistono le seguenti condizioni, ciascuna di per se` vincolante:
a.1) altezza interna utile, illuminazione ed areazione naturali secondo i parametri dei locali fuori terra di pari categoria;
a.2) attivita` lavorativa non ricompresa tra quelle di cui all`art. 33 del D.P.R. 303/56 e/o comunque comportante l`utilizzo di sostanze nocive;
a.3) pavimento separato dal suolo mediante una delle seguenti soluzioni:
a.3).1. un piano sottostante cantinato;
a.3).2. un vespaio ventilato di altezza non inferiore a cm 50; a.3).3. impiego di idonei materiali che garantiscano adeguata protezione contro l`umidita` del suolo;
a.4) pareti contro terra rese libere dal terreno circostante tramite una delle seguenti soluzioni:
a.4).1. realizzazione di intercapedine ventilata ispezionabile, la cui larghezza sia maggiore di cm 60 e la cui profondita` sia di almeno cm 15 al di sotto dell`interrato stesso, ove possano sfociare le eventuali aperture areanti del vespaio;
a.4).2. impiego di idonei materiali che garantiscano adeguata protezione contro l`umidita` del suolo;
a.5) protezione dall`umidita` e da eventuali perdite della fognatura, risultante da una dettagliata relazione tecnica e dagli elaborati grafici;
a.6) realizzazione di almeno una uscita con rampa di esodo nel piano di campagna.
c) Nei locali equiparabili a quelli fuori terra puoi essere svolta qualunque attivita` lavorativa se sussistono le seguenti condizioni, ciascuna di per se` vincolante:
b.1) altezza, illuminazione ed areazione naturali con le stesse caratteristiche e parametri previsti per i locali di lavoro fuori terra di pari categoria;
b.2) pavimento separato dal suolo mediante una delle seguenti soluzioni:
b.2).1 piano sottostante cantinato;
b.2).2. vespaio ventilato di altezza inferiore a 50 cm., o mediante idonei materiali che garantiscano adeguata protezione contro l`umidita` del suolo;
b.3) porzione dei muri perimetrali contro terra resa libera dal terreno circostante tramite una delle seguenti soluzioni: b.3).1. realizzazione di intercapedine ventilata ispezionabile, la cui larghezza sia maggiore di cm 60 e la cui profondita` sia di almeno cm 15 al di sotto dell`interrato stesso, ove possano sfociare le eventuali aperture aereanti del vespaio;
b.3).2. impiego di idonei materiali che garantiscano adeguata protezione contro l`umidita` del suolo;
b.4) protezione dall`umidita` e da eventuali perdite della fognatura, risultante da una dettagliata relazione tecnica e dagli elaborati grafici;
b.5) realizzazione di almeno una uscita con rampa di esodo nel piano di campagna.

4.4 Soppalchi

I soppalchi, cioe` i piani di calpestio a quota intermedia in un locale avente le caratteristiche previste (illuminazione, areazione ecc.), sono ammessi se realizzati secondo i seguenti requisiti:
a) costruiti con strutture resistenti ai carichi che devono sostenere (costruzioni in acciaio, muratura, legno ecc. debitamente progettati);
b) superficie utile del soppalco minore o uguale al 40%_della superficie utile di tutto il locale;
c) profondita` del piano di calpestio inferiore a 2,5 volte la minore delle due altezze risultanti dalla suddivisione con soppalco;
d) per lo svolgimento di attivita` lavorativa nella zona soppalco occorre che l`altezza media tra il piano di calpestio e il relativo soffitto sia almeno m 2,7;
e) altezza minima pari ad almeno m 2,20, per uso deposito senza presenza di lavoratori;.
f) assenza di delimitazioni verticali, anche trasparenti, dei volumi che vengono a crearsi con la realizzazione del soppalco, ovvero il mantenimento della continuita` dell`ambiente unico.
Non e` comunque ammessa la presenza contemporanea di lavorazioni nocive, pericolose o insalubri con altre attività o lavorazioni.
I soppalchi dovranno inoltre essere conformi a quanto previsto dalla normativa vigente per parapetti e protezioni verso il vuoto, scale, accessi e uscite (artt. 13, 14, 16, 17, 26, 27 D.P.R. 547/55 e successive modifiche apportate dal D.Lgs. 626/94).

4.5 Locali di ricovero
Nel caso di attivita` lavorative comportanti rischio di esposizione al piombo o all`amianto, devono essere predisposte aree speciali che consentano di sostarvi senza il rischio di contaminazione ( D.Lgs. 277/91)
Analoghi locali di ricovero e` opportuno che vengano previsti negli ambienti di lavoro ove sono manipolati altri prodotti nocivi, tossici, cancerogeni o mutageni (D.Lgs 626/94).

4.6 Requisiti di igiene edilizia per strutture sanitarie (studi medici ecc. ) non soggetti ad autorizzazione ai sensi degli artt. 193 e 194 del T.U.LL.SS ne` alla L.R. 23 febbraio 1999 n.8 “Norme in materia di requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi delle strutture sanitarie: autorizzazione e procedura di accreditamento”.
La strutture sanitarie devono essere dotate dei seguenti locali:
1) sala d`attesa – superficie minima m2 9 e tutti i requisiti previsti per i locali di categoria 2.
2) sala visite – superficie minima m2 9 e tutti i requisiti previsti per i locali di categoria 2; pareti lavabili e disinfettabili per un`altezza di almeno 2 metri e tinteggiate con colori chiari; dotata di lavabo a comando non manuale, eccetto il caso in cui comunichi direttamente con il servizio igienico ad uso esclusivo del personale sanitario.
3) servizio igienico per il pubblico – nel caso la sala visite sia dotata di servizio ad uso esclusivo del personale sanitario, deve essere obbligatoriamente previsto il servizio igienico per il pubblico.
I pavimenti di detti ambienti dovranno essere realizzati con materiale facilmente lavabile e disinfettabile.

5 ALTRE CARATTERISTICHE DEI LOCALI DI LAVORO

5.1. Porte, vie e uscite di emergenza.
Le porte dei locali di lavoro, le vie e le uscite di emergenza devono essere realizzate in conformita` alle misure di sicurezza previste dalla normativa vigente in materia di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro.

5.2 Scale e parapetti.
I parapetti e le scale fisse a gradini, destinate al normale transito negli ambienti di lavoro, devono essere realizzati in conformita` alle norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro. La pavimentazione delle scale deve essere antiscivolo.
Fermo restando quanto sopra, sono ammesse le scale a chiocciola esclusivamente per accedere a locali accessori, non utilizzati come depositi funzionali all`attivita` e che non comportano presenza di personale.
Le scale a chiocciola devono inoltre garantire una pedata superiore a cm 30 nella linea di passo.

5.3 Dotazione dei servizi igienico assistenziali.

Tutti i luoghi di lavoro devono essere dotati dei seguenti servizi:
* wc, preferibilmente distinti per sesso;
* lavandini

Nei casi in cui risultano necessari, sulla base della normativa vigente, devono essere presenti:
* docce, distinte per sesso;
* spogliatoi, distinti per sesso;
* ambulatorio / camera di medicazione;
* refettorio;
* locale di riposo.

E` opportuno che il numero dei servizi igienico assistenziali rispetti le seguenti indicazioni:
* wc: almeno uno ogni 10 lavoratori (o frazione di 10) contemporaneamente presenti;
* lavandini: almeno uno ogni 5 lavoratori (o frazione di 5) contemporaneamente presenti;
* docce: almeno una ogni 10 lavoratori (o frazione di 10) contemporaneamente presenti. Il numero di docce dovra` essere aumentato qualora effettive esigenze, dovute alle lavorazioni svolte, lo richiedano.

 

 

Fonte:
Dirigenza – Decreti n 007225 del 18/12/2002 (Boll. n 5 del 29/01/2003, parte Seconda , SEZIONE I )
REGIONE TOSCANA – Dipartimento Diritto alla Salute e delle Politiche di Solidarieta` – Area Sistema Regionale di Prevenzione Collettiva
REGIONE TOSCANA Giunta Regionale
AZIENDE USL Dipartimenti di Prevenzione

#33_Cosa significa #REI

#33_Cosa significa #REI

E’ un acronimo che serve ad indicare la resistenza al fuoco di un elemento costruttivo (componente o strutturale) e compare nell’Allegato A del D.M. del 30 Novembre 1983.

R, indica la stabilità intesa come attitudine a conservare la resistenza meccanica sotto l’azione del fuoco;

E, indica la tenuta ai fumi intesa come attitudine a non lasciare passare né produrre (se sottoposto da un lato all’azione del fuoco) vapori o gas caldi sul lato non esposto.

I, indica l’isolamento termico inteso come attitudine a ridurre entro un certo limite di tempo la trasmissione di calore.

I numeri che seguono la sigla stanno ad indicare i minuti di stabilità, tenuta ed isolamento termico in caso di incendio. Ad esempio REI 120 indica che i tre criteri sopra citati saranno rispettati per 120 minuti, ossia 2 ore dallo scoppio dell’incendio.

#32_Dove va messa la #barriera al #vapore

#32_Dove va messa la #barriera al #vapore

La barriera al vapore si trova all’interno degli elementi costruttivi perimetrali (tamponature e solai) e serve a proteggere l’isolante dalle infiltrazioni di acqua dovute all’eventuale formazione di condensa negli strati interni. Infatti i materiali isolanti perdono quasi totalmente la loro capacità termo-isolante quando vengono a contatto con l’acqua.

La posizione della barriera al vapore dipende sempre dal flusso del calore e deve esser messa a ridosso dell’isolante dalla parte da cui arriva l’aria calda dell’ambiente interno riscaldato.

La condensa si forma per effetto della presenza del vapore acqueo all’interno degli elementi costruttivi, in quanto tutti i materiali, compresi gli isolanti sono permeabili al flusso di vapore che si crea quando si hanno delle condizioni climatiche tali da avere all’interno una temperatura più alta che all’esterno. La pressione di saturazione del vapore (corrispondente alla massima quantità di vapore che l’aria può contenere ad una certa temperatura – Ps) diminuisce al diminuire della temperatura quando, ad esempio, l’aria passa attraverso i diversi strati di cui è costituita una parete, aventi tutti temperature progressivamente decrescenti verso l’esterno.

Si ha la formazione della condensa nelle zone in cui la Pressione effettiva del vapore (corrispondente alla quantità di vapore contenuta nell’aria ad una temperatura-Pd) raggiunge o supera il valore della Ps.

La funzione della barriera al vapore è quella di ridurre drasticamente la traspirabilità del materiale isolante per abbattere il valore della Pd del vapore in modo tale che il valore di quest’ultima si mantenga sempre al di sotto di quello della Ps per tutto lo spessore dell’elemento costruttivo interessato.

#31_Come si montano e di che #materiale possono essere i #controsoffitti

#31_Come si montano e di che #materiale possono essere i #controsoffitti

Si definisce controsoffitto una struttura di tipo leggero, collegata all’intradosso del solaio con funzione di isolamento termo-acustico e/o di mascheramento di impianti e travature in genere.

I controsoffitti sono costituiti da: una struttura di sostegno realizzata con intelaiature (legno, metallo) fissate al soffitto o lungo le pareti perimetrali, oppure appese con sospensioni (pendini) all’intradosso del solaio; una chiusura o schermatura, a seconda che sia una controsoffittatura piena o grigliata.

La chiusura è di tipo continuo e si realizza fissando alla struttura di sostegno una rete metallica a piccole maglie (graticcio) o un lamierino sui quali viene applicato, dal basso, l’intonaco realizzato con malta di calce o cemento. Questa soluzione, per le caratteristiche di inamovibilità, viene utilizzata quando ad un controsoffitto non sono richiesti requisiti di ispezionabilità e/o di flessibilità.

La chiusura realizzata con elementi modulari è invece di tipo discontinuo per la presenza dei giunti di connessione fra i diversi elementi che sono facilmente smontabili, risultando particolarmente adatti al passaggio degli impianti.

La schermatura si realizza con elementi modulari aperti, costituiti da griglie organizzate in vere e proprie maglie, queste ultime sono studiate per conferire alla controsoffittatura proprietà fonoassorbenti.

Le caratteristiche fondamentali per un controsoffitto sono la resistenza meccanica, un elevato potere termocoibente, un elevato potere fonoassorbente, caratteristiche di imputrescibilità e durata.

I materiali più comuni per la loro realizzazione sono il legno, il gesso o cartongesso, le fibre minerali, i materiali isolanti in genere, i materiali plastici, i materiali metallici, i laminati.

In generale i controsoffitti in materiali isolanti o fibre minerali offrono una resistenza meccanica inferiore a quelli realizzati in legno o in metallo, ma presentano al contempo un maggiore potere isolante.

#30_Cosa sono gli #EntiLocali

#30_Cosa sono gli #EntiLocali

Un ente locale è un ente pubblico la competenza dei cui organi è limitata entro una determinata circoscrizione territoriale e che persegue interessi pubblici propri di tale circoscrizione. Agli enti locali si contrappongono gli enti nazionali che hanno organi la cui competenza si estende su tutto il territorio nazionale o che, pur essendo destinati ad operare in un ambito territoriale limitato, perseguono nondimeno interessi pubblici di portata nazionale.

In quanto enti pubblici, gli enti locali possono essere dotati di potestà amministrative (autarchia) e normative (autonomia). L’attribuzione di funzioni agli enti locali realizza il cosiddetto decentramento autarchico, che si contrappone al decentramento burocratico nel quale, invece, le funzioni sono attribuite ad organi periferici di dicasteri statali (o di un ente locale più ampio).

Nell’ambito degli enti locali si distinguono gli enti locali territoriali, per i quali il territorio della circoscrizione non è solo limite della competenza degli organi ma anche un elemento costitutivo dell’ente stesso, i cui organi di governo sono rappresentativi della popolazione residente. Attraverso questi enti si realizza l’autogoverno della comunità residente nella circoscrizione, secondo vari gradi di autonomia che raggiunge il massimo nei sistemi federali. Ne segue che il concetto di ente locale è più ampio di quello di ente territoriale locale, sebbene nel linguaggio corrente si tenda ad usare il primo termine come sinonimo del secondo. Del resto, lo stesso stato può essere considerato un ente territoriale, seppur non locale, e, precisamente, l’ente territoriale più ampio, annoverando tra i suoi elementi costitutivi il territorio.

#29_Cos’è la #VIA

#29_Cos’è la #VIA

La V.I.A. (Valutazione dell’Impatto Ambientale) è un procedimento  di verifica della compatibilità ambientale dei più significativi interventi e realizzazioni di opere, in applicazione del principio fondamentale di limitare e controllare preventivamente i possibili impatti ambientali, anziché intervenire sui successivi effetti.

Una VIA in quanto processo di decisione, cioè di scelta, esplica le sue maggiori potenzialità in presenza di una pluralità di alternative, fra le quali scegliere; ciò pone il problema di definire le alternative di progetto, ivi compresa ovviamente l’alternativa zero (l’alternativa di non far nulla), di comparare le alternative entro un dato sistema di obiettivi e/o vincoli.

La VIA va infine intesa come processo di partecipazione dei cittadini, è infatti questa una delle principali funzioni della VIA; l’informazione e la partecipazione sono momenti di conoscenza della complessità ambientale e sociale, che consente ai soggetti sociali di controllare la coerenza e l’efficacia dell’operato delle autorità competenti nonché di arricchire lo stesso processo decisionale con le proprie osservazioni.

Lo svolgimento di una VIA deve, pertanto, sempre risultare un processo ripercorribile e dunque quanto più possibile trasparente; questa esigenza rimanda alla chiarezza dei dati e dei metodi ed alla necessità di disporre di fonti informative e di sistemi di gestione affidabili, il tutto inserito in uno schema metodologico riconoscibile e accettato.

La struttura della VIA prevista dalla Direttiva Europea si basa sulle seguenti fasi:

-Screening, verifica del fatto che un progetto ricada nell’ambito giuridico per il quale è prevista la VIA

-Scoping, (fase di consultazione) Delimitazione del campo d’indagine

– Valutazione dello studio ambientale e degli esiti delle consultazioni

– Decisione e informazione sulla decisione

– Monitoraggio ambientale dopo l’adozione.

#19_Come si realizza un elemento strutturale in calcestruzzo armato

#19_Come si realizza un elemento strutturale in calcestruzzo armato

La tecnologia del calcestruzzo armato (c.a.) prevede innanzitutto la realizzazione delle casseforme per contenere il getto di calcestruzzo (cls).

Nei sistemi tradizionali si usano casseforme in legno o in metallo riutilizzabili, costituite da elementi bidimensionali di varie dimensioni che vengono montati in opera a seconda della forma e delle dimensioni delle strutture che si devono realizzare e che vengono poi tolte una volta che il calcestruzzo sia sufficientemente stagionato.

Nei sistemi industrializzati si usano invece dei tipi di casseforme “a perdere”, cioè dei pannelli in fibra di legno o schiume dure additivate che formano l’involucro entro cui viene realizzato il getto in cls., con il quale vengono a formare un insieme solidale che costituisce la struttura.

Tornando al sistema tradizionale, una volta montate le casseforme si è pronti per l’esecuzione del getto, la buona riuscita di questa operazione dipende soprattutto dalla lavorabilità del cls che deve essere facilmente manipolato e sistemato nei casseri in modo che non si formino dei vuoti che possono indebolire la struttura finita.

A tal fine durante il getto si usa vibrare e compattare il cls con apposite apparecchiature per garantire che si distribuisca il più uniformemente possibile.

Molto influenti sono gli effetti dell’ambiente sul cls fresco, in modo particolare l’umidità, la temperatura ed il vento. Quando ad esempio la temperatura si trova tra gli 0° ed i 10° C si può registrare un rallentamento delle fasi di presa e di indurimento, di cui tenere conto per non incorrere in problemi di disarmo troppo affrettato, cioè prima che il cls abbia raggiunto un sufficiente grado di indurimento.

Per temperature inferiori agli 0° C si possono avere gravi per il cls fresco e devono pertanto adottarsi particolari misure protettive o aggiungendo additivi antigelo o ritardanti.

Le alte temperature esterne non sono invece così dannose per la presa e l’indurimento, soprattutto se si controlla l’evaporazione dell’acqua. Questa diventa pericolosa quando si supera 1 litro / mq h, perché in tal caso il ritiro è molto forte.

Quando ad esempio la temperatura esterna è 30° C il tempo entro cui il cls può essere lavorato è inferiore alle tre ore (momento in cui inizia la presa) e appena rifinito superficialmente deve essere protetto dalla rapida evaporazione dell’acqua con teli impermeabili per almeno sette giorni. in condizioni normali il getto può essere disarmato dopo 28 giorni quando cioé il cls ha raggiunto i valori finali delle resistenze meccaniche e si può iniziare la successiva fase di lavorazione.

Le barre di acciaio (tondini) devono essere preferibilmente ad aderenza migliorata e opportunamente controllate per verificare che siano prive di ruggine.

Le staffe devono essere tutte legate in modo che il telaio risulti perfettamente squadrato.

Particolare attenzione va posta nel posizionamento dei tondini in modo che non affiori o, al contrario, sia troppo interno al manufatto.

#28_Quali e quanti sono i livelli di #pianificazione

#28_Quali e quanti sono i livelli di #pianificazione

I livelli di pianificazione sono tre:

1-Piani quadro distinti a loro volta in piani base e piani di settore che a loro volta possono essere obbligatori o facoltativi. Il piano di settore si occupa di un certo tematismo, non da infatti una visione complessiva, ma analizza e approfondisce un certo aspetto o settore, anche assumendo spesso una terminologia e convenzioni grafiche tipiche di determinati contesti specifici. Il piano base è invece un piano che deve contenere tematiche complessive. I piani di base di riferimento sono il PTR (a livello regionale) e PTC (a livello provinciale), entrambi obbligatori. I piani di base sono sovraordinati a quelli di settore in quanto coordinano e mediano tra i diversi piani di settore, che appunto devono essere redatti seguendo le indicazioni del piano di base. In quest’ambito vi sono però alcune eccezzioni, infatti per motivi diversi due piani di settore, tra quelli obbligatori, sono sovraordinati a quelli di base, e sono il piano di parco (che tutela gli ambienti naturalistici, che essendo unici se non fossero tutelati rischierebbero di scomparire, senza poter essere riprodotti) e il piano di bacino (il cui rispetto è indispensabile per evitare catastrofi naturali assia pericolose).

2-Piani generali

interessano l’ambito comunale (PRG). Tali piani prendono la denominazione “generale” perche per legge questi strumenti devono considerare la pluralità di tutto il territorio nella sua eterogeneità (non considerano infatti solo il territorio urbanizzato) prevedendone le destinazioni d’uso delle diverse zone. (è un aspetto tipicamente italiano, infatti in Francia il piano si occupa solo della parte urbanizzata).

Il PRG basa tutta la sua concezione nella suddivisione del territorio in zone omogenee (DM 1444, 2 Aprile 1968). il PRG oltre a dare indicazione sulla destinazione d’uso fornisce anche informazioni circa gli indici di edificabilità (sono indici territoriali e non fondiari), delle diverse zone. Il PRG non fornisce però altre informazioni, per questo motivo tale piano è affiancato e completato da strumenti di pianificazione che permettano di capire ciò che in concreto dovrà essere fatto per la realizzazione a livello locale dello stesso PRG.

3-Piani attuativi

strumenti più dettagliati per definire i nuovi interventi previsti. I piani attuativi possono essere di vario tipo:

-Piano particolareggiato (P.P.)

-Piano per l’edilizia economica popolare (P.E.E.P.)

-Piano esecutivo convenzionate (P.E.C.) o piano di lottizzazione convenzionata (P.L.C.)

-Piano per insediamenti produttivi (P.I.P.)

-Piano di recupero (P.d.R.)

I piani attuativi quali P.L.C. e P.d.R. possono essere di iniziativa sia pubblica che privata, mentre i P.P., P.E.E.P., P.I.P., sono esclusivamente pubblici.

#27_Cosa è un #Piano Paesaggistico | #ambiente

#27_Cosa è un #Piano Paesaggistico | #ambiente

Codice dei beni culturali e del paesaggio Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42

Il Piano paesaggistico è uno strumento che permette di individuare e tutelare i beni paesaggistici. I contenuti del Piano sono individuati dall’articolo 143 del Dlgs 42/2004

PARTE TERZA Beni paesaggistici – TITOLO I Tutela e valorizzazione – Capo III Pianificazione paesaggistica – Articolo 143 Piano paesaggistico

1. In base alle caratteristiche naturali e storiche ed in relazione al livello di rilevanza e integrità dei valori paesaggistici, il piano ripartisce il territorio in ambiti omogenei, da quelli di elevato pregio paesaggistico fino a quelli significativamente compromessi o degradati.

2. In funzione dei diversi livelli di valore paesaggistico riconosciuti, il piano attribuisce a ciascun ambito corrispondenti obiettivi di qualità paesaggistica.

Gli obiettivi di qualità paesaggistica prevedono in particolare:

a. il mantenimento delle caratteristiche, degli elementi costitutivi e delle morfologie, tenuto conto anche delle tipologie architettoniche, nonché delle tecniche e dei materiali costruttivi;

b. la previsione di linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili con i diversi livelli di valore riconosciuti e tali da non diminuire il pregio paesaggistico del territorio, con particolare attenzione alla salvaguardia dei siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO e delle aree agricole;

c. il recupero e la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati, al fine di reintegrare i valori preesistenti ovvero di realizzare nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati con quelli.

3. Il piano paesaggistico ha contenuto descrittivo, prescrittivo e propositivo. La sua elaborazione si articola nelle seguenti fasi:

a. ricognizione dell’intero territorio, attraverso l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;

b. analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo;

c. individuazione degli ambiti paesaggistici e dei relativi obiettivi di qualità paesaggistica;

d. definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati;

e. determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e, ove necessario, dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico;

f. individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate;

g. individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate;

h. individuazione, ai sensi dell’articolo 134, lettera c), di eventuali categorie di immobili o di aree, diverse da quelle indicate agli articoli 136 e 142, da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione.

4. Il piano paesaggistico, anche in relazione alle diverse tipologie di opere ed interventi di trasformazione del territorio, individua distintamente le aree nelle quali la loro realizzazione è consentita sulla base della verifica del rispetto delle prescrizioni, delle misure e dei criteri di gestione stabiliti nel piano paesaggistico ai sensi del comma 3, lettere d), e), f) e g), e quelle per le quali il piano paesaggistico definisce anche parametri vincolanti per le specifiche previsioni da introdurre negli strumenti urbanistici in sede di conformazione e di adeguamento ai sensi dell’articolo 145.

5. Il piano può altresì individuare:

a) le aree, tutelate ai sensi dell’articolo 142, nelle quali la realizzazione delle opere e degli interventi consentiti, in considerazione del livello di eccellenza dei valori paesaggistici o della opportunità di valutare gli impatti su scala progettuale, richiede comunque il previo rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159;

b) le aree, non oggetto di atti e provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 138, 140, 141 e 157, nelle quali, invece, la realizzazione di opere ed interventi può avvenire sulla base della verifica della conformità alle  previsioni del piano paesaggistico e dello strumento urbanistico, effettuata nell’ambito del procedimento inerente al titolo edilizio e con le modalità previste dalla relativa disciplina, e non richiede il rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159;

c) le aree significativamente compromesse o degradate nelle quali la realizzazione degli interventi di recupero e riqualificazione non richiede il rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159.

6. L’entrata in vigore delle disposizioni previste dal comma 5, lettera b), è subordinata all’approvazione degli strumenti urbanistici adeguati al piano paesaggistico ai sensi dell’articolo 145. Dalla medesima consegue la modifica degli effetti derivanti dai provvedimenti di cui agli articoli 157, 140 e 141, nonché dall’inclusione dell’area nelle categorie elencate all’articolo 142.

7. Il piano può subordinare l’entrata in vigore delle disposizioni che consentono la realizzazione di opere ed interventi ai sensi del comma 5, lettera b),all’esito positivo di un periodo di monitoraggio che verifichi l’effettiva conformità alle  previsioni vigenti delle trasformazioni del territorio realizzate.

8. Il piano prevede comunque che nelle aree di cui all’articolo 5, lettera b), siano effettuati controlli a campione sulle opere ed interventi realizzati e che l’accertamento di un significativo grado di violazione delle previsioni vigenti determini la reintroduzione dell’obbligo dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159, relativamente ai comuni  nei quali  si sono rilevate le violazioni.

9. Il piano paesaggistico individua anche progetti prioritari per la conservazione, il recupero, la riqualificazione, la valorizzazione e la gestione del paesaggio regionale indicandone gli strumenti di attuazione, comprese le misure incentivanti.

10. Le regioni, il Ministero e il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio possono stipulare accordi per l’elaborazione d’intesa dei piani paesaggistici. Nell’accordo è stabilito il termine entro il quale è completata l’elaborazione d’intesa, nonché il termine entro il quale la regione approva il piano. Qualora all’elaborazione d’intesa del piano non consegua il provvedimento regionale, il piano è approvato in via sostitutiva con decreto del Ministro, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio.

Il decreto non è soggetto alle disposizioni dell’articolo 3 della legge 14 gennaio 1994, n. 20.

11. L’accordo di cui al comma 10 stabilisce altresì presupposti, modalità e tempi per la revisione periodica del piano, con particolare riferimento alla eventuale sopravvenienza di provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 140 e 141.

12. Qualora l’accordo di cui al comma 10 non venga stipulato, ovvero ad esso non segua l’elaborazione congiunta

#26_Lana di roccia | #bioarchitettura |

#26_Lana di roccia | #bioarchitettura |

Cos’è la “lana di roccia” e a cosa serve.

La lana di roccia è stata scoperta sulle isole Hawaii agli inizi del secolo scorso e deve la sua origine al processo di solidificazione, sotto forma di fibre, della lava vulcanica, lanciata in aria durante le attività eruttive.
Il processo produttivo è molto simile all’azione naturale dei vulcani. La lana di roccia è, infatti, ottenuta a partire dalla fusione di rocce vulcaniche, presenti in quantità praticamente inesauribile in natura, insieme a brichette e ad altre materie prime, a una temperatura di circa 1500° C. E’ quindi un prodotto completamente naturale che coniuga in sé quattro doti fondamentali:
Isolamento termico:
La struttura a celle aperte, tipica della lana di roccia, consente di ostacolare il passaggio di caldo e freddo, assicurando un’elevata performance isolante.
Fonoassorbente:
La struttura a celle aperte della lana di roccia favorisce l’assorbimento delle onde acustiche e permette di attenuare l’intensità e la propagazione del rumore.
Comportamento al fuoco:
La lana di roccia è un materiale inorganico, che fonde a temperature superiori ai 1000 °C. Contribuisce, pertanto, a rallentare la propagazione di un incendio e a limitare l’emissione di gas tossici.
Inoltre, la lana di roccia è stabile al variare delle condizioni termiche e igrometriche dell’ambiente in cui viene installata.

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#25_I trattamenti secondari delle #acque reflue

#25_I trattamenti secondari delle #acque reflue

 I trattamenti secondari delle acque reflue sono i seguenti:

a) POZZI PERDENTI (O ASSORBENTI)

Tale sistema è costituito da un pozzo coperto che attraversa lo strato di terreno impermeabile penetrando fino allo strato sottostante permeabile, consentendo la dispersione del liquame.

Non sono ammessi per i nuovi insediamenti.

Per gli impianti ancora presenti nei vecchi insediamenti il loro utilizzo dovrà essere valutato dalle autorità competenti caso per caso sulla base di una relazione redatta da un tecnico abilitato che tenga conto dello stato di conservazione del manufatto, del dimensionamento, delle caratteristiche del suolo e della vulnerabilità della falda acquifera.

La superficie in m2 della parte perdente del pozzo deve essere proporzionale al n° di AE.

b)SUB- IRRIGAZIONE

Questo sistema, applicato all’effluente di una vasca IMHOFF o di una fossa settica, consente sia lo smaltimento che una ulteriore depurazione, sfruttando le capacità depurative del terreno; meccaniche, chimiche, biologiche.

L’effluente si disperde nel suolo senza determinare fenomeni di inquinamento o problemi di natura igienica (impaludamenti).

A monte deve essere presente un sifone di cacciata, in modo che vengano convogliate, seppur in maniera intermittente, portate di una certa entità in grado di interessare anche le zone terminali del sistema.

Tale metodologia è applicabile a terreni naturali permeabili con falda acquifera sufficientemente profonda.

Il sistema, può essere impiegato quando si ha un sufficiente spazio libero vicino all’edificio per la dispersione delle acque chiarificate in sottosuolo, per insediamenti assimilabili al civile di consistenza minore ai 50 vani o 5000 mc di volume .

c) SUB-IRRIGAZIONE DRENATA

Tale sistema viene utilizzato in caso di terreni impermeabili.

Il liquame emesso dalla condotta disperdente percola in uno strato di pietrisco e viene raccolto da una seconda condotta denominata drenante posizionata al di sotto della prima.

Vi sono inoltre tubi di aerazione che consentono al liquame di essere ossidato.

d) FITODEPURAZIONE

Con il termine di fitodepurazione s’intende un processo naturale di trattamento delle acque di scarico di tipo civile, agricolo e talvolta industriale basato sui processi fisici, chimici e biologici caratteristici degli ambienti acquatici e delle zone umide.

Si tratta essenzialmente di sistemi ingegnerizzati progettati per riprodurre i naturali processi autodepurativi presenti nelle zone umide.

Tali sistemi sono posti a valle di un primo trattamento del refluo tramite degrassatori, fosse settiche, fosse IMHOFF.

Di norma funzionano per gravità e non necessitano di energia elettrica.

d.1 FITODEPURAZIONE A FLUSSO SUB-¬‐SUPERFICIALE ORIZZONTALE SFS

E’ un trattamento di tipo biologico, che sfrutta letti di terreno saturo (ghiaia e sabbia) contenuto in “vasche” o “vassoi assorbenti” in cui si sviluppano piante acquatiche.

L’alimentazione è continua ed il livello del liquido in vasca è stabilito dal sistema a sifone contenuto nel pozzetto d’uscita.

Questo sistema non consente l’abbattimento spinto delle sostanze azotate (ammoniaca).

La depurazione avviene per:

– azione diretta delle piante che sono capaci di mantenere ossigenato il substrato, assorbire sostanze nutritive (nitrati, fosfati, ecc.), fanno da supporto per i batteri ed hanno azione evapotraspirante.

– azione dei batteri biodegradatori che colonizzano gli apparati radicali.

d.2 FITODEPURAZIONE A FLUSSO SUB-¬‐SUPERFICIALE VERTICALE SFS -¬‐

Il refluo da trattare scorre verticalmente nel letto assorbente e viene immesso nelle vasche con carico alternato discontinuo (tramite pompe o sistemi a sifone).

Il refluo fluisce impulsivamente dalla superficie attraverso un letto di ghiaia (zona insatura) e si accumula sul fondo del letto (zona satura) consentendo di non ossigenare tale zona e favorendo così i processi di denitrificazione.

Anche in questo caso il livello del liquido in vasca è stabilito dal sistema a sifone contenuto nel pozzetto d’uscita

d.3 FITODEPURAZIONE CON SISTEMA IBRIDO

Per utenze medio-¬‐grandi possono essere predisposti sistemi di trattamento con fitodepurazione che alternano vasche a flusso orizzontale con vasche a flusso verticale anche a coppia in batteria, per sfruttare le capacità depurative di entrambi i sistemi per le sostanze azotate.

Come ulteriore sistema di rimozione delle sostanze azotate e di abbattimento della carica batterica, può essere previsto anche uno stadio finale a flusso libero.

Questi sistemi ibridi possono essere particolarmente indicati per trattare scarichi recapitanti in aree sensibili.

e)DEPURATORI BIOLOGICI AD OSSIDAZIONE TOTALE

Sono impianti compatti che sfruttano il processo di ossidazione dei fanghi attivi. Tale processo prevede le fasi di aerazione e sedimentazione secondaria. Nella zona (vasca) di ossidazione viene apportata aria tramite diffusori, nella successiva vasca di sedimentazione avviene la chiarificazione del refluo depurato. Costruttivamente l’impianto è suddiviso in due comparti comunicanti idraulicamente e percorsi in serie dal liquame e realizzato in carpenteria metallica o in struttura prefabbricata.

I fanghi di supero devono essere periodicamente estratti ed inviati allo smaltimento.

Gli impianti ad ossidazione totale sono limitati nel loro utilizzo poiché:

– richiedono energia elettrica: anche se il consumo energetico non è elevato; richiedono manutenzione specializzata sono sensibili alle variazioni di portata che avvengono normalmente negli scarichi civili, con maggiore intensità per quanto minore è il numero di utenti.

E’ dunque auspicabile la previsione a monte di sistemi di equalizzazione che possono distribuire il carico in arrivo in modo omogeneo durante la giornata.

Anche una vasca IMHOFF in ingresso, tuttavia, può smorzare quanto meno i picchi di portata.

f) IMPIANTI SBR – “SEQUENCING BATCH REACTOR”

Gli SBR sono dei sistemi di trattamento biologici a flusso discontinuo, costituiti da bacini unici (due o più in parallelo) in cui si sviluppano sia i processi biologici (ossidazione/nitrificazione -¬‐denitrificazione -¬‐ rimozione biologica del fosforo) che la fase di sedimentazione e dai quali si provvede altresì all’estrazione dell’effluente depurato e dei fanghi di supero.

Tali processi vengono condotti in tempi diversi, variando ciclicamente le condizioni di funzionamento dell’impianto mediante un sistema di programmazione temporale automatizzato: operando sui tempi delle varie fasi, si ripropone, di fatto, un processo a fanghi attivi, con una sequenza delle diverse fasi di processo temporale piuttosto che spaziale come negli impianti tradizionali.

La peculiarità degli SBR consiste nella possibilità che essi offrono di poter variare di volta in volta la durata dei tempi, a seconda delle reali esigenze di trattamento del refluo, quasi come se in un impianto convenzionale si potesse modificare la configurazione geometrica e la proporzione tra i volumi dei singoli comparti.

I principali vantaggi degli SBR rispetto ai tradizionali impianti a fanghi attivi consistono: nella semplicità impiantistica (mancanza di ricircoli) e nelle ridotte volumetrie (assenza del sedimentatore secondario); nella flessibilità gestionale, che garantisce una buona efficacia depurativa anche in condizioni di elevata variabilità del carico idraulico ed inquinante; nelle migliori efficienze depurative, in virtù della migliore selezione microbica, garantita dall’alternanza nella stessa vasca di fasi anossiche, anaerobiche ed aerobiche.

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Trattamenti delle acque reflue

 

Acque reflue. Progettazione e gestione di impianti per il trattamento e lo smaltimento

 

Trattamento delle acque reflue. La fitodepurazione

 

Trattamento delle acque reflue: upgrade e collaudo
#24_Terminologia urbana

#24_Terminologia urbana

N.B. Le definizioni possono variare da Comune a Comune

St (mq) – Superficie territoriale

Per superficie territoriale si intende la superficie dell’area compresa all’interno del perimetro di un piano esecutivo destinata all’edificazione, la quale comprende, oltre alla superficie fondiaria, la superficie delle eventuali strade interne di distribuzione dei lotti e la quota di aree destinate a standard previste dal PRG all’interno della zona stessa. Sono escluse dal calcolo della St le aree già di proprietà pubblica alla data di adozione del PRG.

It (mc/mq) – Indice di fabbricabilità territoriale

Definisce il volume massimo edificabile su ciascuna unità di superficie territoriale, escluso il volume relativo alle opere di urbanizzazione.

Ut (mq/mq) – Indice di utilizzazione territoriale

Definisce la massima Superficie Lorda di Pavimento (SLP) realizzabile per ciascuna unità di superficie territoriale.

Dt (abitanti/ha) – Indice di densità territoriale

Definisce il numero massimo di abitanti insediabili per ciascuna unità di superficie territoriale espressa in ettari (1 ha = 10.000 mq).

Sf (mq) – Superficie fondiaria

Per superficie fondiaria si intende la superficie del lotto edificabile al netto delle superfici per opere di urbanizzazione primaria e secondaria. Nell’area fondiaria si individuano le superfici da destinare all’edificazione, ai percorsi pedonali ed eventualmente ai parcheggi privati.

If (mc/mq) – Indice di fabbricabilità fondiaria

Definisce il volume massimo edificabile su ciascuna unità di superficie fondiaria.

Uf (mq/mq) – Indice di utilizzazione fondiaria

Definisce la massima Superficie Lorda di Pavimento (SLP) realizzabile per ciascuna unità di superficie fondiaria.

Df (abitanti/ha) – Indice di densità fondiaria

Definisce il numero massimo di abitanti insediabili per ciascuna unità di superficie fondiaria espressa in ettari (1 ha = 10.000 mq).

Dc (ml) – Distanza minima dei fabbricati dal confine di proprietà

Si determina misurando la distanza tra la proiezione delle superfici esterne delle murature perimetrali dell’edificio, al netto dei corpi aggettanti aperti, ed il confine di proprietà nel punto più prossimo dell’edificio stesso.

Dff (ml) – Distanza minima tra i fabbricati

Si determina misurando la distanza minima tra le pareti al netto dei corpi aggettanti aperti.

Ds (ml) – Distanza minima dei fabbricati dalla strada

Si determina misurando la distanza dell’edificio dal ciglio della strada, al netto dei corpi aggettanti aperti. Si intende per ciglio della strada la linea di limite della sede centrale comprendente tutte le sedi viabili, sia veicolari che pedonali e le aree di pertinenza stradale.

H (ml) – Altezza massima degli edifici

Definisce l’altezza massima reale consentita. Si misura dalla quota media del marciapiede lungo il fronte principale dell’edificio, alla quota massima dell’intradosso del solaio di copertura dell’ultimo piano abitabile. Altezza di un edificio: è l’altezza massima fra quelle dei vari fronti dell’edificio stesso.

H virtuale (ml)

E’ il valore convenzionale assunto per calcolare il volume di un edificio indipendentemente dalla sua altezza effettiva.

Sc (mq) – Superficie coperta

Per superficie coperta si intende la proiezione orizzontale delle parti edificate fuori terra.

Superficie permeabile (mq) 

Per superficie filtrante si intende quella sistemata a verde, non costruita sia fuori terra che nel sottosuolo.

Slp (mq) – Superficie lorda di pavimento

Per superficie lorda di pavimento si intende la somma della superficie lorda di ogni piano dell’edificio misurata entro il profilo esterno delle pareti perimetrali ai vari piani e soppalchi di interpiano, sia fuori terra che in sottosuolo. Sono escluse dal computo le superfici adibite al ricovero delle autovetture, con i relativi spazi di manovra ed accesso, le cantine, gli aggetti aperti, i portici, i sottotetti non abitabili ed i volumi tecnici dell’edificio.

Su (mq) – Superficie utile dell’alloggio 

Per superficie utile dell’alloggio si intende quella delimitata dal perimetro esterno dell’alloggio, diminuita delle superfici occupate dalle pareti perimetrali, dalle pareti esterne, dai pilastri, dai vani delle porte e delle portefinestre, dalle canne di aerazione o fumarie, dagli eventuali camini, dai cavedi, dalle scale interne non comuni e dalle logge.

Rc (%) – Rapporto di copertura

Definisce la quantità massima di superficie copribile (Sc) in rapporto alla superficie fondiaria del lotto (Sf).

Rf (%) – Rapporto di permeabilità

Definisce la quantità minima di superficie permeabile, ovvero la quantità minima della superficie del lotto da mantenere o sistemare a verde con esclusione di qualsiasi edificazione.

Ve (mc) – Volume edificabile

Si intende come prodotto tra la SLP dei singoli piani della costruzione per l’altezza virtuale, convenzionalmente pari a 3 m, indipendentemente dalla sua altezza effettiva. Il volume massimo che può essere costruito in un comparto edificatorio viene dedotto altresì in base agli indici di densità edilizia ammessi dal PRG per quell’area, moltiplicando cioè la St o la Sf rispettivamente per It o per If.

Vmax = St x It oppure Vmax = Sf x If

Il volume costruibile comprende:
– la parte fuori terra delle costruzioni esistenti e/o da realizzare sul lotto;
– la parte interrata delle stesse costruzioni, se destinata a residenza, uffici o attività produttive
– i fabbricati accessori, per la loro parte fuori terra

#20_ I comparti edificatori

#20_ I comparti edificatori

Viene introdotto per superare le difficoltà di attuazione del piano dovute alla eccessiva frammentazione della proprietà fondiaria.

Il comparto edificatorio riunisce le proprietà immobiliari per le quali gli strumenti urbanistici prevedono una trasformazione unitaria  da più aventi titolo,  individuando gli obiettivi di riqualificazione urbanistica e ambientale. Esso può riunire sia beni immobili contigui che beni immobili non contigui. Su invito del comune o per propria iniziativa, i proprietari di beni immobili compresi in un comparto possono riunirsi in consorzio e presentare al comune il piano urbanistico attuativo riferito all’intero comparto, insieme con l’impegno, garantito da fideiussioni, a coprire i costi da sostenere per realizzare le opere di urbanizzazione e quelli eventualmente da sostenere per espropriare gli immobili a ciò funzionali. Per la costituzione del consorzio è sufficiente la partecipazione dei proprietari che detengono la maggioranza assoluta dei beni immobili in base al loro valore imponibile ai fini dell’applicazione dell’Imposta municipale unica.

 Di norma la trasformazione in comparto è attuata mediante intervento indiretto, ossia tramite un piano urbanistico attuativo convenzionato. Nei comparti di contenuta dimensione e complessità lo strumento urbanistico può prevedere che la trasformazione unitaria sia attuata mediante un intervento diretto, ossia tramite un permesso di costruire convenzionato.

I proprietari non aderenti al consorzio hanno il diritto di entrare a farne parte, con contestuale copertura delle spese di competenza, entro i successivi cinque anni a decorrere dalla data di sottoscrizione della convenzione del piano urbanistico attuativo. Decorso tale termine, il comune promuove una procedura di evidenza pubblica tesa a selezionare un soggetto imprenditore che sostituisca i proprietari non aderenti, entrando a far parte del consorzio e realizzando la parte privata del piano urbanistico attuativo rimasta inattuata. Al soggetto imprenditoriale selezionato è richiesto di anticipare al comune le spese necessarie all’esecuzione delle espropriazioni dei beni dei proprietari rimasti inerti.

Per la frammentazione normativa esistente in Italia consultare le NTA, gli articoli sull’attuazione del comparto edificatorio.

I Comparti sono assoggettati ad obbligo di strumento attuativo preventivo.

Guida pratica alla progettazione architettonica. Il piano di lottizzazione. Con DVD

#23_La gerarchia delle strade

#23_La gerarchia delle strade

Le strade in Italia sono classificate, ai sensi del Decreto Legislativo 30 aprile 1992 – Nuovo Codice della strada (D.L. 285/1992), sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista amministrativo. La nomenclatura delle strade rispecchia in larga parte la classificazione amministrativa.

Art. 2 Definizione e classificazione delle strade

Le strade sono classificate riguardo alle loro caratteristiche costruttive, tecniche e funzionali, nei  seguenti tipi:

1. Autostrade;

2. Strade extraurbane principali;

3. Strade extraurbane secondarie;

4. Strade urbane di scorrimento;

5. Strade urbane di quartiere;

6.Strade locali

#21_I sistemi di trattamento delle acque reflue

#21_I sistemi di trattamento delle acque reflue

I sistemi di trattamento delle acque reflue domestiche possono essere classificati in trattamenti di tipo primario e di tipo secondario.

L’uso del trattamento primario è reso obbligatorio dai Regolamenti Comunali e dal Regolamento del Servizio Idrico Integrato (S.I.I.) anche per l’allacciamento alla pubblica fognatura, indipendentemente dal fatto che la stessa sia soggetta o meno a depurazione finale.

Lo scarico di reflui domestici o assimilati in pubblica fognatura è sempre ammesso, non richiede autorizzazione e l’obbligo di allacciamento è disposto dal già menzionato Regolamento S.I.I o da provvedimenti dell’Autorità Comunale.

Il solo trattamento primario non è più ritenuto sufficiente per gli scarichi domestici, derivanti da edifici ubicati in aree non servite da pubblica fognatura, che perciò devono recapitare sul suolo, sottosuolo o acque superficiali.

In pratica, al trattamento primario va abbinato un trattamento secondario per costituire complessivamente un “trattamento appropriato” che, se condotto in modo corretto, garantisce l’immissione nell’ambiente di uno scarico adeguatamente depurato.

Vanno annoverati tra i trattamenti di tipo primario:

– Fosse settiche di tipo tradizionale a due o tre camere

– Fosse settiche di tipo IMHOFF

– Pozzetti degrassatori

Provocano la sedimentazione del materiale grossolano trasportato dallo scarico oppure la separazione di materiale che tende ad affiorare: grasso, olio, sapone ecc.

In pratica il trattamento primario produce una chiarificazione del liquame riducendone il carico inquinante. Il sedimento delle fosse settiche può andare incontro a digestione anaerobica e deve essere periodicamente asportato mediante auto spurgo.

Sono da privilegiare quei trattamenti secondari che comportano uno scarico in acque superficiali.

L’immissione di scarichi sia pure depurati nei primi strati del suolo deve essere limitata ai casi non trattabili diversamente.

Comunque, per la definizione dei massimi volumi scaricabili, restano vincolanti le capacità di assorbimento del terreno.

I trattamenti secondari sono i seguenti:

a) POZZI PERDENTI (O ASSORBENTI)

b) SUB IRRIGAZIONE

c) SUB IRRIGAZIONE DRENATA

d) FITODEPURAZIONE

Acque reflue. Progettazione e gestione di impianti per il trattamento e lo smaltimento Ingegneria delle acque reflue

Download (PDF, 1.33MB)

via:http://www.stsbc.ch/

#18_ classificazione in base all’origine delle acque reflue

#18_ classificazione in base all’origine delle acque reflue

Secondo la legge, le acque reflue sono così definite.

Acque reflue domestiche: acque reflue provenienti da insediamenti di tipo residenziale e da servizi e derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche (quali alberghi, scuole, caserme, uffici pubblici e privati, impianti sportivi e ricreativi, negozi al dettaglio ed all’ingrosso e bar); le sostanze provenienti dalle deiezioni umane contengono essenzialmente cellulosa, lipidi, sostanze proteiche, urea, acido urico e glucidi.

Acque reflue industriali: qualsiasi tipo di acque reflue provenienti da edifici od installazioni in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni (anche sottoposte a preventivo trattamento di depurazione), differenti qualitativamente dalle acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento, intendendosi per tali anche quelle venute in contatto con sostanze o materiali, anche inquinanti, non connessi con le attività esercitate nello stabilimento; le caratteristiche di tali reflui sono variabili in base al tipo di attività industriale. In base a quanto stabilito dalla legge  le acque industriali si distinguono in pericolose o non pericolose per l’ambiente.

Acque reflue urbane: il miscuglio di acque reflue domestiche, di acque reflue industriali, e/o di quelle cosiddette di ruscellamento (meteoriche di dilavamento, acque di lavaggio delle strade, ecc.) convogliate in reti fognarie, anche separate, e provenienti da agglomerato.; le acque di ruscellamento contengono varie sostanze microinquinanti, quali idrocarburi, pesticidi, detergenti, detriti di gomma.

Acque reflue industriali assimilabili alle domestiche: acque reflue provenienti da installazioni commerciali o produttive che per legge oppure per particolari requisiti qualitativi e quantitativi, possono essere considerate come acque reflue domestiche.

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#17_Definizione di acque reflue

#17_Definizione di acque reflue

Le acque reflue o di scarico sono tutte quelle acque la cui qualità è stata pregiudicata dall’azione antropica dopo il loro utilizzo in attività domestiche, industriali e agricole, diventando quindi inidonee a un loro uso diretto in quanto contaminate da diverse tipologie di sostanze organiche e inorganiche pericolose per la salute e per l’ambiente. Per tale motivo non possono essere reimmesse nell’ambiente tal quali poiché i recapiti finali come il terreno, il mare, i fiumi e i laghi non sono in grado di ricevere una quantità di sostanze inquinanti superiore alla propria capacità autodepurativa senza vedere compromessi normali equilibri dell’ecosistema.

Il tenore di sostanze organiche biodegradabili viene comunemente misurato come BOD (domanda biochimica di ossigeno) o COD (domanda chimica di ossigeno).

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#16_barriera al vapore

#16_barriera al vapore

Si tratta di un foglio impermeabile posato a protezione dell’isolamento termico in una muratura o copertura, quando un edificio viene isolato dall’interno, per impedire che il vapore acqueo creato dalle attività che si svolgono in casa, che naturalmente tende a uscire verso l’esterno attraversando la muratura, condensi al contatto con una superficie fredda (la muratura), danneggiando così il materiale con cui è isolata la parete.

 La barriera al vapore serve sostanzialmente  a proteggere l’isolante dalle infiltrazioni di acqua dovute all’eventuale formazione di condensa negli strati interni. Infatti i materiali isolanti perdono quasi totalmente la loro capacità termo-isolante quando vengono a contatto con l’acqua.

La posizione della barriera al vapore dipende sempre dal flusso del calore e deve esser messa a ridosso dell’isolante dalla parte da cui arriva l’aria calda dell’ambiente interno riscaldato.

La problematica del vapore è molto importante, per esempio  nel caso della copertura, il vapore che attraversa lo strato isolante non riesce a uscire perchè glielo impedisce lo strato impermeabilizzante, quindi riscende verso il basso, ristagnando. Durante la stagione estiva l’umidità accumulata si trasforma in vapore, causando la formazione di bolle sul manto di impermeabilizzazione.

Il problema di fondo: dove va a finire il vapore  imprigionato  in casa?

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